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Palazzo di Giustizia

C'era una volta il testimone

Non è inutile ripeterlo, visto che c’è tanta gente che non pare lo abbia sentito (e non c’è peggior sordo di quello che non vuol sentire). I principi, le figure dei soggetti, le regole generali del diritto e, specialmente di quello penale e processuale penale, vanno in pezzi, triturati da un modo di affrontare i problemi che fa di ogni questione un mondo a sé e, per lo più una questione del momento, da risolvere avendo presente l’utilità per “la lotta in corso”. La coerenza, chiave dell’armonia di ogni ordinamento e di ogni sistema giuridico, è sempre più evanescente.

Figure un tempo ben definite, la cui funzione era (ed è, cioè, sarebbe) essenziale per il diritto e la giustizia, vanno in pezzi e ciò con la pretesa di “migliorare” ciascuno per suo conto e per le sue specifiche questioni, quei frammenti che vanno così a far parte di un ammasso di rottami di un grottesco anarchismo della giustizia.

C’era una volta il testimone. Figura unica con un’unica definizione e funzione.

Chiunque fosse chiamato a versare la sua conoscenza particolare dei fatti oggetto di un giudizio era (e dovrebbe essere) il testimone.

Indicato e chiamato dall’accusa o dalla difesa, la figura, la funzione, il dovere del testimone non cambia. Al giudice il compito di valutare quanto dal teste versato nel processo, anche attraverso una valutazione della attendibilità del soggetto. Testi, però tutti uguali “in partenza”, nella loro funzione e nel dovere di attenzione e di mancanza di pregiudizio per ciascuno di essi.

Basta un attimo di riflessione. Oramai questa unicità della figura del teste non c’è più.

L’altro giorno, dopo che la Camera aveva votato una legge su un teste “speciale”, figura tratta dalla qualifica attribuita dalla stampa a certi testi “chiave” di vicende assurte al clamore mediatico in altri Paesi, il whistleblowing, leggevo di una dichiarazione del Ministrino della Giustizia, Orlando sulla necessità di una nuova legislazione sui “testimoni di giustizia”.

Basterebbe questo strafalcione per rendersi conto che il sistema si è sfasciato.

Che significa testimoni “di giustizia”?

Che altri che non godono di tale qualifica, sono testimoni di ingiustizia?

C’è dunque una valutazione pregiudiziale (nel senso della scelta di un pregiudizio). La valutazione, la giustizia si fa e si attribuisce prima che il soggetto abbia fatto la sua deposizione.

Che certi testimoni siano per quello che possono, debbono o dovrebbero dire avanti alla giustizia, oggetto di ritorsioni, di minacce ed addirittura di tentativi di soppressione violenta, non c’è dubbio. Che siano quelli e solo quelli che depongono in processi c.d. di mafia non è detto. Nei processi di mafia, un teste a discarico è quasi sempre oggetto di più o meno esplicite minacce di qualche sbirro iperattivo. Ma che possa attribuirsi una speciale qualifica, anche nella denominazione usata da un Ministro, ad alcuni di essi, sia pure i più esposti a minacce e pericolo, è cosa che incide sulla equità del processo.

Ci sono, poi i “collaboratori di giustizia”.

Sono un gradino più su dei “testimoni di giustizia”. Perché sono dei delinquenti “pentiti”. Come tali non solo assumono l’allarmante e discriminante qualifica di “collaboratori”, ma concrete diverse “mansioni”. Si conosce (e bene!) il caso di loro partecipazioni alle indagini e non solo di quelle per i fatti di cui sono stati partecipi.

Sono autorizzati a riferire le “voci correnti”, il “sentito dire”, cosa vietata ai testimoni che non possono vantare precedenti di appartenenza alla criminalità. Una volta era vietata la testimonianza dei complici. Dopo un balletto di contraddittorie, prese di posizione giurisprudenziali e legislative, oggi i complici “pentiti” sono testimoni di pieno diritto. Anzi, dei supertestimoni. Ogni elemento addotto per demolirne l’attendibilità è definito “tentativo di delegittimazione”. Se non è “concorso esterno” poco ci manca.

Ora si aggiunge, questa altra categoria: whistlebowling.

Si può dire che esiste ancora la figura del testimone? Intanto bisognerebbe aggiungere l’aggettivo “comune”. Comunemente dileggiati e considerati un po’ banali e fastidiosi.

Quando ero un ragazzo sentivo i contadini che si gloriavano di appartenere a famiglie integerrime: “Noi con la giustizia nun c’avemo mai avuto a che fa’. Manco come testimoni”.

Quanta saggezza e preveggenza!!!

                  Mauro Mellini

20.11.2017

Novità (e un precedente) per il caso Varacalli

Varacalli proprio come Costanza Diotallevi
Ci sono novità per “il caso Varacalli”.

Ricordate? Ne abbiamo parlato in diversi articoli rilevandone tutta la gravità. Un “pentito” del vivaio di Torino, “collocato” per ragioni di sicurezza in Sardegna, che ammazzò un giovane pastore sardo.

I Carabinieri, consenziente la Procura, gli “affidarono”, in pratica le indagini sul delitto in realtà da lui stesso commesso. Lui “trovò” un altro pastore da esibire come colpevole e fabbricò le prove contro di lui. Al processo contro quest’ultimo, grazie ad una straordinaria abilità e perseveranza della sua Avvocatessa, Maria Grazia Rovelli Monni, la verità venne a galla.

Si precipita a Cagliari nientemeno che Caselli, preoccupato per la “delegittimazione” del “suo” collaboratore. Tuttavia l’accusato da questi calunniato, viene assolto e Varacalli, contestato a lui l’assassinio, viene condannato per omicidio a 23 anni. Ma, stranamente, non per calunnia. Poi la “coda” della contrastata richiesta del risarcimento della vittima della calunnia, che si era fatto due anni di galera. Gli opponevano, nientemeno, di aver mentito all’autore vero del criminoso, il collaboratore d’ingiustizia-detective.

Ora pare che Varacalli abbia confessato di aver “concorso” nel delitto, per poter “ripentirsi” e, accusare altri suoi amici di averlo commesso, così “ricollaborando” “in re propria”. Pare abbia anche fornito interessanti particolari sul modo di tessere, in “collaborazione” con un altro “collaboratore” compagno di cella, la trama delle sue fantasiose “rivelazioni”.

Queste “novità” mi sono state fornite mentre ci apprestiamo alla presentazione del libro “La Pornofotografa e il Cardinale – Storia di una pentita celebre e di un processo infame nella Roma di Pio IX”.

Costanza Vaccari Diotallevi, la protagonista di quella storia è un’antesignana del mestiere e delle “specializzazioni” di Varacalli. Da “impunita”, cioè come diciamo oggi, “pentita”, essa divenne investigatrice e fabbricante di prove false a carico di un innocente. Questo per evidente incarico del “processante” Eucherio Collemassi.

A farsi carico dell’attendibilità della sciagurata calunniatrice ed “impedire” la sua “delegittimazione” non si mosse un altro “processante”, un monsignore qualsiasi, ma lo stesso Pontefice Pio IX. Un bel precedente per Caselli.

Non c’è che dire. Avevo colto nel segno 35 anni fa quando scrissi quel libro: scandagliare il passato per scrutare il futuro. Purtroppo.

                             Mauro Mellini

 26.10.2017

Avv. Mellini: io non pago il "pizzo"

Ho inviato al Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, dopo aver ricevuto una sollecitazione a stipulare il contratto di assicurazione per la responsabilità professionale verso i Clienti e contro gli INFORTUNI la seguente lettera:

Egr. Sig. Avvocato
Mauro Vaglio
Pres. Ordine Avvocati
Roma

Egregio Presidente,

Ho ricevuto la sollecitazione a concludere la polizza di assicurazione per responsabilità professionale ed INFORTUNI.
A parte la polizza per responsabilità professionale, Le comunico che MI RIFIUTO FORMALMENTE di contrarre quella per infortuni.
Intendo procedere a denunzia penale contro chi in qualsiasi modo abbia concorso a stabilire tale incredibile balzello, perché è più che lecito il sospetto di reati commessi con tale prevaricazione.

Gradisca i migliori saluti

Mauro Mellini

L’obbligo dell’assicurazione contro gli infortuni imposto illegittimamente assieme a quello per la responsabilità professionale verso i Clienti agli Avvocati, è quanto meno incostituzionale per più versi.

Misteriosa, almeno nelle specifiche motivazioni questa “estensione” assurda dell’obbligo di assicurazione è indubbiamente illegittima perché esula dalla regolamentazione dei rapporti tra l’Avvocato e il Cliente e delle relative garanzie e stabilisce una disparità di trattamento rispetto ad altre professioni.

Perché io, in quanto avvocato dovrei obbligatoriamente assicurarmi contro i rischi, che so, di caduta dalla bicicletta, di morsi di un cane randagio, di caduta per le scale (il tutto facendo comunque le più efficaci debite corna) mentre dagli stessi rischi non dovrebbero assicurarsi altrettanto obbligatoriamente dottori commercialisti, medici, filosofi, oculisti, odontotecnici etc. non si capisce e non certo per mancanza di fantasia.

Sono un garantista e, prima di sporgere denuncia per abuso d’ufficio con finalità patrimoniali o per concussione (stante la minaccia di sanzioni disciplinari in caso di “inadempienza”) dovrò anzitutto informarmi chi siano stati assieme al Ministro Orlando, il Sottosegretario, il Direttore Generale, il capo del servizio “competente” che hanno redatto e firmato il decreto, e quelli su cui esso si fonda. Vedrò, se del caso, cioè quasi certamente, se redigere la mia doverosa denunzia.

Quello che più mi preoccupa di fronte a questo grottesco caso non sono i quattrini che si tenta di estorcermi, da aggiungere ai tanti altri da sborsare che non si sa che fine facciano, ma il fatto che gli Avvocati, che dovrebbero essere a disposizione dei clienti per salvaguardarli dalle depredazioni in loro danno, abbiano fatto atto di sottomissione a questa autentica richiesta di “pizzo”, che si aggiunge all’altra depredazione persecutoria in loro danno con il ridicolo ed inconcludente obbligo di sorbirsi le conferenze di aggiornamento culturale organizzate con sospetto di affaristici accordi. Già. Erano stati zitti (o quasi e quasi tutti) quando alcuni “giuristi antimafia” sociologhi e mafiologhi avevano proposto di stabilire che fosse considerato reato pagare il pizzo alla mafia.

Mi auguro di non rimanere solo a combattere una battaglia di cui, comunque, è difficile che, anche a prescindere da “infortuni”, dai quali non voglio mi proteggano altro che scaramantiche corna, difficilmente arriverò a vedere la conclusione.

Un consiglio che l’età, che un tempo si definiva “veneranda” (???), mi consente: Cari Colleghi non pagate!!!

                              Mauro Mellini

 13.10.2017

Processo "Trattativa": udienza 201°

Giovedì 26 ottobre la duecentounesima (201) udienza a Palermo del cosiddetto processo della “Trattativa”, in cui si addebita allo Stato di aver tentato di soggiacere al ricatto stragista della mafia.

Processo assurdo, sia per la baggianata dell’imputazione dei rappresentati dello Stato, sia perché si tratta di fatti (si fa per dire) del 1992 caduti in prescrizione,

Un processo che è di per sé uno scandalo, che è costato miliardi di euro e che sempre più chiaramente sembra essere stato imbastito per coprire le responsabilità di quella altra baggianata della “attendibilità” di Scarantino nel processo di Caltanissetta per l’assassinio di Borsellino e pe dare lustro e fornire “piattaforma politica” a magistrati ambiziosi e, quanto meno, scorretti.

Così la giustizia italiana si trastulla con l’archeologia, attenta alla divisione dei poteri e perde ogni credibilità.

Ora, poi si ha l’impressione che facciano di tutto perché la baggianata non abbia mai fine, per allontanare la conclusione che non potrebbe non sputtanare chi va sputtanato.

                              Mauro Mellini

 23.10.2017

Ordine avvocati Roma: elezioni

Dal 20 settembre, per alcuni giorni si voterà a Roma per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.
Le votazioni intervengono dopo diatribe e controversie che hanno comportato una proroga del Consiglio in carica.
Le elezioni del Consiglio dell’Ordine avverranno con le solite scene di indecente mendicità dei voti, che non gioveranno certamente al necessario prestigio di questa essenziale categoria.
Il Consiglio uscente, gli Avvocati, a Roma come in tutta Italia, pur levando flebili e ripetuti lamenti per l’involuzione antigarantista della giustizia, per il profilarsi di un grottesco autoritarismo giudiziario, non si può dire che abbiano combattuto con la dovuta energia né dato un contributo di conoscenza e di approfondimenti adeguati di fronte al fenomeno della creazione di un Partito dei Magistrati e di sostanziale smantellamento delle garanzie costituzionali in atto. Né vi è sentore di una svolta, di un necessario, forte, compatto schieramento contro l’evoluzione delle giustizie “di lotta” (!!??) proclamate dai magistrati, contro la giustizia “indiziaria”, il “pentitismo”, e le progettate “estensioni” della cosiddetta legislazione antimafia, contro gli abusi affaristici dell’antimafia mafiosa. E contro la retorica con la quale si copre e si giustifica tutto ciò.
Non credo che la mendicità dei voti cui assisteremo nei prossimi giorni consenta di sperare in un cambiamento.
Mi risparmierò l’amarezza dello spettacolo indecente e manifesterò la mia totale sfiducia non andando a votare.
Auguri a quanti mi vorranno dare torto, a quanti avranno più forza di me nell’imporsi un ottimismo, al momento del tutto ingiustificato.

Mauro Mellini
19.09.2017

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