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Palazzo di Giustizia

Ma Cosenza non è in Sicilia

La Sicilia, si sa, è Regione Autonoma “a Statuto Speciale”. Tra le sue “specialità” c’è quella di ripetere, rifare con altre parole le leggi dello Stato. Lo Stato ha una “legge anticorruzione”, che non è rappresentata dagli articoli del Codice Penale, ma da norme “in positivo”, quelle che dovrebbero garantire e difendere l’onestà di tutti quanti, con espedienti vari, a cominciare, naturalmente dall’istituzione di una apposita “autorità” con garanti, vice garanti, consulenti ordinari e speciali. Ma anche con trovate che, almeno garantiscono, se non altro, l’umorismo. La Regione Siciliana ha una legge anticorruzione “autonoma” in fatto di umorismo.
Quando anni fa fu approvata quella legge ricordo che, lì per lì, riuscì a farmi fare una bella risata. Uno o più articoli stabiliscono che i portieri dei Palazzi in cui sono siti uffici pubblici, debbono segnalare, non so se alla “Authority” apposita, ai Carabinieri, alla stampa o alle comari del quartiere “l’ingiustificata frequenza di persone non addette ai lavori” negli uffici siti nel Palazzo.
Ma alla risata subentrò l’allarme, il fastidio, la preoccupazione. Ricordavo e ricordo bene quando, sotto il regime fascista, i portieri erano tenuti a “riferire” alle “Autorità di Pubblica Sicurezza” i pettegolezzi del palazzo. C’era anche un “Capo fabbricato” non so però se solo ai fini di una ipotetica “difesa antiaerea”. Roba, insomma che sarebbe stato meglio dimenticare.
Non so se altre Regioni oltre la Sicilia e, magari qualche altra “a Statuto Speciale”, abbiano redatto la loro analoga brava legge anticorruzione. E se, di conseguenza, si debbano guardare con altrettanto timore reverenziale (cioè con diffidenza) i portieri dei palazzi della Campania, del Lazio, della Lombardia, della Sardegna. E della Calabria. Che non è, come è noto, “a Statuto Speciale”, ma è tuttavia terra nella quale molte cose speciali avvengono e si ipotizzano e non solo, come ritengono certi personaggi, la ‘ndrangheta ed altre schifezze, ma anche cose ottime, come la soppressata, la “’nduja” e vi si trovano ottime e care persone.
Così se in un palazzo, poniamo, di Cosenza un “estraneo” va e viene, nessun portinaio è tenuto a correre all’Anticorruzione a fare la sua brava relazione. Al più si spargeranno sussurri di corna e di altre più accettabili legami. Come, da che mondo è mondo, avviene in tutte le regioni “a pettegolezzo ordinario”. Tradizionalmente ad opera delle portiere. Ma, oggi, con ben altri strumenti di pubblicità.
Queste considerazioni, che qualcuno troverà un po’ bislacche e, magari, poco rispettose delle autonomie garantite alla Costituzione, mi venivano suggerite da fatti e consuetudini di cui pare si parli molto a Cosenza, senza che si possano definire pettegolezzi. Solo menti distorte, spiriti deviati e una buona dose di tempo da perdere possono infatti sottolineare la frequenza assidua di un personaggio in un Palazzo pubblico o privato che sia. Che c’è da ridere se, ad esempio, un signore occhialuto con aria un po’ svagata si reca tutti i giorni in un edificio in cui esistono antichi archivi, se, poi, magari si viene a sapere che è uno storico, un erudito che va a compulsare documenti più o meno antichi?
Non parliamo poi dei Palazzi di Giustizia, dove, a parte i magistrati e gli avvocati, tanta gente è costretta a recarsi fin troppo spesso ed inutilmente, senza che sia lecito e sensato lambiccarsi il cervello e cercare di lambiccare quello altrui sui motivi di tale frequenza.
Questo perché a Cosenza, in Calabria, non c’è (spero che non ci sia) la legge siciliana anticorruzione che affida ai portieri la custodia oltre che dei beni materiali, anche della limpidezza dei rapporti tra cittadini e Pubbliche Amministrazioni. Meno male. Perché altrimenti la frequenza assidua in giornate qualsiasi ed in occasioni speciali di un autorevole personaggio, impreziosito dal laticlavio, il sen. Nicola Morra nei locali del Palazzo di Giustizia, avrebbe dovuto essere oggetto di un circostanziato (si fa per dire) rapporto di uno o più portinai dei vari turni.


Che, poi, se la gente ed i giornali si ricorderanno di quella disposizione di autonoma legge (dove c’è) che sembra fatta per fornire argomento di una novella di Vitaliano Brancati redivivo, al marchio infamante di “inquisito”, “indagato”, “raggiunto” da un avviso di garanzia, si finirà per aggiungere quello di “segnalato dal portiere”.
Con tanti guai e vessazioni cui siamo un po’ tutti alle prese, andarsi a preoccupare della ipotetica estensione alla Calabria e ad altre Regioni “normali” dell’elevazione ad “atto dovuto” del pettegolezzo dei portieri (con tutto rispetto della categoria) può sembrare eccessivamente pessimistico e, magari, un po’ pretestuoso.
Ma, proprio perché vittime tutti di tali ipotetiche vessazioni pettegolesche, crediamo di poter segnalare un’altra possibile vittima, padre coscritto come Nicola Morra (che si candida per reiterare la sua esperienza senatoriale). Ne approfittiamo per raccomandare a lui ed ai suoi sodali Cinquestelluti di guardarsi bene da facili entusiasmi per una ulteriore legge anticorruzione che, magari, affidi la custodia della nostra onestà al colpo d’occhio dei portieri. Legge che ho il sospetto (ognuno è preda dei suoi sospetti) si confaccia al pensiero del suo partito.
E, poiché siamo in periodo festivo, ricordiamoci di dare una buona mancia al portiere. Non si sa mai.

Mauro Mellini
04.01.2018

P.S. A parte il ruolo dei portinai e l’istituzionalizzazione dei loro pettegolezzi e magari della rilevanza, in una giustizia del sospetto, dei relativi rapporti istituzionalizzati o no, non sarebbe del tutto fuor di luogo, almeno in attuazione del principio della “par condicio” preelettorale, quantizzare i tempi di permanenza dei candidati negli Uffici Giudiziari. “Par condicio visitatorem”. Che ve ne pare?

Agrigento: sospettato di essere professore universitario

Visto come vanno le cose in Italia con la giustizia che ogni giorno di più diventa la giustizia del sospetto (con sanzioni tra le più pesanti previste per il fatto di essere sospettati), bisogna dire che qualche vantaggio c’è.

Se anche fosse vero che tutti gli uomini nascono uguali (non ci sarebbe da stare troppo allegri visto certi personaggi in circolazione), non a tutti è dato progredire sulla scala sociale, raggiungere posizioni di prestigio, essere proclamati uomini di scienza, colonne della società e della civiltà.

Al mio paese d’origine non c’era mai stato qualcuno che fosse divenuto professore universitario. C’erano una quantità impressionante di maestri elementari (da rifornire tutto l’Alto Lazio). Qualche professore di scuola media. Ora credo che ci siano un po’ meno maestri ed anche professori. Ci saranno professori universitari, visto che le Università nascono come i funghi. Il primo professore universitario, quando l’Università era ancora l’Università, stimato docente nella Facoltà di Veterinaria di Messina e di Portici lo avevo conosciuto da ragazzino, Mario. Come tutti in paese aveva un soprannome: Mario Zuccò. Zuccone. Chi sa perché, visto che fin da piccolo era vivace, simpatico ed intelligente. Ma chi l’avrebbe detto che sarebbe diventato il Prof. Zuccò ordinario di non so quale materia in una Università degli Studi?

Non deve essergli stato facile raggiungere quella prestigiosa posizione e non per il “soprannome” malizioso, ma perché privo di buone “spinte”, nato in un luogo ed in una famiglia lontane dalla scienza e dal potere.

Se diventare professore universitario, anche ora che l’inflazione delle Università e delle Cattedre (specie quelle inutili) ne ha prodotto un certo deprezzamento, è intervenuta una possibilità nuova. Che pare non incontri difficoltà. Una possibilità fino a qualche decennio fa inimmaginabile, inconcepibile: quella di essere sospettati di essere un professore universitario. E non un sospetto qualsiasi per il timore reverenziale che può incutere che so, una barba autorevole, un incedere solenne, una preferenza per abiti severi o sobri di una persona incontrata per strada. Un vero e proprio “sufficiente indizio”. Sufficiente a finire in galera, sia pure per pochi giorni (qualche volta la fortuna aiuta anche chi non è per nulla “audace”).

Queste considerazioni un po’ strampalate mi vengono alla mente avendo ritrovato in mezzo alla confusione delle mie carte, le copie di notiziari di stampa relativa ad un episodio di ordinaria giustizia (tale da considerare per lo stato generale e per le tradizioni radicate nel luogo) avvenuto ad Agrigento, del quale subito avrei voluto scrivere qualcosa.

Passati alcuni giorni le mie considerazioni si sono fatte divagazioni e per di più allarmate e, soprattutto, mi è sembrato ineludibile il dovere di evidenziarne questo nuovissimo rischio che oggi si corre.

Qualcuno dirà che essere sospettato, almeno sospettato di essere un professore universitario, non è un “rischio” ma un’eventualità che molti (gli sciocchi non mancano mai) non vorrebbero di certo evitare anche a costo di sorbirsi la conseguenza di un po’ di “custodia cautelare”.

Veniamo al dunque. A metà dicembre 2015 ad Agrigento il classico “blitz” (lampo) con una “infornata” di 30 persone iscritte nel registro degli indagati e ahimè, sei o sette ordinanze di custodia cosiddetta cautelare. Un’operazione con, tanto di “nome d’arte” (ho sempre definito così le denominazioni di operazioni poliziesco-giudiziarie scimmiottanti quelle di famose operazioni militari) rigorosamente in lingua inglese “Duty Free”.

Si sarebbe trattato di una complessa ed estesa macchinazione di corruzione in ordine a questioni fiscali. Figurando tra gli arrestati un noto uomo d’affari, Campione, l’ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate e un imprenditore, Dario Peretti.

Questi era stato “tirato dentro” il procedimento in quanto ritenuto esponente primario, non so se rettore, professore o presidente del Consiglio di Amministrazione della Università telematica “Unipegaso”, cui si faceva carico di aver falsamente certificato il superamento di due esami da parte di certi impiegati del Fisco. Di tale qualifica universitaria il P.M. riteneva vi fossero indizi “sufficienti”.

Strana espressione contenuta nel codice, perché “sufficienti” indizi che occorrono per mettere in galera qualcuno è una petizione di principio. Pare, anzi che proprio nei confronti dell’indiziato di essere docente o amministratore universitario (ancorché Unipegaso e telematico) il P.M. fosse particolarmente aggressivo.

La storia del “Duty Free” è finita in modo inconsueto, specie quando gli indizi sono del genere di quelli di “essere professore universitario”, processi che, in genere si trascinano più a lungo e tra difficoltà e complicazioni, come se la giustizia si contorcesse per sfuggire alla gravità dei propri errori. Dopo alcuni giorni dall’arresto, il Tribunale del Riesame annullava tutte le ordinanze di custodia cautelare, compresa quella dell’indiziato universitario. Ed alcuni giorni fa il GIP ha assolto quasi tutti gli imputati (tranne un paio cui si faceva carico di reati minori) spogliando Dario Peretti della sgradevole, indiziaria dignità accademica, ancorché Unipegaso e telematica definitamente.

Dico la verità: mi rimane insoddisfatto il dubbio su quello che può rappresentare un indizio di essere un esponente accademico, in professore universitario.

Non certo perché toccato alla mia veneranda età, da tardive speranze di potermi pavoneggiare abusivamente di una qualche dignità accademica, o del relativo sospetto ma proprio per la preoccupazione evitare di essere raggiunto da qualche grave e pericoloso indizio di essere tale.

Sacrificarsi per la scienza va bene, ma passare guai per il fatto che un magistrato “desuma” una appartenenza a quel mondo da chi sa che cosa, è assai meno piacevole.

            Mauro Mellini

15.12.2017

Novità (e un precedente) per il caso Varacalli

Varacalli proprio come Costanza Diotallevi
Ci sono novità per “il caso Varacalli”.

Ricordate? Ne abbiamo parlato in diversi articoli rilevandone tutta la gravità. Un “pentito” del vivaio di Torino, “collocato” per ragioni di sicurezza in Sardegna, che ammazzò un giovane pastore sardo.

I Carabinieri, consenziente la Procura, gli “affidarono”, in pratica le indagini sul delitto in realtà da lui stesso commesso. Lui “trovò” un altro pastore da esibire come colpevole e fabbricò le prove contro di lui. Al processo contro quest’ultimo, grazie ad una straordinaria abilità e perseveranza della sua Avvocatessa, Maria Grazia Rovelli Monni, la verità venne a galla.

Si precipita a Cagliari nientemeno che Caselli, preoccupato per la “delegittimazione” del “suo” collaboratore. Tuttavia l’accusato da questi calunniato, viene assolto e Varacalli, contestato a lui l’assassinio, viene condannato per omicidio a 23 anni. Ma, stranamente, non per calunnia. Poi la “coda” della contrastata richiesta del risarcimento della vittima della calunnia, che si era fatto due anni di galera. Gli opponevano, nientemeno, di aver mentito all’autore vero del criminoso, il collaboratore d’ingiustizia-detective.

Ora pare che Varacalli abbia confessato di aver “concorso” nel delitto, per poter “ripentirsi” e, accusare altri suoi amici di averlo commesso, così “ricollaborando” “in re propria”. Pare abbia anche fornito interessanti particolari sul modo di tessere, in “collaborazione” con un altro “collaboratore” compagno di cella, la trama delle sue fantasiose “rivelazioni”.

Queste “novità” mi sono state fornite mentre ci apprestiamo alla presentazione del libro “La Pornofotografa e il Cardinale – Storia di una pentita celebre e di un processo infame nella Roma di Pio IX”.

Costanza Vaccari Diotallevi, la protagonista di quella storia è un’antesignana del mestiere e delle “specializzazioni” di Varacalli. Da “impunita”, cioè come diciamo oggi, “pentita”, essa divenne investigatrice e fabbricante di prove false a carico di un innocente. Questo per evidente incarico del “processante” Eucherio Collemassi.

A farsi carico dell’attendibilità della sciagurata calunniatrice ed “impedire” la sua “delegittimazione” non si mosse un altro “processante”, un monsignore qualsiasi, ma lo stesso Pontefice Pio IX. Un bel precedente per Caselli.

Non c’è che dire. Avevo colto nel segno 35 anni fa quando scrissi quel libro: scandagliare il passato per scrutare il futuro. Purtroppo.

                             Mauro Mellini

 26.10.2017

C'era una volta il testimone

Non è inutile ripeterlo, visto che c’è tanta gente che non pare lo abbia sentito (e non c’è peggior sordo di quello che non vuol sentire). I principi, le figure dei soggetti, le regole generali del diritto e, specialmente di quello penale e processuale penale, vanno in pezzi, triturati da un modo di affrontare i problemi che fa di ogni questione un mondo a sé e, per lo più una questione del momento, da risolvere avendo presente l’utilità per “la lotta in corso”. La coerenza, chiave dell’armonia di ogni ordinamento e di ogni sistema giuridico, è sempre più evanescente.

Figure un tempo ben definite, la cui funzione era (ed è, cioè, sarebbe) essenziale per il diritto e la giustizia, vanno in pezzi e ciò con la pretesa di “migliorare” ciascuno per suo conto e per le sue specifiche questioni, quei frammenti che vanno così a far parte di un ammasso di rottami di un grottesco anarchismo della giustizia.

C’era una volta il testimone. Figura unica con un’unica definizione e funzione.

Chiunque fosse chiamato a versare la sua conoscenza particolare dei fatti oggetto di un giudizio era (e dovrebbe essere) il testimone.

Indicato e chiamato dall’accusa o dalla difesa, la figura, la funzione, il dovere del testimone non cambia. Al giudice il compito di valutare quanto dal teste versato nel processo, anche attraverso una valutazione della attendibilità del soggetto. Testi, però tutti uguali “in partenza”, nella loro funzione e nel dovere di attenzione e di mancanza di pregiudizio per ciascuno di essi.

Basta un attimo di riflessione. Oramai questa unicità della figura del teste non c’è più.

L’altro giorno, dopo che la Camera aveva votato una legge su un teste “speciale”, figura tratta dalla qualifica attribuita dalla stampa a certi testi “chiave” di vicende assurte al clamore mediatico in altri Paesi, il whistleblowing, leggevo di una dichiarazione del Ministrino della Giustizia, Orlando sulla necessità di una nuova legislazione sui “testimoni di giustizia”.

Basterebbe questo strafalcione per rendersi conto che il sistema si è sfasciato.

Che significa testimoni “di giustizia”?

Che altri che non godono di tale qualifica, sono testimoni di ingiustizia?

C’è dunque una valutazione pregiudiziale (nel senso della scelta di un pregiudizio). La valutazione, la giustizia si fa e si attribuisce prima che il soggetto abbia fatto la sua deposizione.

Che certi testimoni siano per quello che possono, debbono o dovrebbero dire avanti alla giustizia, oggetto di ritorsioni, di minacce ed addirittura di tentativi di soppressione violenta, non c’è dubbio. Che siano quelli e solo quelli che depongono in processi c.d. di mafia non è detto. Nei processi di mafia, un teste a discarico è quasi sempre oggetto di più o meno esplicite minacce di qualche sbirro iperattivo. Ma che possa attribuirsi una speciale qualifica, anche nella denominazione usata da un Ministro, ad alcuni di essi, sia pure i più esposti a minacce e pericolo, è cosa che incide sulla equità del processo.

Ci sono, poi i “collaboratori di giustizia”.

Sono un gradino più su dei “testimoni di giustizia”. Perché sono dei delinquenti “pentiti”. Come tali non solo assumono l’allarmante e discriminante qualifica di “collaboratori”, ma concrete diverse “mansioni”. Si conosce (e bene!) il caso di loro partecipazioni alle indagini e non solo di quelle per i fatti di cui sono stati partecipi.

Sono autorizzati a riferire le “voci correnti”, il “sentito dire”, cosa vietata ai testimoni che non possono vantare precedenti di appartenenza alla criminalità. Una volta era vietata la testimonianza dei complici. Dopo un balletto di contraddittorie, prese di posizione giurisprudenziali e legislative, oggi i complici “pentiti” sono testimoni di pieno diritto. Anzi, dei supertestimoni. Ogni elemento addotto per demolirne l’attendibilità è definito “tentativo di delegittimazione”. Se non è “concorso esterno” poco ci manca.

Ora si aggiunge, questa altra categoria: whistlebowling.

Si può dire che esiste ancora la figura del testimone? Intanto bisognerebbe aggiungere l’aggettivo “comune”. Comunemente dileggiati e considerati un po’ banali e fastidiosi.

Quando ero un ragazzo sentivo i contadini che si gloriavano di appartenere a famiglie integerrime: “Noi con la giustizia nun c’avemo mai avuto a che fa’. Manco come testimoni”.

Quanta saggezza e preveggenza!!!

                  Mauro Mellini

20.11.2017

Processo "Trattativa": udienza 201°

Giovedì 26 ottobre la duecentounesima (201) udienza a Palermo del cosiddetto processo della “Trattativa”, in cui si addebita allo Stato di aver tentato di soggiacere al ricatto stragista della mafia.

Processo assurdo, sia per la baggianata dell’imputazione dei rappresentati dello Stato, sia perché si tratta di fatti (si fa per dire) del 1992 caduti in prescrizione,

Un processo che è di per sé uno scandalo, che è costato miliardi di euro e che sempre più chiaramente sembra essere stato imbastito per coprire le responsabilità di quella altra baggianata della “attendibilità” di Scarantino nel processo di Caltanissetta per l’assassinio di Borsellino e pe dare lustro e fornire “piattaforma politica” a magistrati ambiziosi e, quanto meno, scorretti.

Così la giustizia italiana si trastulla con l’archeologia, attenta alla divisione dei poteri e perde ogni credibilità.

Ora, poi si ha l’impressione che facciano di tutto perché la baggianata non abbia mai fine, per allontanare la conclusione che non potrebbe non sputtanare chi va sputtanato.

                              Mauro Mellini

 23.10.2017

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