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Palazzo di Giustizia

AGRIGENTO: PARLAR CHIARO HA EFFETTO

L’inconcepibile, comica nel dettaglio, ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Palermo che ha gratificato il noto Giuseppe Arnone di un affidamento in prova in luogo di un anno e quattro mesi da passare dietro le sbarre e ciò mentre il condannato dava quotidiana spontanea prova di una incontenibile tendenza a delinquere. Ma, forse, proprio a causa dell’unanime indignazione che questa ulteriore donativo ha provocato ad Agrigento ed in Sicilia, parlar chiaro sulla atmosfera e sulle ragioni che possono aver determinato un trattamento insolitamente tollerante, di privilegio, tale da richiamare alla mente quello una volta concesso ai famigliari della Santa Inquisizione, ha provocato qualche segnale di essere stato inteso e di aver creato preoccupazioni nell’ambiente in cui antiche connivenze con il singolare personaggio si erano indiscutibilmente verificate e ruoli inconcepibili erano stati da lui non solo millantati, ma ottenuti e lasciati consolidarsi e divenuti oggetto di timori non infondati di molta gente dabbene.

Qualcuno, che pure ha avuto in un passato in cui la contiguità con questo del tutto singolare “eroe” di un’Antimafia e di un manipulitismo di facciata e da strapazzo tanto somiglianti a quello di un’Antimafia mafiosa, per lo più significativa complicità, ha ritenuto di reagire alle attuali sceneggiate, ridicole ma non per questo tollerabili, dell’avvocato “esercente a condizione che non commetta nuovi reati” e, soprattutto ha voluto prendere le distanze.
Non solo. Ma proprio ieri una condanna per diffamazione in danno di uno dei suoi “nemici” (“reo”, tra l’altro, di averlo battuto in una elezione a Sindaco di Agrigento, della quale Arnone si era già proclamato vincitore del balcone del Municipio!!!) gli è costata una aggiunta di dieci mesi di reclusione, quando invece la prorompente tendenza diffamatoria del Nostro era stata per anni, si può dire, assecondata con una “tariffa” di cinque o seicento euro di multa per lo stesso reato.
Oramai l’atto formale della “assunzione in prova” dovrebbe essere scattato, e, per quella strana ordinanza palermitana, “d’ora in poi”, l’esaminando non dovrà più commettere delitti (come se prima fosse stato “autorizzato” a compierli), il che ha in sé, oltre il ridicolo, qualcosa di vero.
Non sta a me pronosticare l’esito di questa grottesca e tardiva prova. Né facile sarebbe il pronostico, che non sia quello di qualche furbesco ed arrogante marchingegno, di ulteriori sparate pubblicitarie.
Del resto c’è una scienza che dovrebbe analizzare comportamenti come quello del “berlingueriano” (è questa l’ultima qualifica che egli si è dato) Arnone.
Quello che più interessa è la prova del limite cui può arrivare la giustizia “di lotta” nel concedere ai “combattenti e reduci” di sciagurate battaglie, trattamenti che sembrano confermare il disagio, anche da parte di magistrati che nulla hanno avuto personalmente a che fare con certe incaute utilizzazioni di “suggeritori di giustizia” a veder concludersi, con la vicenda personale in sé miserevole di un personaggio da manuale di scienze criminologiche, una pagina di storia, locale, ma non troppo, di un sistema giustizia che finora non sembra si sia trovato il modo di dimenticare senza ulteriore disdoro.

Mauro Mellini
22.02.2018

IO TE DO’ UN “CREDITO” A TE, TU ME DAI UN VOTO A ME

A tutto dovrebbe esserci un limite. Se non altro quello del ridicolo, che dovrebbe essere la sanzione più severa che la gente, i popoli dovrebbero riservare a chi stoltamente li offende con la propria insolente audacia prevaricatrice.

Sordo ai richiami ed alle proteste che si sono levate contro la sua candidatura, che non ha mancato di sottolineare “nella qualità di Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma” nel modo stesso in cui l’ha annunziata ai “colleghi”, l’avv. Mauro Vaglio pare sia deciso a spremere sino in fondo il limone della sua carica per la sua campagna elettorale di candidato del Partito del Comico dal turpiloquio facile, Grillo. Ognuno, del resto spreme i limoni che ha, bene o male in suo possesso.
E’ arrivata agli Avvocati romani “venerdì 16 febbraio 2018 ore 11,00-14,00 La giornata dell’Orgoglio dell’Avvocatura. Ai partecipanti verranno riconosciuti tre crediti formativi ordinari (???). Per visualizzare la locandina clicca qui”.
Che proprio questo sia il momento in cui l’orgoglio dell’Avvocatura abbia una qualsiasi ragione di esplodere così all’improvviso è cosa che, se non evocasse tristezza e, sconforto farebbe ridere. Un orgoglio, poi, “filtrato” da un Ordine come quello di Roma il cui Consiglio è presieduto da Vaglio è una grottesca sceneggiata!!
Basterebbe, del resto proprio l’evocazione dei “crediti formativi” per rendersi conto quanto in basso, alla mercè di operazioni parassitarie e di avvilenti imposizioni sia ridotta la funzione dell’Avvocato, del Difensore dei diritti dei Cittadini.
E’ il caso di spiegare che cosa sono i “crediti formativi” anche quando non se ne faccia l’abuso che Vaglio non esita a farne in questa occasione.

Una balorda disposizione ha prescritto agli avvocati di frequentare un certo numero di conferenze, a ciascuna delle quali è attribuito un tot numero di “crediti” per curare il loro aggiornamento professionale.
Che ascoltare gli sproloqui di più o meno autorevoli conferenzieri, senza un piano articolato e coerente delle conferenze, concorra a fornire o allargare ed aggiornare la “formazione professionale” di chi ne sia privo o ne scarseggi, è cosa ridicola più che palesemente sbagliata.
Ma i “crediti professionali” sono serviti e servono a realizzare profitti e vantaggi di organizzazioni che subito sono scappate fuori per metterci sopra le mani.
E, poi, se ne è abusato e se ne abusa per attirare avvocati in cavolate per il tempo da perdere. Ricordo che alcuni anni fa ritenni di dover fare la presentazione del mio libro “La giustizia a Roma nei sonetti di G.G. Belli”, organizzata (si fa per dire) dall’Ordine degli Avvocati nell’Aula a Palazzo di Giustizia.
Stava per iniziare la presentazione quando sentii il buon Consigliere dell’Ordine che gentilmente si era adoperato per ospitarci dire: “Abbiamo dimenticato di metterci i crediti, adesso vedo se qualcuno prende i nomi degli avvocati presenti”. Mi sentii i brividi all’idea di essere involontariamente coinvolto in ina simile cavolata (a dir poco). Spero che il “rimedio” non sia stato possibile (in quanto avvocato vecchio io non sono tenuto a tale ridicole pratiche di aggiornamenti, anche se proprio i vecchi ne avrebbero, se fossero una cosa seria, bisogno).
Scusate la parentesi.
Dopo qualche esitazione (perché amareggiarsi la giornata andando a leggere baggianate?) ho “cliccato” (cioè fatto cliccare: sono telematicamente analfabeta!) ed ho visto di che si tratta.
Non è un’iniziativa solo di Vaglio, ma di tutti (credo) gli Ordini degli Avvocati. I quali, ad un dipresso, invocano ciò che è detto un po’ più vagamente nel programma elettorale Cinquestelle di Vaglio. Nientemeno la “centralità della giurisdizione”.

Non credo che riuscirei a spiegare a questi signori che lo “Stato della giurisdizione” è, in buona sostanza, l’opposto dello “Stato di diritto”, perché la giurisdizione è, quando come nel nostro povero Paese deborda e si sostituisce agli altri Poteri dello Stato, una forma di odiosa oligarchia che il diritto se lo inventa a suo piacimento.
Perché, cari, Colleghi tanto poco orgogliosa reticenza a parlare chiaro?
E, poi, i suddetti chiedono che giustizia torni ad essere “oggetto di una adeguata azione legislativa”.
Si direbbe che siano la spalla dei vari Gratteri, Di Matteo e compagni.
Chi presiederà l’”orgoglioso” convegno? Credo il Presidente dell’Ordine di Roma.
Una volta si poteva dire: chi è il presidente dell’Ordine Forense di Roma? – Vittorio Emanuele Orlando… Oggi si dice: Ma chi è questo Vaglio? è…sì…è il presidente dell’Ordine di Roma.
Con l’orgoglio del caso, Vaglio ed altri “orgogliosi”, al pubblico dei beneficiati dei tre crediti formativi ordinari spiegheranno quanto proprio Vaglio ha sostenuto in passato e sosterrà oggi anche (e soprattutto) quale candidato 5 Stelle ubbidiente alle direttive di Grillo e di Di Maio: che bisogna abolire (o giù di lì) i termini di prescrizione. Per assecondare la vocazione storico-archeologica dei magistrati eversori. Ed altre consimili cavolate delle quali dovremmo essere “orgogliosi”.
Avvocati romani! Invece che al teatro Adriano a sentire il Cinquestelluto presidente, andate a pranzo.
Ai Colleghi di altre città un invito a ragionare. E ad informarsi. Anche a costo di dover rinunziare all’orgoglio fasullo presieduto dal giurista grillino.

Mauro Mellini
14.02.2018

Agrigento: sospettato di essere professore universitario

Visto come vanno le cose in Italia con la giustizia che ogni giorno di più diventa la giustizia del sospetto (con sanzioni tra le più pesanti previste per il fatto di essere sospettati), bisogna dire che qualche vantaggio c’è.

Se anche fosse vero che tutti gli uomini nascono uguali (non ci sarebbe da stare troppo allegri visto certi personaggi in circolazione), non a tutti è dato progredire sulla scala sociale, raggiungere posizioni di prestigio, essere proclamati uomini di scienza, colonne della società e della civiltà.

Al mio paese d’origine non c’era mai stato qualcuno che fosse divenuto professore universitario. C’erano una quantità impressionante di maestri elementari (da rifornire tutto l’Alto Lazio). Qualche professore di scuola media. Ora credo che ci siano un po’ meno maestri ed anche professori. Ci saranno professori universitari, visto che le Università nascono come i funghi. Il primo professore universitario, quando l’Università era ancora l’Università, stimato docente nella Facoltà di Veterinaria di Messina e di Portici lo avevo conosciuto da ragazzino, Mario. Come tutti in paese aveva un soprannome: Mario Zuccò. Zuccone. Chi sa perché, visto che fin da piccolo era vivace, simpatico ed intelligente. Ma chi l’avrebbe detto che sarebbe diventato il Prof. Zuccò ordinario di non so quale materia in una Università degli Studi?

Non deve essergli stato facile raggiungere quella prestigiosa posizione e non per il “soprannome” malizioso, ma perché privo di buone “spinte”, nato in un luogo ed in una famiglia lontane dalla scienza e dal potere.

Se diventare professore universitario, anche ora che l’inflazione delle Università e delle Cattedre (specie quelle inutili) ne ha prodotto un certo deprezzamento, è intervenuta una possibilità nuova. Che pare non incontri difficoltà. Una possibilità fino a qualche decennio fa inimmaginabile, inconcepibile: quella di essere sospettati di essere un professore universitario. E non un sospetto qualsiasi per il timore reverenziale che può incutere che so, una barba autorevole, un incedere solenne, una preferenza per abiti severi o sobri di una persona incontrata per strada. Un vero e proprio “sufficiente indizio”. Sufficiente a finire in galera, sia pure per pochi giorni (qualche volta la fortuna aiuta anche chi non è per nulla “audace”).

Queste considerazioni un po’ strampalate mi vengono alla mente avendo ritrovato in mezzo alla confusione delle mie carte, le copie di notiziari di stampa relativa ad un episodio di ordinaria giustizia (tale da considerare per lo stato generale e per le tradizioni radicate nel luogo) avvenuto ad Agrigento, del quale subito avrei voluto scrivere qualcosa.

Passati alcuni giorni le mie considerazioni si sono fatte divagazioni e per di più allarmate e, soprattutto, mi è sembrato ineludibile il dovere di evidenziarne questo nuovissimo rischio che oggi si corre.

Qualcuno dirà che essere sospettato, almeno sospettato di essere un professore universitario, non è un “rischio” ma un’eventualità che molti (gli sciocchi non mancano mai) non vorrebbero di certo evitare anche a costo di sorbirsi la conseguenza di un po’ di “custodia cautelare”.

Veniamo al dunque. A metà dicembre 2015 ad Agrigento il classico “blitz” (lampo) con una “infornata” di 30 persone iscritte nel registro degli indagati e ahimè, sei o sette ordinanze di custodia cosiddetta cautelare. Un’operazione con, tanto di “nome d’arte” (ho sempre definito così le denominazioni di operazioni poliziesco-giudiziarie scimmiottanti quelle di famose operazioni militari) rigorosamente in lingua inglese “Duty Free”.

Si sarebbe trattato di una complessa ed estesa macchinazione di corruzione in ordine a questioni fiscali. Figurando tra gli arrestati un noto uomo d’affari, Campione, l’ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate e un imprenditore, Dario Peretti.

Questi era stato “tirato dentro” il procedimento in quanto ritenuto esponente primario, non so se rettore, professore o presidente del Consiglio di Amministrazione della Università telematica “Unipegaso”, cui si faceva carico di aver falsamente certificato il superamento di due esami da parte di certi impiegati del Fisco. Di tale qualifica universitaria il P.M. riteneva vi fossero indizi “sufficienti”.

Strana espressione contenuta nel codice, perché “sufficienti” indizi che occorrono per mettere in galera qualcuno è una petizione di principio. Pare, anzi che proprio nei confronti dell’indiziato di essere docente o amministratore universitario (ancorché Unipegaso e telematico) il P.M. fosse particolarmente aggressivo.

La storia del “Duty Free” è finita in modo inconsueto, specie quando gli indizi sono del genere di quelli di “essere professore universitario”, processi che, in genere si trascinano più a lungo e tra difficoltà e complicazioni, come se la giustizia si contorcesse per sfuggire alla gravità dei propri errori. Dopo alcuni giorni dall’arresto, il Tribunale del Riesame annullava tutte le ordinanze di custodia cautelare, compresa quella dell’indiziato universitario. Ed alcuni giorni fa il GIP ha assolto quasi tutti gli imputati (tranne un paio cui si faceva carico di reati minori) spogliando Dario Peretti della sgradevole, indiziaria dignità accademica, ancorché Unipegaso e telematica definitamente.

Dico la verità: mi rimane insoddisfatto il dubbio su quello che può rappresentare un indizio di essere un esponente accademico, in professore universitario.

Non certo perché toccato alla mia veneranda età, da tardive speranze di potermi pavoneggiare abusivamente di una qualche dignità accademica, o del relativo sospetto ma proprio per la preoccupazione evitare di essere raggiunto da qualche grave e pericoloso indizio di essere tale.

Sacrificarsi per la scienza va bene, ma passare guai per il fatto che un magistrato “desuma” una appartenenza a quel mondo da chi sa che cosa, è assai meno piacevole.

            Mauro Mellini

15.12.2017

Ma Cosenza non è in Sicilia

La Sicilia, si sa, è Regione Autonoma “a Statuto Speciale”. Tra le sue “specialità” c’è quella di ripetere, rifare con altre parole le leggi dello Stato. Lo Stato ha una “legge anticorruzione”, che non è rappresentata dagli articoli del Codice Penale, ma da norme “in positivo”, quelle che dovrebbero garantire e difendere l’onestà di tutti quanti, con espedienti vari, a cominciare, naturalmente dall’istituzione di una apposita “autorità” con garanti, vice garanti, consulenti ordinari e speciali. Ma anche con trovate che, almeno garantiscono, se non altro, l’umorismo. La Regione Siciliana ha una legge anticorruzione “autonoma” in fatto di umorismo.
Quando anni fa fu approvata quella legge ricordo che, lì per lì, riuscì a farmi fare una bella risata. Uno o più articoli stabiliscono che i portieri dei Palazzi in cui sono siti uffici pubblici, debbono segnalare, non so se alla “Authority” apposita, ai Carabinieri, alla stampa o alle comari del quartiere “l’ingiustificata frequenza di persone non addette ai lavori” negli uffici siti nel Palazzo.
Ma alla risata subentrò l’allarme, il fastidio, la preoccupazione. Ricordavo e ricordo bene quando, sotto il regime fascista, i portieri erano tenuti a “riferire” alle “Autorità di Pubblica Sicurezza” i pettegolezzi del palazzo. C’era anche un “Capo fabbricato” non so però se solo ai fini di una ipotetica “difesa antiaerea”. Roba, insomma che sarebbe stato meglio dimenticare.
Non so se altre Regioni oltre la Sicilia e, magari qualche altra “a Statuto Speciale”, abbiano redatto la loro analoga brava legge anticorruzione. E se, di conseguenza, si debbano guardare con altrettanto timore reverenziale (cioè con diffidenza) i portieri dei palazzi della Campania, del Lazio, della Lombardia, della Sardegna. E della Calabria. Che non è, come è noto, “a Statuto Speciale”, ma è tuttavia terra nella quale molte cose speciali avvengono e si ipotizzano e non solo, come ritengono certi personaggi, la ‘ndrangheta ed altre schifezze, ma anche cose ottime, come la soppressata, la “’nduja” e vi si trovano ottime e care persone.
Così se in un palazzo, poniamo, di Cosenza un “estraneo” va e viene, nessun portinaio è tenuto a correre all’Anticorruzione a fare la sua brava relazione. Al più si spargeranno sussurri di corna e di altre più accettabili legami. Come, da che mondo è mondo, avviene in tutte le regioni “a pettegolezzo ordinario”. Tradizionalmente ad opera delle portiere. Ma, oggi, con ben altri strumenti di pubblicità.
Queste considerazioni, che qualcuno troverà un po’ bislacche e, magari, poco rispettose delle autonomie garantite alla Costituzione, mi venivano suggerite da fatti e consuetudini di cui pare si parli molto a Cosenza, senza che si possano definire pettegolezzi. Solo menti distorte, spiriti deviati e una buona dose di tempo da perdere possono infatti sottolineare la frequenza assidua di un personaggio in un Palazzo pubblico o privato che sia. Che c’è da ridere se, ad esempio, un signore occhialuto con aria un po’ svagata si reca tutti i giorni in un edificio in cui esistono antichi archivi, se, poi, magari si viene a sapere che è uno storico, un erudito che va a compulsare documenti più o meno antichi?
Non parliamo poi dei Palazzi di Giustizia, dove, a parte i magistrati e gli avvocati, tanta gente è costretta a recarsi fin troppo spesso ed inutilmente, senza che sia lecito e sensato lambiccarsi il cervello e cercare di lambiccare quello altrui sui motivi di tale frequenza.
Questo perché a Cosenza, in Calabria, non c’è (spero che non ci sia) la legge siciliana anticorruzione che affida ai portieri la custodia oltre che dei beni materiali, anche della limpidezza dei rapporti tra cittadini e Pubbliche Amministrazioni. Meno male. Perché altrimenti la frequenza assidua in giornate qualsiasi ed in occasioni speciali di un autorevole personaggio, impreziosito dal laticlavio, il sen. Nicola Morra nei locali del Palazzo di Giustizia, avrebbe dovuto essere oggetto di un circostanziato (si fa per dire) rapporto di uno o più portinai dei vari turni.


Che, poi, se la gente ed i giornali si ricorderanno di quella disposizione di autonoma legge (dove c’è) che sembra fatta per fornire argomento di una novella di Vitaliano Brancati redivivo, al marchio infamante di “inquisito”, “indagato”, “raggiunto” da un avviso di garanzia, si finirà per aggiungere quello di “segnalato dal portiere”.
Con tanti guai e vessazioni cui siamo un po’ tutti alle prese, andarsi a preoccupare della ipotetica estensione alla Calabria e ad altre Regioni “normali” dell’elevazione ad “atto dovuto” del pettegolezzo dei portieri (con tutto rispetto della categoria) può sembrare eccessivamente pessimistico e, magari, un po’ pretestuoso.
Ma, proprio perché vittime tutti di tali ipotetiche vessazioni pettegolesche, crediamo di poter segnalare un’altra possibile vittima, padre coscritto come Nicola Morra (che si candida per reiterare la sua esperienza senatoriale). Ne approfittiamo per raccomandare a lui ed ai suoi sodali Cinquestelluti di guardarsi bene da facili entusiasmi per una ulteriore legge anticorruzione che, magari, affidi la custodia della nostra onestà al colpo d’occhio dei portieri. Legge che ho il sospetto (ognuno è preda dei suoi sospetti) si confaccia al pensiero del suo partito.
E, poiché siamo in periodo festivo, ricordiamoci di dare una buona mancia al portiere. Non si sa mai.

Mauro Mellini
04.01.2018

P.S. A parte il ruolo dei portinai e l’istituzionalizzazione dei loro pettegolezzi e magari della rilevanza, in una giustizia del sospetto, dei relativi rapporti istituzionalizzati o no, non sarebbe del tutto fuor di luogo, almeno in attuazione del principio della “par condicio” preelettorale, quantizzare i tempi di permanenza dei candidati negli Uffici Giudiziari. “Par condicio visitatorem”. Che ve ne pare?

C'era una volta il testimone

Non è inutile ripeterlo, visto che c’è tanta gente che non pare lo abbia sentito (e non c’è peggior sordo di quello che non vuol sentire). I principi, le figure dei soggetti, le regole generali del diritto e, specialmente di quello penale e processuale penale, vanno in pezzi, triturati da un modo di affrontare i problemi che fa di ogni questione un mondo a sé e, per lo più una questione del momento, da risolvere avendo presente l’utilità per “la lotta in corso”. La coerenza, chiave dell’armonia di ogni ordinamento e di ogni sistema giuridico, è sempre più evanescente.

Figure un tempo ben definite, la cui funzione era (ed è, cioè, sarebbe) essenziale per il diritto e la giustizia, vanno in pezzi e ciò con la pretesa di “migliorare” ciascuno per suo conto e per le sue specifiche questioni, quei frammenti che vanno così a far parte di un ammasso di rottami di un grottesco anarchismo della giustizia.

C’era una volta il testimone. Figura unica con un’unica definizione e funzione.

Chiunque fosse chiamato a versare la sua conoscenza particolare dei fatti oggetto di un giudizio era (e dovrebbe essere) il testimone.

Indicato e chiamato dall’accusa o dalla difesa, la figura, la funzione, il dovere del testimone non cambia. Al giudice il compito di valutare quanto dal teste versato nel processo, anche attraverso una valutazione della attendibilità del soggetto. Testi, però tutti uguali “in partenza”, nella loro funzione e nel dovere di attenzione e di mancanza di pregiudizio per ciascuno di essi.

Basta un attimo di riflessione. Oramai questa unicità della figura del teste non c’è più.

L’altro giorno, dopo che la Camera aveva votato una legge su un teste “speciale”, figura tratta dalla qualifica attribuita dalla stampa a certi testi “chiave” di vicende assurte al clamore mediatico in altri Paesi, il whistleblowing, leggevo di una dichiarazione del Ministrino della Giustizia, Orlando sulla necessità di una nuova legislazione sui “testimoni di giustizia”.

Basterebbe questo strafalcione per rendersi conto che il sistema si è sfasciato.

Che significa testimoni “di giustizia”?

Che altri che non godono di tale qualifica, sono testimoni di ingiustizia?

C’è dunque una valutazione pregiudiziale (nel senso della scelta di un pregiudizio). La valutazione, la giustizia si fa e si attribuisce prima che il soggetto abbia fatto la sua deposizione.

Che certi testimoni siano per quello che possono, debbono o dovrebbero dire avanti alla giustizia, oggetto di ritorsioni, di minacce ed addirittura di tentativi di soppressione violenta, non c’è dubbio. Che siano quelli e solo quelli che depongono in processi c.d. di mafia non è detto. Nei processi di mafia, un teste a discarico è quasi sempre oggetto di più o meno esplicite minacce di qualche sbirro iperattivo. Ma che possa attribuirsi una speciale qualifica, anche nella denominazione usata da un Ministro, ad alcuni di essi, sia pure i più esposti a minacce e pericolo, è cosa che incide sulla equità del processo.

Ci sono, poi i “collaboratori di giustizia”.

Sono un gradino più su dei “testimoni di giustizia”. Perché sono dei delinquenti “pentiti”. Come tali non solo assumono l’allarmante e discriminante qualifica di “collaboratori”, ma concrete diverse “mansioni”. Si conosce (e bene!) il caso di loro partecipazioni alle indagini e non solo di quelle per i fatti di cui sono stati partecipi.

Sono autorizzati a riferire le “voci correnti”, il “sentito dire”, cosa vietata ai testimoni che non possono vantare precedenti di appartenenza alla criminalità. Una volta era vietata la testimonianza dei complici. Dopo un balletto di contraddittorie, prese di posizione giurisprudenziali e legislative, oggi i complici “pentiti” sono testimoni di pieno diritto. Anzi, dei supertestimoni. Ogni elemento addotto per demolirne l’attendibilità è definito “tentativo di delegittimazione”. Se non è “concorso esterno” poco ci manca.

Ora si aggiunge, questa altra categoria: whistlebowling.

Si può dire che esiste ancora la figura del testimone? Intanto bisognerebbe aggiungere l’aggettivo “comune”. Comunemente dileggiati e considerati un po’ banali e fastidiosi.

Quando ero un ragazzo sentivo i contadini che si gloriavano di appartenere a famiglie integerrime: “Noi con la giustizia nun c’avemo mai avuto a che fa’. Manco come testimoni”.

Quanta saggezza e preveggenza!!!

                  Mauro Mellini

20.11.2017

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