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Politica interna

Politica e giustizia

Sono persino diventati garantisti

Sono davvero diventati garantisti? Gente che aveva fatto parte del coro di osanna alle mattanze giudiziari e “aperto un credito illimitato” ai magistrati e al loro partito, ora compunti recitano litanie garantiste, magari un po’ impacciate, come capita a chi ha poca pratica di quello che fa.

E soprattutto la paura (si dice: la paura fa novanta) del confronto elettorale con i Cinquestelle a determinare questa conversione. Ma c’è sicuramente dell’altro. Il giustizialismo è in crisi.

Anche l’ultrarenziano Cerasa, direttore de Il Foglio, nota e sottolinea questa conversione improvvisa ed un po’ goffa ed esprime quel senso tra il compiaciuto ed il seccato di chi garantista lo è stato, mentre quelli (quelli, soprattutto del P.D., osannavano all’uso politico della giustizia, imponendo a sé stessi ed agli altri di ignorare ogni esorbitanza e prevaricazione.

Meglio sarebbe parlare di “garantismo peloso” o d’occasione.

Il fatto è che come in altri casi della storia, “la rivoluzione mangia i suoi figli”.

Ed anche quella giudiziario-giustizialista.

Hanno paura dei Cinquestelle, che sono il prodotto, la caricatura del loro stesso atteggiamento nei confronti della scesa in campo politico dei magistrati, dell’oramai lontano 1992 e della loro sudditanza parassitaria nei confronti di questo inconfessabile partito.

Certo è che, mentre i Cinquestelle, gli adoratori delle mattanze giudiziarie, espressione di un deficit culturale che li accende di un fanatismo autolesionista, quelli di Renzi e del P.D. (e non solo) abituati a “godere” della discriminazione prodotta dal crescente intervento della giurisdizione penale, coprono il loro disagio e le loro preoccupazioni mettendo sotto accusa l’estremismo dei Grillini e ne sottolineano i contrasti e sperano così di riguadagnare terreno contro questo Movimento “uscito da una loro costola”.

Ma il giustizialismo è in crisi, come dicevamo, anche per altri versi. Intanto c’è la questione dello sciacallaggio, prevaricatorio ideologico ed affarista, dell’Antimafia che ha superato il limite di tollerabilità ed è venuto allo scoperto. Non bastano le cerimonie e i convegni ad impedire che la Sicilia tenda a spegnere e rigettare la “rivoluzione giudiziaria”, essendo tra l’altro oramai dimostrata ampiamente l’incapacità di Renzi, a far ciò ed anche la sua assoluta mancanza di volontà di “imbrigliare” il Partito dei Magistrati e la sua invadenza oltre che il suo atteggiamento sostanzialmente ed insaziabile ed inesauribile carattere eversivo. 

Ciò mentre autentici sciacalli dell’industria antimafiosa cominciano ad essere individuati ed, in qualche caso e misura, colpiti.

La Sicilia è, come diceva Sciascia, la metafora delle situazioni proprie anche di altre parti d’Italia.

E poi ci sono i tanti casi si amministratori P.D. colpiti dai magistrati.

Renzi, cui la prosopopea e la sua grande sopravalutazione di sé stesso, hanno fatto un brutto scherzo, aveva proclamato che il referendum costituzionale sarebbe stato come un plebiscito sulla sua persona ed il suo ruolo politico. Oggi ha capito che questo è il modo per perderlo. E di andare davvero a casa.

Magari, intanto è prematuro e, forse poco realistico, attendersi che la stessa opposizione interna del suo partito, che egli ha avvilito e spregiato più che battuto e vinto, rialzi realmente la testa contro il personalismo renziano. Ma quantomeno velleità in tal senso cominciano (e continuano) a divenire reali, 

Qualcuno comincia a rendersi conto che la corruzione si vince solo rendendo più semplice e realmente trasparenti gli ingranaggi della vita amministrativa del Paese e con una nuova selezione della classe dirigente, specie locale che sia dotata di reali capacità tecniche, gente che il giustizialismo di moda tiene lontani dagli impegni pubblici.

Ma è lo stesso renzismo, che, in buona sostanza è il prodotto di decenni di politica delegata ai magistrati, che è in crisi ed ha perso smalto. Il “nuovo” di Renzi comincia ad essere oggetto di insofferenza per la sua vacuità, per il suo pressapochismo che, mentre il P.D. è assetato di potere e vuole diventare il partito dispensatore e regolatore, tra l’altro, delle funzioni e dello spazio per alcune minuscole formazioni satelliti. Renzi, che voleva, in buona sostanza, fare il Napoleone, rischia di essere travolto da un rivoluzione che non è in grado di dominare.

Non è, però, ora e qui che vogliamo fare un’analisi generale della situazione politica italiana, in cui la crisi del renzismo, con lo strumentale attacco ai Cinquestelle, con il quale il P.D. cerca quel recupero di forze e di credibilità che, in parte, è oramai all’ordine del giorno.

Di tale dibattersi di Renzi e dei suoi per tornare a galla quel che oggi vogliamo esaminare è la “scoperta” del garantismo, sia pure in funzione antiCinquestelle.

E’ tale “funzione” a determinare, da una parte, la scarsa credibilità e la precarietà di tale atteggiamento e, dall’altra, a far sì che, se anche almeno le tracce e le ricadute del neogarantismo non sono destinate ad essere presto cancellate ed a scomparire, Renzi non ha la minima possibilità di un qualche successo in tale questione. Senza la presa d’atto esplicita e la presa di coscienza dell’esistenza di un Partito dei Magistrati e delle deformazioni che esso ha ottenuto dell’ordinamento giuridico che ne hanno a dismisura aumentato il potere, non basta certo che Renzi dica ai magistrati “grazie, non abbiamo più bisogno di voi, ritornate a fare quel che i magistrati devono fare”, né Renzi né alcun altro possono pensare di venir a capo del giustizialismo e di rafforzare il garantismo per tutti i cittadini, senza fare di ciò il pernio centrale  della politica.

“Garantismo peloso”, dunque. Un ulteriore equivoco, se non una truffa, con il quale non si va da nessuna parte.

Mauro Mellini

18.05.2016

Lodi, Livorno, P.D.M. di ritorno

Dopo Lodi, Livorno. Via via si snoda il rosario dei Sindaci e degli Amministratori incriminati, arrestati.

Casi, come è ovvio, tutti diversi l’uno dall’altro. Casi in cui, peraltro, c’è sempre qualcosa in comune: una tendenza dei magistrati ad esagerare l’”evidenza” delle prove, la portata di illeciti veri o presunti, il ricorrere ad incaute misure cautelari.

Ed è comune a questi casi così diversi il commento, la reazione di tutti e di ciascuna delle forze politiche. O quasi.

E’ demenziale l’atteggiamento dell’esponente cinquestelluto, Di Maio che pare sia andato a Lodi per perorare nientemeno che le dimissioni del Sindaco oggetto di uno dei più spropositati casi di abuso delle manette nei confronti di Pubblici Amministratori.

Ma è demenziale (e sotto certi profili potrebbe esserlo ancora di più) la dichiarazione della “costituzionalista” etrusca Boschi che ha sostenuto che Di Maio dovrebbe chiedere al Sindaco di Livorno grillino, Nogarin “raggiunto” (uno sproposito lessicale che, come molti spropositi, coglie, nel caso, nel segno) da un avviso di garanzia per una indagine relativa alla bancarotta della locale società a capitale comunale di gestione dei rifiuti urbani, bancarotta maturata (indisturbata) sotto la precedente amministrazione del P.D. e che egli stesso aveva deciso di sottoporre alla misura giudiziaria conseguente al dissesto.

C’è una pericolosa tendenza a fare della stupida demagogia in base al “dato obiettivo” di un semplice coinvolgimento in una inchiesta giudiziaria, una vera corsa al linciaggio di chiunque possa incorrervi, “a prescindere” dal fatto che, magari, nel caso, lo scandalo sia proprio quello del coinvolgimento quello di chi non c’entra affatto e pure (caso Lodi) del suo arresto.

Le folle che a Parigi “si godevano” lo spettacolo della ghigliottina erano espressione del terrore quanto e più i processi e le sentenze spicciative del Tribunale Rivoluzionario e del potere di Robespierre.

Così da noi alle gesta manifestamente indirizzate a sostituirsi ad ogni altro potere dello Stato ed a mortificarlo, di cui il Partito dei Magistrati ci offre una nuova ondata, si aggiunge l’atteggiamento per più versi insopportabile di una tifoseria dell’abuso giudiziario, rappresentata (ma non esclusivamente) dei Cinquestelluti.

Non saremo tra quelli che, di fronte ad episodi di prevaricazioni giudiziarie che cominciano ad investire il partito di Grillo diremo “ben gli sta, così imparano”. Anche questo è un atteggiamento insopportabile e stupido.

Se non esprimiamo (ancora) solidarietà al Sindaco di Livorno Nogarin, è solo perché l’avviso di garanzia, di per sé e nell’uso per il quale è stato previsto dalla legge, è solo una garanzia per chi potrebbe ricevere pregiudizio da un’inchiesta giudiziaria, da lui persino ignorata, anche se, invece, ha finito per essere considerato (ed usato!!) come una dichiarazione di intento persecutorio ed un principio di attuazione dello “jus sputtanandi”, arma pericolosa nelle mani di certi magistrati.

Non esitiamo a dire che motivi di allarme ce ne sono anche nel “caso Livorno”, in cui è evidente che la bancarotta della società appartenente al Comune è andata maturando sotto la precedente amministrazione P.D. e che Nogarin può aver compiuto errori nel tentativo di fronteggiarla, non certo può aver “concorso” nel determinarla o aggravarla.

Cercheremo di seguire questa vicenda e non mancheremo di sostenere le ragioni di Nogarin contro ogni generalizzazione, con rivalse e tentativi, magari, di far passare il “principio” (!!!) che i Cinquestelle “sono come tutti gli altri”.

Chi ritiene che questo sia il criterio con il quale si combatte malaffare e corruzione è, oltre che uno stupido, una persona pericolosa.

Detto tutto questo torniamo “al dunque”.

Il Partito dei Magistrati sembra oggi scatenato a riaffermare il suo ruolo politico, la sua “supplenza” rispetto agli altri poteri dello Stato. E’ disorientato nelle scelte della direzione prevalente in cui muoversi. E’ esso stesso sconcertato di fronte alla varietà politica delle vittime di certe sue esagerazioni e prevaricazioni.

Ma è compatto nel voler conservare tutto il potere, tutti gli strumenti sconsideratamente messi nelle sue mani dai beneficiari delle sue imprese fin dall’epoca di “Mani Pulite” e dalle stesse vittime, preoccupate di dimostrare la “fiducia” nella magistratura.

Ne parleremo ancora.

Mauro Mellini

09.05.2016

Solidarietà al sindaco di Lodi

Io non sono uno di quelli che dicono “con tutto il rispetto dovuto alla magistratura e per quello che sarà l’esito del processo, non posso non esprimere perplessità davanti a casi come quello dell’arresto del Sindaco di Lodi”.

La magistratura deve essere rispettata quando se lo merita e non quando fa cazzate.

Il diritto: quello "comodo" per i P.M.

Le dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, rese, non a caso, al “Fatto” quotidiano, cui abbiamo fatto cenno in un articolo di ieri definendole “arroganti”, debbono essere lette e meditate con attenzione.
Vi sono in esse, espressi con ammirevole sincerità, alcuni principi che sono l’essenza stessa dello stravolgimento del diritto nonché delle prevaricazioni del ruolo dei giudici e della magistratura requirente.
L’intervista al giornale “amico” del P.d.M. è stata, come sempre quelle del genere, una lamentela ed un “atto d’accusa” contro la classe politica perché “non collabora”, così, si direbbe, da non meritare gli sconti di pena per i pentiti. Non collabora e, dice Roberti, concorre al dilagare della corruzione, non ottemperando alle richieste “sane” delle Procure di dare un nuovo assetto, anzitutto, all’istituto della prescrizione.
Troppi reati vanno in prescrizione. Perché i magistrati non li perseguono e giudicano in tempo? Nossignori! tuona il Procurator Nazionale. Perché i politici, i Parlamentari, complici della delinquenza dei “colletti bianchi”, non adeguano i tempi della prescrizione a quelli del lavoro dei giudici.
La “prescrizione” è quell’istituto giuridico per il quale il reato, la sua perseguibilità, si “estinguono” per il passare di un periodo di tempo, proporzionato alla gravità del reato stesso. Istituto penalistico analogo a quello del diritto civile, che prevede l’estinzione dell’esigibilità dei debiti e di altro sempre per l’inutile passaggio del tempo.
Senza la “prescrizione” un’inchiesta per l’assassinio di Giulio Cesare non potrebbe estinguersi che per accertata “morte dei rei”, col rischio, magari, che la mancanza di un certificato di morte di Bruto, o di un altro dei congiurati, blocchi tale possibilità. Scherzi a parte, occorre dire che, vigenti tutti i codici di prima e di dopo l’Unità, la prescrizione non ha dato luogo ad inconvenienti. Ma negli ultimi anni della Prima Repubblica sono cominciate lamentele dei magistrati italiani infastiditi dal fatto che i termini di prescrizione “troncassero” il loro lavoro. Così è cominciato un balletto di proposte, di modifiche, “allungamenti”, e, poi ancora di altre modifiche dei casi di sospensione e di interruzione. La più bizzarra di tali “trovate” è stata quella di prevedere la sospensione della prescrizione nel tempo necessario per espletare una eventuale perizia psichiatrica. La logica (si fa per dire) di tale prelibatezza giuridica è evidente: “dite che siete matti? Bene, beccatevi un processo più lungo, così imparate!”
Ora il nostro Procurator Nazionale Roberti ha la soluzione della questione la quale, cosa scandalosa secondo lui, è determinata dal fatto che la legge, saggia perché fondata su un dato incontestabile dell’esistenza umana: il decorso del tempo, che tutto copre e tutto cancella, debba però essere applicata.
Perché, secondo Roberti, che sia previsto la prescrizione può andare anche bene, ma che addirittura debba essere applicata è uno scandalo.
A parte il fatto, direi, che c’è anche qualche magistrato che si vale della prescrizione per sputtanare qualcuno che gli sta sullo stomaco, senza bisogno di dover andare per il sottile con prove e questioni di diritto (non faccio i nomi, così per querelarmi dovranno tirare a sorte per vedere a chi spetta): l’accusato “se la è cavata con la prescrizione”. Lo scopo è raggiunto.
La logica (si fa per dire) del Roberti-pensiero sembrerebbe comportare che la sua proposta, la sua ingiunzione al Parlamento, sia quella di abolire il nefando istituto.
Ma Roberti non ama rompere con la tradizione, suggerire brutali cambiamenti. Ed allora? Allora è semplice: fare finta che non sia la “vecchiaia” di un delitto a comportare l’estinzione per amnistia, ma, invece, la “vecchiaia” del processo. Che cos’è un delitto? È, in fondo, il pretesto per un processo. “Vecchio” il processo, obsoleto e “prescritto” il delitto. Il delitto, in sé, quale che ne sia la gravità, per Roberti non “invecchia” mai.
Propone dunque che la prescrizione non decorra che dal momento in cui il fatto delittuoso è portato a conoscenza del P.M. (quindi l’esempio dell’assassinio di Giulio Cesare era azzeccato: alla Procura di Roma non vi è traccia di una denunzia, rapporto, istanza al riguardo, si può ancora procedere!) e pure si potrebbe per un furto avvenuto nel Medioevo. E poi: una volta che il P.M. richiede il giudizio a carico dell’indagato, la prescrizione non deve più decorrere.
Si direbbe che a prescriversi sia, dunque, il P.M., non il reato, ma forse qualcuno ci troverebbe a ridire.


E poi c’è chi mette in dubbio che l’Italia sia la culla del diritto!!
27.04.2016
Mauro Mellini

Partito dei Magistrati: riaffiora l'estremismo

Il malessere che serpeggia dalle parti del Governo Renzi, la prospettiva di una batosta definitiva al Referendum Costituzionale, hanno fatto rialzare la cresta a quella parte del Partito dei Magistrati che aveva accettato un ruolo di supporto al “Partito della Nazione”, analogo a quello che, alle origini, Magistratura Democratica, che del P.d.M. è la madre o la madrina, aveva con il P.C.I. e la Sinistra negli ultimi anni della Prima Repubblica.

Le parole di Davigo, ora presidente dell’A.N.M., già “Dottor Sottile” del Pool un po’ grossolano e “molisano” di Mani Pulite, con le quali, assai poco sottilmente, “scomunica” l’attuale classe dirigente (“i politici oggi non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi”) non sono una semplice battura infelice: sono il segnale di una virata di bordo rispetto ad un atteggiamento “comprensivo”, anche se non comportano un allineamento di tutta la Magistratura Associata e del quasi coincidente Partito dei Magistrati, con l’ala oltranzista, ed anzitutto con la “scheggia impazzita”, sostanzialmente eversiva di Palermo e dintorni, e poi, con  Lombardo (RC), (Gratteri, peraltro “Ministro Aggiunto” a Via Arenula, badante del povero Orlando) e De Magistris, Sindaco di Napoli. E da ultimo il Procuratore Antimafia Roberti, con la sua intervista arrogante e provocatoria.

Il piuttosto grossolano “Dottor Sottile” avrebbe potuto usare quella frase (che poi si è malamente “rimangiata”) come premessa di un “mea culpa” suo personale, in quanto autorevole componente “ideologo” del Pool di Mani Pulite. Il “mea culpa” che ha fatto Borrelli, riconoscendo, allo stesso tempo, il carattere politico ed eversivo di quella operazione ed il suo disastroso risultato, consistente nell’aver fatto fuori un’intera classe dirigente, impedendo un naturale e positivo ricambio generazionale.

A sostenere la frase (quella originaria, non quella “edulcorata”) di Davigo, si è mossa la crème dell’oltranzismo pangiudiziario, quello di Destra e quello fuori della Magistratura. Quest’ultimo circoscritto, in pratica ai poveri “Cinquestelluti” che da sempre si sono presentati come i “peones” del P.d.M.

A reagire, negativamente, in modo oramai da lungo tempo inconsueto, è stata anche parte dello schieramento governativo. Anche questo si spiega con l’incidenza che la partita del referendum costituzionale di ottobre, con il suo carattere indiscutibilmente essenziale per la sorte del regime etrusco-renziano, già fa sentire in molti aspetti della vita del Paese. E’ fin troppo evidente perché possa sfuggire ad un opaco furbastro come Renzi e come la gran parte dei suoi, che il Paese è arrivato a comprendere l’intollerabilità prevaricatrice del ruolo politico, sociale ed economico che la magistratura esercita nel Paese. Lo ha capito Alfano, che per tanti anni Ministro della Giustizia di Berlusconi, ha svolto la funzione di “pompiere” nei confronti dei conati del Cavaliere di affrontare la questione giustizia come il più acuto e complesso scontro politico-istituzionale. Ora che la sua rete di “servizi al potere” in Sicilia e altrove rischia di grosso, Alfano  ricorda quello che mai aveva osato mostrar di capire ed aveva sperato che altri non capisse in passato: “i magistrati devono combattere i crimini, non i governi”.

Meglio tardi che mai. Ma ricordiamoci che dalla “questione giustizia” o quel che si vuol far passare per tale, verranno le più grosse novità ad ottobre.

26.04.2016Mauro Mellini

Bancarotta Sicilia. E Crocetta?

Due Presidenti della Regione Sicilia deposti dalla Magistratura. Uno tenuto in galera per cinque anni perché in caso di un indagato si era intesa una parola con una A ed un O: “evidentemente” Cuffaro.

Poi è venuto Crocetta. La Magistratura non lo ha né processato né messo in galera. Quando (a suo dire) stava per suicidarsi, con prontezza la Procura ha fatto una dichiarazione che lo ha convinto di non aver fatto quella telefonata a Tutino in cui si sarebbe “parlato male” oltre che della assessore Borsellino, anche del Padre, assassinato dalla mafia. 

Così Crocetta ha potuto completare l’opera di messa in bancarotta della Sicilia.

In galera non lo hanno messo finora e non lo metteranno poi, quando la bancarotta sarà dichiarata ufficialmente. In galera c’è stato messo Cuffaro e forse ci andrà pure Lombardo.

È di ieri sera la notizia che con il 16 aprile l’ultimo centesimo degli 850 mila euro stanziati per le riserve naturali Siciliane sarà esaurito. Le riserve, sono diciotto, chiuderanno. Cioè rimarranno aperte al brocheraggio, al vandalismo, alle speculazioni e chi sa cos’altro.

La bancarotta è la bancarotta, si dirà e, prima o poi tutto ciò doveva accadere. Certo, con Crocetta – e non solo con Crocetta – doveva accadere.

Ma guardate un po’: i “fondi per le riserve naturali”, stanziate per il 2016, pare che fossero 859.000 euro. Quindi doveva accadere presto, prima che tanti per altri servizi accada altrettanto.

Ora Crocetta, il Presidente che la Magistratura non ha “deposto”, ma ha addirittura salvato dal suicidio, “rivoluzionario”, “di sinistra”, “superantimafioso” è anche, figuriamoci, un “ecologista”.

Categoria che in Sicilia, ad onor del vero, di personaggio ne ha dati anche di peggio. Per le Riserve Naturali il suo governo ha stanziato 859.00 euro per tutto il 2016.

Per il suo amico e sostenitore (e sostenuto) Antonino Ingroia, che anche senza i soldi della Regione non rischiava e non rischia affatto di chiudere nemmeno il suo studio di avvocato (frettolosamente aperto dopo aver lasciato la Magistratura per candidarsi a Presidente del Consiglio) le cifre a carico della Regione non sono 859.000 euro, ma molte volte tanto.

Nominato liquidatore di “Sicilia e servizi” Ingroia l’ha invece, consenziente Crocetta, rimessa in piedi, divenendone amministratore delegato. Non so quanto percepisca all’anno per tale carica, certo non si tratta di spiccioli. Ma in pochissimo tempo quella società a capitale regionale ne ha viste di cotte e di crude: la Corte dei Conti ha elevato a carico di Ingroia e Crocetta un addebito di due milioni di euro per danno erariale (regionale).

Si tratta di una enorme “infornata di asserzioni, per la quale la selezione fu effettuata ad assunzione avvenuta”. Con spese conseguenti rovinose.

Cifra che da sola sarebbe bastata a sostenere l’onere regionale delle Riserve Naturali per tutto l’anno. Ma presumibilmente naturale è pure l’onere per la regione dell’indennità per cotanto amministratore, oramai in carica da anni. A questa si deve aggiungere l’indennità che l’ex P.M. percepisce quale commissario della provincia di Trapani.

Emolumenti evidentemente “riservati”. Ci sono “riserve” e riserve.

Crocetta dopo aver addirittura cercato lo scontro con Renzi, oggi vive in pace (si fa per dire) con il P.D. e con il Governo Nazionale.

Miracoli del “Partito della Nazione e di quello dei Magistrati”.

15 aprile 2016

Mauro Mellini

Renzi alla mercé del Partito dei Magistrati

Renzi può dirsi sicuro del voto di fiducia del Parlamento sulla questione degli affari cuor-petrolieri della sua ministra Guidi (e di altri). Può anzi approfittare di questa brutta faccenda per farsi beffe ed umiliare ancora una volta la minoranza del suo partito, il PD.
Ma credo che mai, come in questo momento, Renzi cominci a sentire il peso soffocante della tutela del Partito dei Magistrati.
Un’altra “fuga di notizie” ed un’altra bordata di misure cautelari, che non fosse rimandata a dopo il voto, renderebbe, ad esempio, molto difficile la sua posizione.
Ma ciò che più conta in queste contingenze è il fatto ormai evidente che Renzi ed il PD sono, nei confronti del Partito dei Magistrati, assai più deboli di quanto non lo fosse Berlusconi, anche se ciò può essere reso meno evidente dal fatto che con Berlusconi il PdM era in guerra e con Renzi era allora e formalmente anche oggi alleato.
Renzi ed il PD sono al Governo ed hanno una maggioranza solo grazie al “lavoro” del PdM ed alla manifesta propensione verso un atteggiamento più o meno di sinistra, che questo da tempo dimostra. Ma, soprattutto, Renzi, un po’ per ignoranza e un po’ per mancanza di una cultura liberale e del senso dello Stato e della divisione dei poteri, oltre che per una sua manifesta esigenza di fare concorrenza piatta e becera ai “cinquestelluti” (che dei Magistrati sono oggi la claque), si è privato degli strumenti politici e costituzionali, che gli consentano di tentar di porre un confine netto ed un argine valido all’invadenza del potere giudiziario sul potere legislativo ed esecutivo.
Non ho, come quasi tutti quelli che ne parlano, una esatta informazione sull’impianto accusatorio dell’inchiesta lucana sul petrolio.
So che si parla dell’art. 346 bis c.p., uno dei pasticci stravolgenti l’architettura del Codice Penale e dei principi costituzionali, espressione di una confusione tra censura politica e repressione penale. Ho l’impressione che i magistrati lucani vogliano indagare sulla “liceità penale” dell’ormai famoso emendamento, infischiandosene dell’incensurabilità delle funzioni parlamentari.
Il prezioso parere che Giuliano Vassalli espresse da Presidente della Giunta delle autorizzazioni a procedere sulla perseguibilità dei parlamentari, anche in presenza di condotte altrimenti qualificabili come di corruzione passiva (caso Felici), è cosa dimenticata se non demonizzata, avendola dovuta superare per fottere Berlusconi.
Ma oggi la Sinistra, il PD, che nel nome della “doverosa persecuzione” di Berlusconi ha voluto abbattere tutte le salvaguardie di un sistema costituzionale, che aveva un certo equilibrio dei poteri, è moralmente e giuridicamente (inteso, almeno, il diritto come dato vivente e rispettato) disarmata di fronte ad ogni possibile prevaricazione della magistratura.
Questa vicenda politico giudiziaria darà materia abbondante per constatare e confermare tutto ciò. Non siamo ancora al “chi di verbali ferisce di verbali perisce”, ma ormai solo gli ottusi o quelli in mala fede potranno ignorare questa anomala situazione italiana.
Il Partito dei Magistrati, del resto, è esso stesso una componente essenziale del Partito della Nazione, ne integra il sistema e condiziona il potere renziano. Una pesante ipoteca.
Tutto ciò vale a far confusione sulla vera essenza e gravità del “caso Guidi-Sindustria” etc.
L’affarismo che coinvolge il “nocciolo etrusco”, ma anche tutto il giovanilismo retorico e di scena del renzismo, i suoi collegamenti con altre piaghe, quali l’oramai sgangherata mafia dell’antimafia etc etc, non hanno –cioè non dovrebbero avere- bisogno di un suggello giudiziario per essere fatti oggetto di pesante censura politica, che imponga al “Partito della Nazione” di gettare la maschera. Renzi supererà anche lo scazzo con i magistrati, cui peraltro troppo deve e dai quali troppo ha da temere.
E’ la politica la ragione. Sono i principi di libertà e la loro etica che debbono farci uscire da questa melma, salvando il Paese e le sue Istituzioni.
Se ci crediamo, avremo i mezzi per realizzarlo.
7 aprile 2016
Mauro Mellini

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