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Politica interna

Politica e giustizia

Segreti della carriera dei Magistrati "in politica"

Molti magistrati, “entrati in politica”, vi stanno facendo un’ottima carriera. A fronte di un Tonino Di Pietro, che dopo le glorie degli scorsi anni ha fatto un brutto cascatone, pare che gli altri vadano a gonfie vele.

In questi giorni, di fronte a queste brillanti carriere (ultima quella di Emiliano) ci si è ricordati che questi signori, mentre “progrediscono” ai vertici della politica, non avendo abbandonato la magistratura, ma passati solo “temporaneamente fuori ruolo” (si fa per dire: c’è chi ci resta per sempre, chi ci sta da decenni…) fanno carriera anche come magistrati. “Progrediscono” ai vari livelli, fino ai massimi.

In Magistratura, ce lo ricordano spesso, non ci sono “gradi”, ma “livelli” che vanno da Uditore a Magistrato di Cassazione idoneo alle funzioni superiori (Pres. di Sez. di Cass.).

I magistrati si incavolano quando si dice che la “progressione” ai livelli superiori è automatica. Niente affatto, spiegano: dopo tot anni in un livello, debbono essere “valutati” per essere collocati in quello superiore. Esatto. Solo che la “valutazione” è come i sigari di Vittorio Emanuele II: non si nega a nessuno. Quindi, neanche a quelli “fuori ruolo”. Anzi, per loro c’è solo un procedimento un po’ diverso.

Per quelli “in ruolo”, maturato il periodo di permanenza in un livello, il “Consiglio Giudiziario Distrettuale” dei Magistrati, esistente presso ogni Corte d’Appello, emette una “relazione” con un giudizio di “idoneità” al livello superiore. (Per quelli della Cassazione è l’analogo organo presso la Corte). Tale relazione passa al Consiglio Superiore della Magistratura che, in base ad esso, emette il provvedimento di “passaggio” al livello superiore. Chiaro? Anche troppo.

Poiché la legge prevede che vi sia un certo numero di magistrati “fuori ruolo” addetti con funzioni amministrative direttive al Ministero della Giustizia (un sistema molto discutibile) essa specifica che per questi magistrati la relazione valutativa la fa il Consiglio di Amministrazione del Ministero di Via Arenula.

Ma di magistrati “fuori ruolo” ve ne sono oggi a bizzeffe. Negli uffici legislativi dei vari Ministeri, presso le “Autority” etc. Per ognuno è trovato qualcuno che faccia una bella “relazione valutativa”.

E, poi, - ora ci siamo, ci sono i magistrati “fuori ruolo” perché eletti a cariche pubbliche. E, già, perché anche questi “fuori ruolo” “progrediscono”.

Chi fa la relazione “valutativa” dei magistrati-deputati, dei “magistrati senatori”?

Non ci crederete! (sbagliate: in Italia nulla è incredibile, solo che alle cose più ovvie è meglio non crederci troppo). Da “magistrato di Tribunali” si può diventare il Consigliere di Cassazione idoneo alle funzioni superiori con l’”esperienza” non di giudice o P.M., ma quella del mandato parlamentare. Per poi godersi, alla fine, pensione, adeguata al “livello”.

A fare le “relazioni” per la progressione, poniamo, di Anna Finocchiaro (che oramai credo sia progredita fino al massimo…) è stato l’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati. Che non ha “valutato” Anna come un’ottima deputata (del resto il Parlamentare è…insindacabile) ma un’ottima, o, almeno normale magistrata. Il che fa un po’ ridere: il buon magistrato sarebbe quello…che non fa il magistrato. Almeno se trova da far altro.

Io non so chi ha potuto fare la (o le) “relazioni valutative” di Emiliano, Sindaco di Bari e, poi, Presidente della Regione Puglia. Forse la Giunta…forse l’Ufficio Personale…

So però (e mi pare di averne già scritto) che ci fu un caso emblematico, grottesco.

E’ il caso di Enrico Ferri, magistrato “capocorrente” nell’A.N.M., che fu nominato Ministro dei Lavori Pubblici in quota P.S.D.I. Il caso volle che mentre era in tale carica venisse a “maturare” il tempo per il “passaggio” dal livello di Consigliere d’Appello a quello di Consigliere di Cassazione.

Ferri era ministro, ma non deputato né senatore. Chi dunque doveva fare la relazione valutativa?

Forse il Presidente del Consiglio? Non so se fu interpellato (era De Mita). Certo è che Ferri tagliò corto: la relazione se le fece da sé. Positiva, naturalmente.

Si descrisse come un ministro con i fiocchi, compilatore di leggi e di regolamenti di alto valore giuridico. E, naturalmente, il C.S.M. in base ad essa, lo “collocò al livello superiore”. 

Ottimo sistema! La “trovata” di Ferri, che credo abbia fatto scuola, dato che il numero dei “magistrati in politica” è da allora assai aumentato, è, del resto, coerente con il principio fondamentale del potere delle Toghe, che è quello della “autorefenzialità”. 

Charitas incipit a semet ipso” diceva Sant’Agostino

C’è sempre da imparare.

                                                                  Mauro Mellini 

27.02.2017

Il Presidente lavora di fantasia

Non ho mai considerato l’elezione a Presidente del Senato (2° carica dello Stato) di Pietro Grasso una scelta felice, né ho avuto mai ragione di ricredermi per un giudizio che poteva risentire troppo del fulmineo passaggio di Grasso dalla Magistratura alla Politica e di un’elezione a Presidente dell’”ultimo arrivato” in Parlamento.
Grasso è stato coerente più con la politica di chi ne ha determinato la nomina nella sua nuova carriera, che dell’Istituzione che era stato così fortuitamente chiamato a presiedere. Nella non breve vicenda della cosiddetta riforma costituzionale che, più che declassare il Senato ne riduceva il ruolo ad una sorta di caricatura e di messa “dietro la lavagna”, Grasso non mi pare che abbia mosso un dito per evitare lo scempio, per difendere almeno la dignità formale del Ramo del Parlamento di cui, bene o male era presidente. Né mi pare che abbia speso un po’ dell’autorità che dovrebbe competergli come giurista per evitare, almeno, che al danno della rottamazione si aggiungessero le beffe di formulazioni giuridicamente inconcepibili della “nuova” Costituzione. E’ finita come è finita, grazie alla saggezza del Popolo Italiano. Credo che Grasso, per l’atteggiamento sempre filogovernativo tenuto nelle discussioni in Senato, debba collocarsi tra i più esposti per le responsabilità assunte e, quindi, per la lezione ricevuta.
Riflettevo su tutto ciò leggendo di una intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera. Non sulla riforma bocciata, ma sulle vicende palermitane di mafia, delle quali Grasso si era occupato prima di essere “trasferito” al Senato.
“Si intuisce” dichiara la Seconda Autorità dello Stato, “che la mafia possa essere stata il braccio armato di altri interessi…di entità deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali…”.

Un magistrato, specie se giudicante, dovrebbe andarci piano con le “intuizioni”. Il Presidente del Senato che abbia un minimo di coscienza e di rispetto per il proprio ruolo e le proprie funzioni, dovrebbe guardarsi bene dall’esternare “intuizioni” addirittura su “deviazioni” di istituzioni pubbliche. Ma non sembra che Grasso se ne renda conto. Ammette che “purtroppo però non è stato possibile trovare le prove”. In parole povere: ammetto di aver parlato a vanvera e di considerare le prove non ciò che è necessario per considerare vero un fatto e poterne parlare con il peso dell’autorità, ma l’”accessorio” della verità, tale perché “intuita”.
Si può dire che sia una tipica espressione dei concetti di giustizia “all’italiana”, giustizia di “lotta”, di parte e di partito.
E’ grave che un magistrato rompa la riservatezza che dovrebbe caratterizzarne il costume ed il ruolo per parlare in questi termini. Assai più grave è che così si esprima il Presidente del Senato che, si rifà a chi? ai pentiti: “molti pentiti”, aggiunge infatti, hanno fatto questo tipo di riflessioni (che certi omicidi eccellenti danneggiassero più che servissero gli interessi di “Cosa Nostra”) senza poter andare più in là”.
La coincidenza delle riflessioni della Seconda Autorità dello Stato con quelle dei Pentiti, cui essa si rifà, è significativa. Del resto, se i pentiti non sono “potuti andare più in là” il Sig. Presidente del Senato più in là c’è andato: con la sua intervista. E con una riprovevole disinvoltura.

Mauro Mellini
31.01.2017

Controrelazione sulla coltivazione dei pentiti

Ho tra le mani il “doc. XCI n. 7” della Camera dei Deputati. Si tratta della Relazione, che dovrebbe essere semestrale, “sui programmi di protezione, sulla loro efficacia e sulle modalità generali di applicazione per colore che collaborano con la giustizia”. E’ relativo al primo semestre del 2015, presentato il 15 febbraio 2015, ma si tratta dell’ultimo presentato. E’ dunque (primo rilievo) in arretrato, a seconda di come lo si voglia calcolare, di uno o quasi due anni.

E’ un tipo di documento di cui sono uno dei pochissimi lettori. Me ne valsi per un paio di miei libri. Il passare degli anni e dei decenni ha reso sempre più generica e sempre più inutile questa “relazione” che riferisce quasi esclusivamente dati normativi e tace completamente tutta una serie di fenomeni, e non solo quelli meramente episodici, che del “pentitismo” caratterizzano anche l’aspetto della protezione che, certamente, deve essere assicurata non solo ai “pentiti”, non solo ai cosiddetti “testimoni di giustizia” (orribile espressione, perché presuppone che tutti gli altri testimoni, da qualunque delle Parti processati addotti, siano, invece “di ingiustizia”), ma a tutti i cittadini.

Poiché mi piace parlar chiaro, dico subito che relazioni del genere, la cui redazione è affidata a chi sa quale altissimo e pignolissimo funzionario, si inquadra perfettamente in quello che, ahimè, dovremo cominciare a chiamare la “banalizzazione” della funzione Parlamentare.

Interpretate come volete il disposto della legge del 15 gennaio 1991, art. 16 che, appunto, prevede una consimile “relazione semestrale”, è certo che altro ne dovrebbe essere il contenuto e, quindi, l’effettiva funzione.

La relazione è, in effetti, ispirata al noto principio “tutto va bene, madama la marchesa…”.

Ed invece, benché la stampa sia avara di spiragli sulla verità al riguardo, anche in questo le cose vanno male, malissimo. I “pentiti” sono uno scandalo autentico per la nostra giustizia. E non solo per il principio del “mercanteggiamento” (impunità contro delazione), non solo per i funambolismi delle motivazioni sulla loro attendibilità, non solo per la soppressione, nello specifico, di ogni critica alle loro “rivelazioni”, non solo per la scellerata utilizzazione mediatica che si fa di ogni loro illazione, ma anche per questi programmi di protezione che non proteggono i cittadini dabbene contro ulteriori malefatte, consistenti, oltre che in un uso falso e distorto della loro “collaborazione”, in azioni criminali delle quali la condizione di “protezione” rappresenta, di fatto, uno strumento di sostanziale complicità.

La relazione ignora accuratamente il fenomeno del “ritorno al crimine” dei “pentiti”, sotto l’usbergo della protezione di cui godono. Una “protezione” che sembra volersi estendere ad una ulteriore impunità, per la “distrazione” di magistrati e (in minor misura) delle Forze dell’Ordine, per non “delegittimare” questi oramai indispensabili “collaboratori”.

Fatti clamorosi si sono verificati negli ultimi anni e, magari, nel periodo specifico considerato da queste relazioni (ché anche nelle altre non ve ne è parimenti traccia). Fatti ignorati per lo più dalla stampa, ma non certo dagli estensori del documento scodellato al Parlamento.

Ne conosciamo una piccola parte: non ne abbiamo certo taciuto, malgrado i nostri poverissimi mezzi, per comunicarli al pubblico.

Ne indichiamo solo la sostanza, il carattere emblematico che un Ministro ed un Governo non dovrebbero far finta di ignorare.

Il “caso Varacalli” il “pentito” di ‘ndrangheta in forza alla Procura di Torino, abitante in regime (anche economico) di “protezione” in Sardegna. Omicida di un pastore sardo, a lui prima i Carabinieri, poi la Procura di Cagliari affidarono le indagini sul delitto, fornendogli registratori, macchinetta per prelevare il sangue di persone da accusare con il D.N.A. Accusò un altro giovane pastore falsificando le prove a suo carico e gli fece patire due anni di carcere. Al dibattimento grazie ad un’ottima Difesa, emerse la verità. Il pastore calunniato fu assolto e si procedette per omicidio contro Varacalli, ma non per calunnia (indiscutibilmente da lui commessa). Caselli, si precipitò da Torino a Cagliari per “fronteggiare” il pericolo di “delegittimazione” del “suo” collaboratore. Che però fu condannato per l’omicidio ma, stranamente non per la calunnia, reato “troppo pregiudizievole” per le sue perduranti funzioni di “collaboratore di giustizia”.

Il caso di Massimo Ciancimino. Pentito dei delitti mafiosi suoi e di quelli del padre (almeno così vuol sembrare), ha tessuto una filastrocca di accuse, risultate tutte infondate, relative alla pretesa “trattativa Stato-Mafia”. Ha fatto spendere per interminabili processi milioni e milioni (di euro). E’ diventato il simbolo di un’antimafia al di sopra della classe politica, dei funzionari dello Stato, delle leggi e dello Stato stesso. Icona delle consorterie dei “famigliari” della Nuova Inquisizione di Palermo e dintorni, pappa e ciccia con “Il Fratello”, l’Ing. Borsellino.

Condannato per reati anche di armi ed esplosivi commessi durante la “collaborazione”. E per molti altri.

Il caso di Pasquale Salemi. Mafioso omicida, sempre sospettato dai suoi compari, passato alla “collaborazione”, forse dopo l’esperienza di confidente, sulle sue “rivelazioni” fu impiantato il processo “Akragas” negli anni ’90. Dimostrata la falsità dell’attribuzione di un omicidio da lui fatta a carico di un imputato, in realtà commesso da un suo cugino, fu riconosciuto colpevole e condannato per calunnia. Ma il resto delle sue “dichiarazioni” fu eugualmente ritenuto attendibile. La Corte d’Appello di Palermo sentenziò che, essendosi pentito anche della calunnia, doveva essere considerato ancor più veritiero, per il suo doppio “percorso collaborativo”: pentito due volte, doppiamente attendibile.

Recentemente è tornato alla ribalta delle cronache perché scoperto gestore di un traffico di prostitute “fornite” ai collaboratori di giustizia dimoranti sotto copertura in varie parti d’Italia per farle passare come loro conviventi al fine di percepire un’aggiunta (una sorta di “assegno di famiglia”) alla loro paga. Probabilmente qualche Corte d’Appello avrebbe potuto dedurne che, essendosi magari pentito anche di questa truffa da ruffiano, la sua “attendibilità” doveva ritenersi triplicata. Ma le sue “rivelazioni” sono “passate in giudicato”. E qualche ergastolo ad innocenti, pure.

Questa non è una storia di pentiti. Ma di “concorrenza” al Servizio di protezione e di pirandelliana, sgangherata parodia del culto dei pentiti. Il caso Musotto. Regista di “docufilm” antimafia, organizzatore di “bagni di folla” di magistrati della scheggia impazzita del P.d.M. di Palermo e di altre manifestazioni antimafia. Musotto convince il suo socio e creditore di essere “nel mirino” della mafia, condannato a morte come il P.M. Di Matteo. E lo convince pure (egli è un ex Carabiniere) di avergli procurato l’ammissione d’urgenza al Servizio Protezione, facendogli i nomi di Carabinieri addetti a salvargli la vita. Così per ben due anni lo fa vivere chiuso in casa con la famiglia, con prescrizioni restrittive di ogni contatto “esterno”. Dopo due anni non potendone più il poveretto si rivolse direttamente ai Carabinieri, che caddero dalle nuvole. Imputato Musotto di sequestro plurimo di persona il processo a suo carico durò anni e fu alla fine condannato a sette anni di reclusione. Silenzio assoluto di tutti i giornali Siciliani e, praticamente di tutta la stampa nazionale. Ne hanno parlato solo tutti i siti internet Siciliani. In appello pare che gli sia stata ridotta la pena: è pur sempre uno dei nostri, devono aver detto i magistrati.

Sono solo degli esempi. Qua e là per l’Italia si hanno notizie comprovate di malefatte di questi “collaboratori di giustizia”. Ma nella Sua relazione al Parlamento, Sig. Ministro, non ve ne è traccia.

Del resto si occupa di “modalità generali” mica di particolarità insignificanti.

Avremo prima o poi, una relazione forse da Minniti, o da un suo successore. Non varierà di molto.

Mauro Mellini 

27.12.2016

Marra: non è crisi solo 5 stelle

Non è una gaffe ascrivibile all’”inesperienza” della Sindaca Raggi. Così come Sala non è un problema solo per il P.D.

Credo che stia venendo a galla, senza che la classe politica e la cultura del Paese se ne rendano conto e mostrino almeno di volerla dare per possibile, la crisi vera, della democrazia e delle libere istituzioni: un’antipolitica ben più estesa e più pericolosa di quella rabbiosa e ignorante dei Grillini, il passaggio del potere reale da quella che è etichettata come “politica”, l’apparato dei partiti, degli eletti, delle istituzioni conosciute come tali, ad una schiera di “tecnici” di “manager” disponibili per tutte le etichette di Destra o di Sinistra, un’ambigua ed inquietante schiera al di sopra  ed al di fuori della burocrazia tradizionale e (ma solo formalmente) al di sotto dei “politici”. I quali, peraltro, sempre più sono, invece nelle mani di questi “manager”, di quelli che sanno come muoversi nella “stanza dei bottoni” sempre più complicata ed inestricabile.

Mentre l’ignoranza non solo delle nuove tecnologie del potere, ma anche delle vecchie ignoranze senza bisogno di specificazioni, cresce e fa di ministri, deputati, sindaci, presidenti, assessori e consiglieri di Regioni delle marionette un po’ goffe nella loro pretesa di apparire all’altezza dei compiti istituzionali e dei tempi, cresce continuamente il potere di manager che, poi, non sono più colti ed esperti dei “politici”, ma conoscono assai bene l’arte di apparire tali.

I fulmini dell’antipolitica si abbattono sugli eletti e sui titolari istituzionali dei poteri politici. Ad essi è fatto carico di esser corrotti, o magari, pure di essere pagati dai cittadini, di “costare troppo”. Questi manager dello Stato, con le funzioni più varie e, magari, fumose, sono strapagati ed hanno fatto presto ad ereditare dai partiti e dai “politici” l’arte di “arrotondare” la loro situazione economica.

Marra è una metafora di questa ancora sfuggente categoria. Anche se, a ben riflettere, è corso troppo avanti. L’inesperienza della Raggi ha fatto sì che il suo ruolo si “istituzionalizzasse” eccessivamente. Resta il fatto che è uno al servizio di tutti i partiti o, se vogliamo, umo che ha avuto tutti i partiti al suo servizio.

Ma non c’è solo il caso Marra. E, quelli che conosciamo, sono, in fondo i casi in cui il confine tra questa categoria e quella dei politici era stato attraversato troppo vistosamente. Sala, Sindaco di Milano, era stato prescelto per i suoi precedenti da manager.

E Parisi, suo antagonista a Milano, nominato da Berlusconi non si sa bene a quale carica e funzioni proprio in un partito, si può considerare una caricatura degli appartenenti a questa categoria.

Certo le complicazioni delle Amministrazioni pubbliche sembrano rendere ineluttabile questo fenomeno. In realtà una parte rilevantissima delle complicazioni amministrative si è venuta stratificando nell’intento di creare controlli sostitutivi di quello politico da tempo carente.

La corruzione si annida sempre più proprio in queste “complicazioni” inventate per combatterla.

La Raggi che si rivolge alla cosiddetta Autorità Anticorruzione per avere un autorevole placet alla nomina che dovrebbe essere la più discrezionale e fondata sulla fiducia personale che si possa immaginare, è manifestazione di questa grottesca situazione.

Un’altra figura emblematica della situazione che provoca questo fenomeno è quella della Ministra Fedeli, titolare della Pubblica Istruzione di cui scarsamente si è avvalsa, essendo risultata falsa l’autoattribuzione di una laurea ed anche il conseguimento di un diploma di scuola superiore.

Se è evidente che il problema che per primo si pone in un simile contesto è quello del livello incredibilmente basso di cultura, ma anche di ordinaria istruzione, della classe politica (tale riconosciuta), è anche auspicabile che a nessuno venga in mente di stabilire per legge che deputati, senatori e ministri debbano essere laureati. Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione nel Governo Giolitti, non era laureato, ma era Benedetto Croce. Non è questione di “pezzi di carta”.

Certo è che l’esistenza di questa corporazione di manager pubblici, indispensabili per i “politici” direttamente o indirettamente eletti, manager privi di una responsabilità politica e di una specifica appartenenza a forze politiche ed anzi, disponibili ad operare sotto tutte le bandiere, potrà costituire e rappresentare il passaggio da una democrazia ad una nuova forma di Stato, paraburocratico è, per ciò stesso, autoritario.

Attenzione! E’ questione da affrontare alle radici!!!

Mauro Mellini 

19.12.2016

"Rivoluzione giudiziaria" GrattaRenzi nel cassetto fino al referendum

Oggi il quotidiano “Il Tempo” ha pubblicato l’articolo di Mauro Mellini sul progetto di legge speciale di lotta alla criminalità della Commissione istituita da Renzi e presieduta dal P.M. oltranzista ed antigarantista, Gratteri. Un progetto che sta nel cassetto di Renzi dalla fine del 2013.

Oramai il tentativo di Gratteri di far “emergere” il “suo” progetto di quella che ha definito la “rivoluzione giudiziaria” è rinviato a dopo il referendum. Se dovesse vincere il SI, ché, altrimenti, esso sarebbe affossato, come è augurabile, con il resto del disegno autoritario di Renzi, di cui sarebbe uno dei pilastri essenziali.

Nei giorni scorsi, ne ha dato atto anche “Il Corriere della Sera” del 15 novembre, c’era stato un braccio di ferro all’interno del Governo tra Orlando, deciso a sfoderare le “riforme” della giustizia (probabilmente incapace di rendersi conto della gravità forcaiola ed eversiva dell’elaborato della Commissione Gratteri), e la Boschi, preoccupata dell’effetto, negativo per la sua parte, del referendum, se la questione della “renzificazione” della giustizia si fosse manifestata prima del voto, ad aggiungersi a quella della scuola e, naturalmente, della Costituzione.

Ma quel progetto è una minaccia “incombente” nel nostro Paese in caso disgraziato di vittoria del SI.

Nell’articolo su “Il Tempo” di Mauro Mellini è evidenziato il carattere antigarantista della deprecabile riforma che, ancora una volta con il pretesto e con un’insana mistificazione della sua limitazione alla “giustizia antimafia”, mentre aggrava tutte le norme in vigore cancellando e riducendo le garanzie del processo penale (la riforma della “cancellazione degli aggettivi”: indizi non più “gravi” etc. per le intercettazioni…) introduce alcune modifiche della già pesante legislazione antimafia che consentirebbero di tenere sotto la minaccia di alcuni P.M. e di un gran numero di pentiti, (magari modello Ciancimino Junior), tutta la classe politica italiana. La modifica dell’art. 416 ter del codice penale, dilata il reato (già dai contorni labili) di “voto di scambio” facendolo consistere non più nell’accordo tra un candidato (o un partito) e un’organizzazione mafiosa che offra di raccogliere voti valendosi dei metodi di pubblica intimidazione, ma nel solo fatto di accettare l’offerta di voti da un “appartenente” ad un’associazione mafiosa, magari i voti dei suoi famigliari.

Con questo criterio solo un candidato che si astenga completamente dal far campagna elettorale ed addirittura dal ricevere la posta (perché, se no, potrebbe esservi una “accettazione tacita” di una profferta di un tizio che poi si scopra essere mafioso!!) sarebbe al sicuro da dei P.M. del tipo, diciamo così, del nostro Gratteri.

E c’è dell’altro ancora!

Questo progetto segna un passo ulteriore e definitivo verso un sistema politico in cui alla sovranità popolare si sostituirebbe il potere di una casta, di una sorta di confraternita di esercenti la giurisdizione, casta che diventerebbe arbitro della Repubblica, oramai non più a regime parlamentare nè più decentemente definibile come democratico.

Dipenderà dal voto del prossimo 4 dicembre se questi osceni propositi potranno essere neutralizzati.

Un motivo essenziale per votare NO.

 

23.11.2016

Assedio (e autolesionismo) della Raggi

Non credo che le difficoltà in cui si trova la Sindaca di Roma, Virginia Raggi, possano essere determinate, come la stampa pressoché unanime tende a far credere, dall’incapacità sua e del suo partito di affrontare persino le questioni preliminari del suo non facile compito.

Non si tratta, almeno, soltanto di incapacità e di inesperienza. C’è una determinazione di un po’ tutti quanti si muovono a vario titolo intorno a loro di non apparire secondi nella “caccia all’errore” di un gruppo politico fragile nella sua consistenza, legata a facili malumori ed a legami pressoché casuali tra i suoi componenti. Un gruppo che un po’ tutte le altre forze politiche hanno adottato come lo spauracchio, il portatore della catastrofe che essi si sono scelti come alternativa al loro ruolo ed alla loro sopravvivenza.

“Caccia all’errore” e “caccia all’untore”, che sono essenziali, se non determinanti, nella politica del nostro Paese.

Detto questo si può passare al secondo aspetto della questione: l’autolesionismo di un Movimento che, venuto rapidamente alla ribalta della vita politica cavalcando il sospetto, la diffidenza, il pregiudizio, il forcaiolismo, il mito di una giustizia vendicatrice e l’identificazione, invece, del diritto e delle sue garanzie con la sua possibilità della sua deformazione ed elusione, arrivato a ricoprire ruoli di potere e di responsabilità, è prigioniero di questo suo modo di vivere “in negativo” la politica e l’amministrazione alla Cosa pubblica.

Singolare è l’episodio della Raggi che si è rivolta a questa grottesca “Autorità anticorruzione” per avere un parere sulla nomina del suo Capo di Gabinetto, carica che presuppone una fiducia piena ed un apprezzamento personalissimo.

Un atto che corrisponde perfettamente alla mentalità grillina (oltre che alla stranezza di questa che è la più assurda tra le “Autorithy” di più o meno recente istituzione). Qualcosa come la richiesta di uno sposo che subordina il suo SI all’altare o davanti al Sindaco al parere sulla sposa, sulla donna che dovrà essere la compagna della sua vita, alle informazioni che ne richiede al Commissario della Squadra del Buon Costume.

Ma non si tratta solo di “grillismo”, né delle conseguenze, di quel tipo di aggregazione dei portatori di malumori. L’”antipolitica”, la prevalenza della retorica, delle scene e dei clamori delle comunicazioni alle masse e della prevalenza della vellicazione delle emozioni sulla ragione (di cui il cavalcare i malumori e il rovescio della medaglia e l’esasperazione) sono fenomeni presenti in varie epoche della storia, comunque camuffati, e sembrano prevalenti ai nostri giorni.

Ed è fenomeno grave e pericoloso della nostra epoca l’affidarsi della ragione e della fede in essa professata da minoranze intellettuali o da ampi e meno colti strati della popolazione, a persone e forze politiche ritenute più adatte a far ricorso alla retorica ed alle emozioni e di valersi dei metodi per ottenere ciò.

Quando Pannella volle offendermi e demonizzarmi, perché ero contrario alla c.d. transnazionalità e transpartiticità che camuffava lo scioglimento del P.R., mi definì “parassita”. Non sono mai riuscito a perdonargli questa offesa ingiusta e gratuita, ma, a sua volta, Egli di ciò non se ne curò affatto. Ma “parassita” se non a me e ad altri che hanno avuto storie simili alla mia, è termine che potrebbe con qualche ragione riferirsi invece al fenomeno, come tale, del liberalismo e di quanti hanno fede nella ragione di fronte al sistema del ricorso alla retorica ed alla manipolazione delle emozioni e degli umori, e si rimettono a quanti ne sono capaci.

Stoltamente parassita e falsamente plaudente è la politica e la ragione che deve ispirarla di fronte alla retorica di quelli che sanno spacciare il vuoto del loro pensiero.

Il ritorno alla ragione, la vittoria di una nuova razionalità, di un nuovo illuminismo e la loro rivincita su gli orribili irrazionalismi, e nelle molte altre ideologie liberticide che hanno funestato la nostra epoca, non potrà avvenire se non quando la fede nella ragione, saprà liberarsi di questo suo complesso di inferiorità verso la retorica e l’arte della “comunicazione” e del ricorso al vuoto della demagogia ed alle ovvietà dello sfruttamento dei malumori.

Il discorso sulle vicissitudini capitoline della Raggi si è forse allargato un po’ troppo.

A Napoli, si sarebbe detto una volta “perdonate ‘e chiacchiere”. Perdonate le mie “chiacchiere” se tali le riterrete.

Mauro Mellini 

02.09.2016

Votare gli impresentabili

Ma in che razza di Paese viviamo? Osiamo definirci una Repubblica democratica. C’è chi si riempie la bocca di parole come “sovranità popolare”. Quando si dà luogo ad una elezione politica o amministrativa c’è ancora chi dice “la parola al Popolo”.

Elezioni: parità tra i candidati etc. etc.

Poi salta fuori una Tizia, più bella che intelligente, presidente di una Commissione parlamentare che, alla vigilia del voto, dichiara, con quella che dovrebbe essere l’Autorità nientemeno che della “Rappresentanza Nazionale” del Parlamento, che tra i candidati sui quali domenica prossima andremo a votare, tutti uguali al palo di partenza, ce ne sono alcuni, 14 o 17, meno uguali degli altri. Sono eleggibili, hanno prodotto i relativi certificati, sono stati ammessi come candidati, ma ora la bella Rosy a nome dell’Antimafia, dichiara che sono “impresentabili”, categoria creata dall’eletta schiera degli “inquirenti” antimafiosi, con denominazione che ricorda la preminente qualità di chi l’ha inventata.

Non solo, ma la bella presidentessa ha tenuto a dichiarare che gli “impresentabili” sono per lo più collocati in “Liste Civiche”, aggiungendo che le Liste Civiche aprono particolari spazi al malaffare etc. Poi ce ne saranno altri, ma “non si potevano esaminare 150.000 candidati!”.

Evviva l’euguaglianza!

Se questo è rispetto della parità di tutti i candidati che solo il voto può e deve vagliare, ricavandone, senza interferenze di altri poteri pubblici, quelli da eleggere, possiamo andare tutti a scuola di democrazia nel Paese di Khomeini.

Cercherò di informarmi sui nomi degli “impresentabili”. Se ce n’è qualcuno a Roma, dove sono elettore, voterò per lui. Tanto è certo che non sarà nella lista del P.D., di Renzi e della Bindi.

Mauro Mellini

 

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