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Politica interna

Politica e giustizia

Tipi di moda: Magistrati ribelli

Ma che gente è quella che fa il magistrato? E’ un interrogativo in sé allarmante, ma non certo gratuito ed eccessivo. Di fronte a quello che accade tutti i giorni nel nostro Paese senza suscitare la minima reazione di chi avrebbe il dovere di tenere gli occhi bene aperti su tutto ciò, un interrogativo simile è, non solo lecito, ma tale che non porselo è motivo di frustrazione e di allarme ancora maggiore.

Prendiamo il Consigliere di Cassazione, Emiliano. La sua impudenza nello sfidare la legge, il buon senso, i limiti deontologici delle sue professioni è stupefacente. La norma che impone ai magistrati, anche quando sono temporaneamente fuori ruolo, di non iscriversi a partiti politici, se la mette sotto i piedi tranquillamente, anzi, arrogantemente. Non solo è iscritto al P.D., ma ne avrebbe voluto divenire Segretario.

Durante la tardiva e timida reazione del C.S.M. (solo ieri gli hanno contestato di volere, del partito in cui è iscritto, divenire addirittura il Segretario) non ha trovato di meglio che cercar di fare lo spiritoso: “nemmeno fossi il Ministro della Giustizia”.  Con allusione, nientemeno, al povero Orlando, di cui non ha esitato a denunziare la “incompatibilità” con l’analoga candidatura alla Segreteria. La norma prevede l’incompatibilità dei magistrati e dà per scontata la possibilità dell’appartenenza ai partiti dei ministri? Beh, è una norma non sbagliata, “incompatibile” con il modo di vedere di un Consigliere di Cassazione. Che, quindi, se ne fotte.

Domani, in Cassazione o, in altra sede giudiziaria equipollente, il Cons. Emiliano potrà andare ad amministrare giustizia. Magari incriminando, come certi suoi colleghi palermitani, lo Stato, colpevole di “erronee” incompatibilità, ma, anche, ovviamente, di collusione, di concorso esterno con la mafia.

A proposito: un altro magistrato, peraltro ex, ma che è, ora avvocato, e sempre “antimafia”, Ingroia, ribelle anche lui alla norma che gli imponeva dopo una candidatura nientemeno che a Presidente del Consiglio in tutta Italia, stabiliva l’incompatibilità di sede quale magistrato nei distretti in cui era stato candidato fuori, quindi, che nel micro collegio di Aosta, si è rifiutato di andarvi a riprendere servizio. Ha dato prova delle sue ferme convinzioni circa la deontologia professionale di giudice e avvocato.

Ingroia difende la Famiglia di un urologo, siciliano, Attilio Manca, morto a 34 anni per una overdose di non so quale droga, forse per suicidio. Ma la Famiglia, vuole che il caro estinto non fosse un drogato, né tanto meno un suicida, ma, sostanzialmente, un mafioso, organizzatore del viaggio del latitante Provenzano a Marsiglia, dove lo avrebbe seguito, per farlo operare alla prostata e che, quindi, sarebbe stato ammazzato con una overdose praticatagli per toglierlo di torno quale possibile testimone incomodo “dell’alone di protezione da parte dello Stato nei confronti del boss mafioso latitante”. Ergo: collegamenti con il processo per la trattativa Stato-Mafia. E, ulteriore conseguenza: specifica competenza dell’avvocato ex P.M. Ingroia che di “assassini di Stato” assai se ne intende, di dimostrare tale assunto.

Ingroia non è più un magistrato. Ma sotto un certo aspetto e per certi personaggi straordinari “semel abbas semper abbas”. Così benché ridotto a fare l’avvocato, Ingroia ha accesso ai segreti nascondigli dei pentiti e riceve profferte di collaborazione da parte di essi. E, unico caso mai verificatosi in Italia, ha potuto valersi della “novità” della assunzione di “indagini difensive” (art. 391 bis c.p.) nell’interesse di parte (la parte della Famiglia interessata a dimostrare che l’”assassinio è di Stato” del congiunto un po’ mafioso) ad “assumere a verbale”  nella sede segreta, il pentito Giuseppe Campo, che gli ha confidato di essere stato incaricato di ammazzare il medico Manca, ma che, poi era stato avvertito di non ammazzarlo più perché già altri, nel Continente, vi avevano provveduto, facendo passare la morte per suicidio. E gli avevano raccontato, con la solita loquacità mafiosa, per filo e per segno che l’urologo era coinvolto nella protezione della latitanza di Provenzano e nell’organizzazione del suo viaggio a Marsiglia per farsi operare. Di qui la necessità di eliminarlo per mantenerne il segreto così gelosamente custodito.

In altra sede (verbale pubblicato dalla Gazzetta del Sud) un altro pentito, Salvatore Rugolo, aveva dichiarato di essergli stato riferito che un Generale dei Carabinieri aveva reclutato Manca per assicurare cure, protezione e servizi logistico-sanitari al latitante Provenzano e poi del ruolo dei Servizi Segreti e, naturalmente, della Massoneria, nell’eliminare l’incomodo partecipe-testimone.

Ingroia, inviperito per la condanna di Monica Mileti, detta Monique, che avrebbe fornito al Manca gli stupefacenti che lo hanno ucciso, ha dichiarato che si è tornati a fare i processi come trent’anni fa. Ha però dichiarato che non demorde e che ha motivi di ben sperare. Quando verrà a Roma, alla Procura Nazionale Antimafia il suo amico Nino Di Matteo farà in modo che se ne occupi lui secondo i metodi antimafia moderni. Per questo pare abbia inviato a chi di dovere una richiesta per sollecitare il trasferimento a Roma del suo amico ed ex collega.

Una volta erano i mafiosi che pazientemente attendevano che a presiedere la Corte d’Assise andasse un magistrato “comprensivo”. Ma i tempi sono cambiati ed a confidare negli amici degli amici sono altri, gli eroi dell’Antimafia, che non perdono occasione di sputare (e far sputare) sullo Stato e, magari, di difendere i nuovi mafiosi e le famiglie di pretesi mafiosi per dimostrare che “l’assassinio è di Stato”. Cosa che un tempo lo dicevano gli anarchici.

Il mondo cambia. Ad applaudire a questi particolari cambiamenti ci sono i “puri”. I 5 Stelle.

                                                      Mauro Mellini 

04.04.2017

Legittima difesa: anche da una giustizia dannosa

Si discute (magari si fa per dire) alla Camera su di una seconda (dopo quella del 2006) riforma delle norme sulla legittima difesa. Non sembra che le cose si mettano proprio bene. E’ bastato in Commissione Giustizia l’assenza di alcuni Deputati per vanificare la possibilità di un testo ragionevole e concludente, che una inconsueta ragionevolezza dei deputati Cinquestelle avrebbe potuto consentire. E’ passato un emendamento del P.D. che definirei tipicamente democristiano: tale cioè da far sì che le parole servano a non dire piuttosto che a far chiarezza.
La chiarezza, del resto, è ciò che chiaramente manca in questa pur non necessariamente spinosa questione. Manca nella legge e, soprattutto nelle prassi giurisprudenziali attuali e pure nelle idee di riformatori un po’ improvvisati, nei giornali ed infine (ed è la mancanza più significativa) tra la gente.
Intanto il dibattito nel Paese non è tanto e, purtroppo, solo teorico. Così di persone aggredite che hanno reagito e che sono oggetto di procedimenti penali, si succedono ad altre, purtroppo non infrequentemente e si apprestano processi, magari solo disciplinari persino per qualcuno che, avendo subìto una minaccia di aggressione, pare abbia commesso un eccesso colposo di manifestazione di opinione sulla legittima difesa. Parlo, ovviamente, del caso del giudice Mascolo, di Treviso.
Molte sciocchezze, inevitabilmente, sono state dette e molti evitabili eccessi affiorano in tali discussioni. Meno però del solito. Segno che la gente ha della questione un’idea ed un’informazione forse migliore di quella dei legislatori e, soprattutto, dei magistrati che professionalmente se ne occupano.
Un argomento, solo formalmente, e, quindi, apparentemente fuori luogo nel dibattito specifico sulla riforma dell’art. 52 del c.p., mi pare che sia emerso, degno, invece non solo di essere apprezzato, ma fondamentale per quella realtà delle cose di cui le leggi sempre dovrebbero tener conto ed assai spesso non lo fanno.
Viene spesso sottolineata la penosa vicenda di chi, aggredito, abbia reagito ferendo o uccidendo l’aggressore e sia stato subito “indagato” per “eccesso colposo di legittima difesa”, quando non di lesioni o di omicidi volontari. E della conclusione di tali procedimenti spesso, magari, di assoluzione, che giunge dopo una trafila di mesi e di anni, con vicende alterne, patemi d’animo, spese. Guai, insomma che si aggiungono a quello di una patita rapina, di un furto in casa, e che fanno desiderare alla vittima di non essersi avvalso del diritto di difendersi anche quando, tardivamente, gli è riconosciuto.
Credo che questo, tutto sommato sia, al di là di molte sciocchezze e di molte altre argomentazioni, invece, giuste e ragionevoli, il punto centrale nella realtà della questione. Il punto dolente in cui non potrà certo porsi rimedio con una diversa formulazione, pur auspicabile, dell’art. 52 del codice penale.
Quando la legge penale parla di aggressore e di aggredito, trascura infatti (né la legge penale vera e propria potrebbe non trascurarlo) quell’aggressore che, purtroppo, è sempre sulla strada del Cittadino Italiano: quello della “malagiustizia”. Che, nella specie, si concreta nella distorta e frenetica applicazione del principio della obbligatorietà dell’azione penale.
Casi di rapinatori respinti a pistolettate da un gioielliere o di ladri notturni che ci lasciano la pelle in casa di un pensionato indomito, sono cosa ghiotta per un Sostituto Procuratore. Il quale non sarà mai disposto a chiuderli prima ancora che si aprano, per il solo fatto che a sparare sia stato un cittadino che manifestamente intendeva difendere la propria vita, quella dei suoi cari e per i suoi, magari, scarsi beni.
La gente guarda la televisione e vede nei film western il cow-boy che, più rapido ad “estrarre”, cioè ad impugnare la Colt, fa secco il Cattivo che ha fatto il gesto di fare altrettanto e dice “legittima difesa” allo sceriffo che assiste alla scena e che, convinto di ciò, si limita a chiamare il beccamorto che vada a seppellire l’imprudente tipaccio nel “cimitero degli stivali”.
Certo non siamo nel West ed è augurabile che non ci si finisca. Ma sentir dire “il P.M. fa il suo mestiere ad incriminare quello che non ci ha rimesso la pelle: sarà poi un giudice terzo a dire se c’è stata legittima difesa” è cosa addirittura rivoltante. Perché significa non solo mettere in dubbio pressoché automaticamente, la “legittimità”, ma anche e sicuramente a vanificare una vera ed integrale difesa. Perché l’aggredito sarà sfuggito ad una pallottola o ad una coltellata dell’assalitore, avrà conservato l’incolumità dei suoi ed il possesso delle, magari, magre sostanze, ma viene così a subire un’altra aggressione: quella di un processo che, come diceva Francesco Carnelutti, “è pena”. Una penosa Via Crucis di interrogatori, di avvocati, di parcelle, di periti e di perizie, di giornali e di giornalisti, da cui nessuno in nessun caso potrà difenderlo o risarcirlo.
Ecco dunque che, nella “Patria del Diritto” che è pure la patria di una Giurisdizione invadente, zoppicante ed incontrollata, di una giustizia lenta e, magari, approssimativa ed arbitraria, la legittima difesa non ha diritto di piena ed operante cittadinanza.
E pare che non vi sia Pontefice che voglia predicare l’”accoglienza” di una giustizia giusta a misura del cittadino e non del magistrato, di fronte alla quale pare che le nostre frontiere siano invalicabili.

Mauro Mellini
31.03.2017

Ve lo spiego io il "mistero" Casson

(Ma non è poi così facile)

Pare che le redazioni dei giornali siano in angoscia: Felice Casson, magistrato “in politica” (prima per mandato amministrativo, poi per quello di Senatore) da undici anni, ha dichiarato che lui è contro il ritorno dei magistrati già parlamentari ai loro posti in magistratura ed ha aggiunto “io ho lasciato la magistratura”.

Senonché al C.S.M. pare non ne sappiano nulla. Non c’è alcuna sua lettera di dimissioni. E allora?

E allora la spiegazione c’è e sono in condizione di darvela.

I magistrati, tra i tanti privilegi che li pongono al di sopra di ogni altro dipendente statale, sono privilegiati anche per ciò che riguarda le loro dimissioni.

Infatti, oltreché dimettersi come tutti gli altri, cioè con atto scritto diretto al C.S.M., nel qual caso non possono più chiedere di ritornare in servizio, possono semplicemente andarsene “insalutati ospiti”, restandosene in casa o cominciando ad andare ai giardinetti. Dopo un certo periodo, anziché essere denunciati per abbandono di pubblico servizio o qualcos’altro, sono considerati dimissionari. Riscosso fino a quel momento lo stipendio, incominciano a percepire la pensione. Ma in tal caso hanno anche un altro vantaggio: se vogliono tornare a “fare giustizia”, possono chiedere di essere rimessi in ruolo.

Felice Casson non ha dunque detto una bugia.

E’ la legge che consente ai magistrati di dimettersi di soppiatto, nel qual caso, pure di soppiatto possono ritornare al loro alto compito.

Però per Casson questo modo di andarsene senza sbattere la porta, ed, anzi, senza manco disturbarsi ad aprirla, potrebbe aver incontrato delle difficoltà.

Felice Casson, infatti, non può assentarsi dal servizio né per un mese, né per un giorno, per il semplice fatto che lui il servizio non lo presta, e non da uno o due mesi, ma da una diecina d’anni: è in aspettativa per mandato parlamentare.

Quid juris, come dicono avvocati e magistrati (quelli che ancora sanno il latino). Come assentarsi dall’assenza? Può darsi che, per evitare disparità di trattamento tra magistrati che lavorano e magistrati che “aspettano” si sia trovata una terza figura “giurisprudenziale” del modo di andarsene più prudente e conveniente e meno definitivo. Lo hanno fatto per i nuovi reati, lo avevano fatto anche per il “commodus discessus”, dall’Ordine Giudiziario, con la conseguenza diretta di non poter essere criticati perché possono “tornare” finito il mandato parlamentare. In quanto, in ogni caso, se ne vanno per modo di dire.

Tanto chiasso per nulla.

                                                                                Mauro Mellini 

22.03.2017

Partito dei Magistrati: frange incontrollabili

Una caratteristica che sembra accomunare tutti i partiti italiani o quel che ne resta e quel tanto di nuovi che si affaccia sulla scena, pare che sia lo scissionismo, la frantumazione.

Ora sembra che sia la volta dei Cinque Stelle, che, in realtà non è che abbiano molte ragioni per stare assieme, salvo, magari il vincolo delle carte da bollo, che ne evidenzia l’assurdità proprio nella sua inconcludenza giuridica.

Ma c’è un partito che non mostra crepe e contrasti. Non ne mostra e non può mostrarle, e, soprattutto non può far nulla per combatterli, appianarli e superarli, perché non può “apparire”: è il Partito dei Magistrati, un’istituzione-partito, come tale abusiva e prevaricatoria.

Non v’è dubbio che proprio nel momento in cui il Partito dei Magistrati diventò tale da coinvolgere l’intera Corporazione (piaccia o non piacca a Berlusconi la storia di “alcuni P.M. comunisti”) si manifestarono differenze e contrapposizioni assai rilevanti nel suo seno.

Una frangia (se si tratta solo di una frangia) oltranzista, con una ideologia tanto vaga e rozza quanto estremizzante e fanatica, sta affermandosi soprattutto in talune zone attorno ad alcune “stars” della lotta alla mafia, ma con propaggini che si manifestano un po’ dovunque.

Nessuno può ragionevolmente sostenere che il Partito dei Magistrati si identifichi in certi personaggi, in certe operazioni assurde (come il processo per la “trattativa Stato-Mafia”). Certo è che queste frange, questi personaggi, queste baggianate, così come un estremismo giudiziario di facile presa, sono però parte e caratteristiche non secondarie del P.d.M.

Non saprei dire se oggi è più pericolosa la parte ancora maggioritaria di quest’abnorme partito, oppure la sua porzione pressoché apertamente eversiva.

Piuttosto mi sembra evidente che il Partito dei Magistrati non è in condizione di controllare quella sua minoranza oltranzista e dichiaratamente eversiva, la frangia Calabrese e Palermitana dei visionari che si direbbe vogliano perseguire chi rappresenta e serve lo Stato come se si trattasse di un’associazione a delinquere.

Non lo possono fare perché essi stessi, quelli della maggioranza, per così dire, corporativa, in quanto costituiti in partito-istituzione, sono in posizioni implicitamente eversive. Non solo, ma, negando di essere un partito, magari non rendendosi conto di esserlo, non possono imporre a nessuno di loro di rispettare una linea comune meno oltranzista, né imporre una qualsiasi “disciplina” di partito negando di essere partito. Del resto la magistratura non riesce nemmeno a realizzare una decente funzione disciplinare istituzionale al proprio interno.

Non so se ciò rappresenti un elemento di debolezza per il Partito dei Magistrati o se implichi solo che esso sia destinato a portarsi inevitabilmente su posizioni le più oltranziste.

Certo le speranze di quelli che, contano su di una svolta moderata del P.d.M., come pare in questo momento sia di moda nel Partito Democratico, si direbbe siano affette da un malsano e pericoloso ottimismo.

E’ pure certo che, da quando il P.d.M. ha realizzato il massimo dei suoi successi, riuscendo a disarcionare Berlusconi, la sua politica, e la sua stessa esistenza, si sono fatte più complesse e problematiche.

Il che non è una buona ragione per rimanere mesti ad aspettare che di là venga qualcosa di buono.

                                                                                Mauro Mellini 

20.03.2017

Magistrati in vetrina nelle vicende del PD

(Chi di toga ferisce (ed ingrassa) di toga perisce)

Un amico mi ha posto la domanda: “ma i P.M. che indagano su CONSIP e Papà Renzi sono del Partito dei Magistrati?”.
La risposta è sicuramente sì. Ma, in realtà c’è molto altro da aggiungere, perché questo è un punto nodale della nostra realtà politico-istituzionale.
Né basta aggiungere: “chi di toga ferisce (ed ingrassa) di toga perisce”.
Quello che sta venendo a galla in occasione di queste cosiddette “primarie” del P.D. supera ogni previsione circa il ruolo invasivo e l’arroganza del Partito dei Magistrati. Al contempo dà la prova che questo partito, oramai consolidatosi come partito-istituzione (in ciò precedendo d’assai i progetti di partito della Nazione di Renzi) subisce la sorte di un po’ tutti i partiti italiani (quelli che c’erano e quello che è rimasto): incrinarsi e dividersi in correnti e, magari, lanciare attorno schegge impazzite.
Io non so se dire quanti della maggioranza “corporativa” del P.d.M. stia alimentando la “campagna” CONSIP-Renzi e quanti, invece di una scheggia impazzita, che, in effetti, pure vi ha messo la sua sigla, lo stile e pure, a quello che sembra, una sorta di sua polizia “personale”. Non so neppure se i media ed i loro padroni puntino più sugli “effetti speciali” delle imprese delle schegge impazzite o sulla solidità, durata e “buon fine” del lavoro della maggioranza corporativa del P.d.M.
Certo è che quello cui stiano assistendo è qualcosa di inimmaginabile in un Paese civile e sedicente libero e democratico.
E’ inutile ricordare che il P.D. è, nella sua attuale “unicità” sulla scena politica italiana, il frutto di due diverse, ma connesse e coerenti “campagne” giudiziarie condotte dalla magistratura: “Mani Pulite” e “l’anti Berlusconismo”.
Chi si illudeva che, disarcionato il Cavaliere, il Partito dei Magistrati avrebbe fatto un passo indietro e si sarebbe messo da parte, ha preso un granchio di quelli colossali.
Oggi nelle vicende burrascose e melmose del P.D. c’è una vetrina, nella quale fanno bella mostra il Partito dei Magistrati, i suoi uomini, le sue fazioni, le sue mostruosità.
Non pretendo qui di farne un quadro completo che renderebbe chilometrico questo scritto.
Emanuele Macaluso, vecchio (più di me!) comunista cristallino, garantista e diffidente verso la politica “processuale”, in una intervista al Messaggero ha finito per prorompere: “e ci mancava pure Emiliano”.
Certo la figura di questo strano personaggio è emblematica del ruolo del Partito dei Magistrati e della dipendenza che il P.D. ha finito per acquisire verso di esso.
Emiliano, anzitutto, ha ingigantito l’importanza dell’intervento diretto e personale dei magistrati in politica, non solo attraverso l’eliminazione dei politici veri, ma con l’occupazione di cariche istituzionali elettive, che fino a qualche tempo fa sarebbe stato erroneo ritenere l’aspetto più rilevante della politicizzazione della magistratura.
Ma Emiliano rappresenta anche un altro aspetto singolare, nuovo e poco meditato, di questo fenomeno invasivo delle Toghe: è la sedizione giudiziaria, ancora tenue, ma significativa, che con lui si verifica. Emiliano sta violando le regole della Corporazione dei magistrati, che fanno divieto anche a quelli di loro che si trovino “fuori ruolo” (così la Corte Costituzionale) per incarichi diversi, di appartenere formalmente a partiti politici.
Emiliano è fuori ruolo da tredici anni (prima come Sindaco di Bari, poi come Presidente della Puglia). E’ iscritto al P.D. e benché sottoposto per questo a procedimenti disciplinari, se ne infischia, non solo, ma del P.D. vuole divenire segretario.
In questi tredici anni ha sicuramente ottenuto almeno uno “scatto” a categoria superiore (e, quindi a pensione superiore). Se è consentito ai magistrati (mettendosi fuori ruolo) di candidarsi in liste di partito e di ricoprire cariche elettive, non è loro permesso di iscriversi a partiti politici. Emiliano, lo ripetiamo, se ne infischia.
Siamo dunque, alla sedizione, che ricorda quella di generali ed ufficiali dell’Esercito che sostenevano il fascismo nascente e si mettevano la camicia nera.
Ma Emiliano ha pure l’arroganza di contestare l’”incompatibilità” con la candidatura alla Segreteria al povero Orlando Curioso, Che (dovrebbe) esercitare l’azione disciplinare contro di lui. Grida al conflitto di interessi (che c’entra come i cavoli a merenda). Un modo come un altro per minacciarlo: guai se l’azione disciplinare va avanti. Lui è un magistrato e può fare quel che gli pare.
Poi, naturalmente, c’è Renzi, che al momento fa la parte passiva del sistema politico-giudiziario-sputtanatorio. Sarà vero o no che già da questa estate D’Alema aveva annunziato agli amici che tra qualche mese Renzi sarebbe caduto “per via giudiziaria”. Se così fosse sarebbe ancora più grave.
Orlando, lo abbiamo visto è accusato, nientemeno che di “conflitto d’interessi” dal “ribelle Emiliano”.
Intanto sul P.M. Anglonapoletano Woodcock si è abbattuta la storia della polizia “ambientalista” stranamente usata nell’indagine “sul papà Tiziano” e per la solita fuga di notizie.
Insomma il P.d.M. fa proprio bella mostra di sé nella vetrina di queste vicende.
Sarebbe ora di smettere di scherzarci sopra.

Mauro Mellini
08.03.2017

Appendice all'articolo "Difendere da leggi fasulle anche papà Tiziano"

A proposito di quanto è oggetto dell’altro articolo oggi pubblicato: Non sarebbe ora di porre la questione della eliminazione delle leggi “dell’emergenza” di cui è stato infarcito il nostro Codice Penale, con ricorso, appunto, a fattispecie di reato vaghe e “aperte”. Aperte, quindi, all’abuso ed al ricorso a prove indiziarie, al pregiudizio, leggi “ad personas”, con le quali si è fatto d’ogni erba un fascio, eliminando un’intera classe dirigente, colpendo con preferenza i più efficienti e, magari, più onesti o meno disonesti?

Basterebbe che un centinaio di uomini di buona volontà e di intelligenza, capacità e cultura un po’ superiore alla media, si mettessero all’opera perché il problema, che oggi è pressoché inimmaginabile, venisse alla ribalta. Così si fa politica: che si distingue dalla politichetta. I risultati più rilevanti sono quelli per i quali occorre molto tempo.

Una proposta. Voglio parlarne con l’amico e collega Patrizio Rovelli, ottimo avvocato e giurista, con una notevole esperienza di insegnamento universitario, che sta adoperandosi per l’Osservatorio per la Giustizia: istituire una borsa di studio o un concorso per laureandi in Giurisprudenza e Scienze Politiche, per una tesi di laurea che abbia questo oggetto: “La legislazione novellistica penale ed il ricorso a nuove figure di reato con l’abbandono o la lesione del principio di legalità (art. 25 comma 21 Costit.) attraverso la formulazione di fattispecie solo apparentemente descrittive e delimitatrici della condotta punibile”.

Certo, è poco, ma se non si comincia…!!!

                                                                                Mauro Mellini 

06.03.2017

Difendere da leggi fasulle anche papà Tiziano

(Quando le leggi sembrano fatte per abusarne)

Nessuno venga a dirmi, letto questo post, che “mi son convertito al renzismo” o, magari, che mi sono “venduto a Renzi” (che non mi comprerebbe nemmeno con gli spiccioli della sua spesa quotidiana). Aggiungo, e non per “difendermi” da cotanta accusa, che resto ben fermo nel considerare l’ambiente dal quale il boyscout-bulletto è partito alla conquista del potere, tutt’altro che piacevole ed apprezzabile e che in “Etruria”, come mi piace chiamarlo, c’è puzza di affarismo e di affaristi. E Renzi il Vecchio mi è antipatico quasi quanto Renzi il Giovane.

Detto questo, esprimo un’opinione che tutti quelli che mi hanno conosciuto come avvocato, come deputato e come scrittore di cose giuridiche e giudiziarie troveranno assolutamente coerente con le opinioni espresse in passato. Il reato per il quale Tiziano Renzi è indagato non mi convince affatto. Non perché ritengo che quella somma Renzi Senior l’abbia manco vista, né perché appioppando al Vecchio quell’addebito i P.M. abbiano sbagliato nell’interpetrazione dell’articolo del codice (ad esso “aggiunto”) il 346 bis, ma proprio perché quella “novella” come si dice in linguaggio tecnico del “codice fascista” (ahimè tanto bistrattato e peggiorato in regime democratico) è piuttosto un “romanzo”, un “manifestino pubblicitario”. Intendo dire, cioè, una cavolata, espressione poco tecnica ma molto puntuale.

Quell’aggiunta del reato di “traffico di influenze illecite”, agli articoli che già puniscono sia la “corruzione” sia il “millantato credito” è una delle tante manomissioni dell’armonia sistematica del codice e del “principio di legalità” con il quale legislatori da bar di periferia stanno sconvolgendo il nostro sistema penale e giudiziario.

Basta leggere con una certa attenzione il testo prolisso del “nuovo articolo”, per rendersi conto, da una parte, della sua inutilità e, dall’altra della sua pericolosità. Si tratta di un’altra violazione, come ho detto prima, del “principio di legalità” (“nullum crimen, nulla poena, sine praevia legge poenali”) che, come ha affermato la Corte Costituzionale nell’ammirevole sentenza del 1980 che cancellò il reato di plagio (estensore Volterra, mica uno di questi quà) non è soddisfatto e salvaguardato comminando una pena per un comportamento purchessia, comunque descritto.  Occorre che la descrizione della “fattispecie penale” sia compiuta, delimitata, logicamente connessa, senza equivoci e “petizioni di principio”. Non basta la formulazione di una “fattispecie penale apparente” (come fu giudicata quella dell’art. 602 c.p. abrogato).

Io prestai la mia opera di difensore in quel giudizio e considero quello il miglior successo, o uno dei migliori, della mia vita professionale.

Ora, tornando a questo art. bis (c’è sempre da sospettare quando ce ne troviamo uno davanti), il 346 bis, da una parte ci rendiamo conto che tratta di comportamenti che ricadono sotto le comminatorie di articoli già esistenti, mentre vi sono espressioni che pongono in essere una (o più) “fattispecie aperta” cioè ipotesi di reato che il giudice di volta in volta creerà riempiendo a sua arbitrio “vuoti” della descrizione delle leggi. Che significa, ad esempio “mediazione illecita”? Vi sono mediazioni lecite con pubblici ufficiali per atti d’ufficio? E quando una mediazione sarebbe “lecita” e quando “illecita”?

Con “fattispecie di reato” così “elastiche” è facilmente immaginabile che le loro applicazioni in addebiti a singole persone finiscano col dipendere anche dall’esito di un referendum.

Io non credo che Papà Renzi abbia bisogno di qualcuno che gli suggerisca queste considerazioni. Del resto, a ben vedere, di quello strano articolo così ambiguamente “aperto” si potrebbero anche dare interpetrazioni più favorevoli all’indagato di quelle possibili delle norme penali preesistenti.

Un’ultima considerazione. Ci troviamo di fronte ad una recente, ulteriore “complicazione” del nostro ordinamento giuridico. Una tra le tantissime. E’ introdotta per “combattere la corruzione e le situazioni che la favoriscono”. Bel modo di combatterla!

La complicazione disarmonica dell’ordinamento giuridico, la moltiplicazione delle leggi, leggine, regolamenti, leggi locali, delibere etc. etc. è il brodo di cultura della corruzione.

Certo, c’è anche il brodo di cultura rappresentato dall’ignoranza, non solo di legislatori, amministratori, funzionari.

Ma tant’è le sciagure non vengono mai sole.

                                                                                Mauro Mellini 

06.03.2017

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