FacebookTwitterGoogleFeed

 

Politica interna

Politica e giustizia

Renzi paga i Magistrati con leggi infami

Ormai è chiara la politica di Renzi (e del bamboccio “recalcitrante” Orlando) nei confronti del Partito dei Magistrati.

Già da prima del referendum del 4 dicembre avevamo dato notizia del progetto di riforma penale e procedurale, elaborata da una “Commissione Gratteri” giacente al Ministero della Giustizia, della quale avevamo denunziato la pericolosità, in particolare per la prevista-estensione delle “misure preventive antimafia” ad ipotesi di corruzione ed altri reati contro la P.A.

Il Governo Renzi tenne prudentemente coperto questo progetto fino al referendum, probabilmente conoscendone l’effetto negativo sull’opinione pubblica.

Poi le cose sono andate come sono andate. Il Ministro Orlando, che è andato a Via Arenula proprio per l’impresentabilità di Gratteri, estremista antimafia inviso persino a Napolitano, procuratosi a buon mercato la fama di “garantista”, con qualche presenza con discorsi di “umanità carceraria” agli scimuniti marcianti “per lo Stato di diritto”, e fatta la sua parte di spalla alla pagliacciata delle “primarie” del P.D., ha sfoderato il progetto Gratteri che, sostanzialmente, coincide con quello degli ultras antimafia della Congrega Palermitana, Ingroia, Di Matteo, Bongiovanni, etc. Abbiamo così il rischio imminente di una svolta giustizialista che trasformerebbe definitivamente la nostra giustizia penale in una “caccia all’indiziato”, con la fine del principio di legalità di cui all’art. 25 comma 2° della Costituzione, con la sottoposizione di ogni azienda, impresa, patrimonio al rischio sequestri e confische per “indizi di corruzione”. La fine della certezza e della stabilità del sistema economico.

Così il P.D. di Renzi, complice l’ignoranza facilona del Centrodestra ed il forcaiolismo becero ed ottuso dei Cinquestelle, cerca di accontentare la parte più sordamente “pangiustisdizionalista”, ostile ad ogni garantismo della magistratura e della sete di potere, che per tal via si scatena, del Partito dei Magistrati. Che cosa ne ricavi il P.D. è presto detto: farsi preferire da questi potentati occulti, dai Cinque Stelle e dalla Destra, crearsi qualche “garanzia” contro colpi e sputtanamenti giudiziari.

Il P.D. mette in vendita le nostre libertà. Ma, quel che è peggio, gli altri, in particolare Berlusconi con la sua mania del culto dei “moderati”, non vedono, non sentono, non capiscono. O fanno finta di non capire.

Occorre un moto di liberazione nazionale.

Liberazione da chi vuole rubarci le nostre libertà. E dagli scimuniti. Che sono non meno pericolosi.

Se, come abbiamo ipotizzato, potremo proclamare il 4 dicembre “Giornata della Liberazione” (e sempre più evidente appare la necessità di doverci “liberare”) ricordiamo che queste leggi asininamente infami erano nei disegni di Renzi quando il voto popolare lo ha sonoramente battuto.

Consentire ad un Renzi sconfitto e ridicolizzato dalla sua pretesa “che non è successo niente”, di consegnare l’Italia ad una congrega di magistrati assatanati sarebbe una follia.

Liberiamoci: da leggi sgangherate e perverse, da magistrati assatanati e fanatici, da governanti incapaci e servili, da falsi oppositori ignoranti e presuntuosi.

Se di un partito c’è bisogno esso è il PARTITO DELLA LIBERAZIONE!!

Mauro Mellini

10.07.2017

Corciano sta con Di Matteo. Cronaca dell'ultima buffonata

Fare il Consigliere comunale non è impegno di poco conto. Non si direbbe proprio che chi è investito di questa carica, alla base di tutte altre istituzionali della Repubblica, abbia di che preoccuparsi di dover stare a passare il tempo girando i pollici. Nei piccoli comuni, oltre tutto, c’è l’assillo dei compaesani, sempre scontenti e pronti a battute salaci e ad esprimere pretese magari impossibili non solo purché inconciliabili tra loro.

Non credo che abbia ceduto all’assillo dei cittadini di Corciano (Perugia) la Consigliera dal nome significativo: Checcobelli. Simonetta Checcobelli, naturalmente del Movimento 5 Stelle, che nello scorso dicembre presentò in Consiglio la proposta, pensate un po’, di conferire al P.M. palermitano, ma in via di travagliato trasferimento a Roma, dove però alla Procura Nazionale Antimafia è solo, o quasi, “in organico” perché sarà in pressoché perenne trasferta a Palermo (con relativa indennità) quando non sarà in trasferta per cerimonie, convegni, commemorazioni, onoranze, congressi che non gli lasciano troppo tempo a disposizione per il suo (doppio??) lavoro e, magari, nemmeno per quei rituali che sembra più gli stiano a cuore.

Ed infatti “per motivi di lavoro e di sicurezza” (già la “sicurezza” impossibile al poliedrico e multiforme magistrato, avere senza il doppio incarico che potrà addirittura imporgli di correre in giro per l’Italia) Di Matteo non è andato, giovedì 22 giugno, a ritirare la cittadinanza onoraria di Corciano (la novantesima, o, forse, la centesima) solennemente conferitagli da quel Comune su proposta della vispa Checcobella. In suo luogo e vece è andato il Vicedirettore di “Antimafia 2000”, il vice, cioè del Guru Bongiovanni, quello con la croce dipinta sulla fronte, che parla con gli extraterrestri, la Vergine Maria, Gesù etc. con il quale Di Matteo è pappa e ciccia.

Benché una cerimonia del genere sia tutt’altro che una novità (la Checcobella non deve possedere una grande originalità e nemmeno il Sindaco e gli altri Consiglieri) essa è stata narrata, con puntualità dalla Cronaca di “Antimafia 2000”, il giornale on line del Guru, e ciò ci consente di renderci conto anche del tono e del valore delle altre consimili.

Diamo voce ad associazioni – ha detto la Consigliera Checcobella, come le Agende Rosse, Scorta Civica…”. La ragazza se ne intende di cose palermitane. Le “Agende Rosse” sono una tifoseria organizzata dell’Ing. Fratello, fratello cioè di Borsellino, che così ne sintetizza la funzione: Noi, Agende Rosse (la famosa agenda rossa di Borsellino, quella buona, che sarebbe scomparsa) leviamo in alto l’Agenda Rossa e voltiamo le terga (si fa per dire) alle Autorità”.

Il Sindaco di Corciano, Cristiano Betti (nel P.D. ma ex Dipietrino ed ex Rifondatore comunista) nel corso della cerimonia ufficiale, ha ribadito la sua volontà di appoggiare il P.D. Di Matteo.

Pensate un po’ che sarà capace di combinare il “bicollocato” P.M. con tale “appoggio”.

Lo ha definito “un partigiano moderno”, qualifica che dovrebbe esser respinta da un magistrato, ma che forse si addice ad un magistrato “lottatore”.

Lorenzo Baldi, il viceguru, incaricato di ritirare il brevetto di cittadinanza onoraria, ha evocato il grandioso (ed interminabile) processo per la cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia” processo in cui da anni è impegnato il pluricollocato P.M. in cui per la prima volta nella storia del nostro Paese siedono nello stesso banco degli imputati mafiosi, membri dello Stato (!!!???), forze di Polizia (!!??) e Servizi Segreti. Una sorta di processo di Norimberga (!!!!!).

Da ultimo è stata donata a Di Matteo (tramite il Vice Guru) “una preziosa medaglia raffigurante San Michele Arcangelo che sconfigge il diavolo.

Viva San Michele Di Matteo. Abbasso il diavolo!

Nota: chi ha pagato le spese? Quanto è costata la commedia?

                                   Mauro Mellini

30.06.2017

P.d.M.: il successo lo spacca

Nei giorni scorsi, parlando con alcuni amici, ho avuto modo di prendere atto di una sensazione, che anche per altri versi so essere diffusa, di una certa meraviglia, anticipatrice di un qualche ottimismo, per le ripetute manifestazioni di dissenso e di preoccupazione che si rilevano in seno alla Magistratura, per quel che riguarda lo “scendere in campo elettorale”, l’affrontare direttamente la competizione politica da parte di taluni dei suoi componenti, fenomeno, a quanto pare, destinato a crescere, e, soprattutto per la possibilità, che conservano questi loro colleghi, sia in caso di insuccesso, sia a compimento del mandato politico-istituzionale conseguito, di tornare a svolgere funzioni giudiziarie.

Io non credo affatto che questi atteggiamenti critici siano un sintomo di resipiscenza contro la politicizzazione della giustizia e la sua espressione più singolare, pericolosa ed eversiva che è l’esistenza, oramai indiscutibile, di un Partito dei Magistrati. Credo, invece, che tali riserve siano dettate proprio dalla coerenza con la concezione della magistratura come partito politico e come, allarme per quella che, in fondo, è una “devianza” dalla funzione strategica che è propria della magistratura-partito.

La natura abnorme e intrinsecamente eversiva in un normale ordinamento democratico e costituzionale, del Partito dei Magistrati è rappresentata proprio dalla concezione di un ruolo politico generale, condizionatore e padrone delle altre funzioni ed istituzioni dello Stato conquistato dalla magistratura come corpo e, dalla stessa funzione giudiziaria (ricordate “l’uso alternativo della Giustizia, caro a M.D. che di tale devianza è stata la matrice).

Rispetto a tale fenomeno ed a tale aspirazione, la “scesa in campo elettorale” di alcuni magistrati può eventualmente rappresentare un espediente tattico o strategico di cui il partito-istituzione può avvalersi, addirittura promuovendolo in certi casi. Ma in sé è “altro”, rispetto alla militanza “ortodossa” nel partito. Ed alla sua abnorme e pericolosa esistenza.

Le battaglie, purtroppo vincenti, del Partito dei Magistrati, non sono quelle di singole appartenenti alla categoria, passati o no agli scranni parlamentari. Né sono le vittorie degli appartenenti, magari formalmente non iscritti a taluni partiti, i successi rappresentati dallo sterminio della classe politica della Prima Repubblica ed il disarcionamento del Cavaliere con la frantumazione del Centrodestra. Sono successi, vittorie del partito-istituzione. Due esempi di “eversione all’italiana” che andrebbero analizzati e studiati anche comparativamente, ad esempio, all’altro, assai meno tipico e più complesso, del colpo di Stato militare per interposta persona  che ci portò il fascismo.

Berlusconi fu vittima di un suo madornale errore quando, di fronte alle tempeste giudiziarie che si scatenarono sul suo capo, continuò a sostenere di essere vittima di una sorta di un complotto di “alcuni P.M. comunisti”. O non aveva capito nulla o aveva paura di far capire che aveva capito. Era destinato a perdere.

Detto ciò il fatto che, a seguito della dispersione e distruzione dei partiti e della evanescenza crescente della loro entità e funzione, sembri crescente la fregola di alcuni esponenti della magistratura di insediarsi nelle legittime e maltrattate istituzioni politiche scendendo sul terreno delle competizioni elettorali, schierandosi con qualche (residuato di) partito o, magari, alla testa di qualche nuova formazione, non può considerarsi l’inizio di una nuova fase, quella dell’occupazione diretta del potere legislativo ed esecutivo (politici) da parte del Partito dei Magistrati. E ciò anche se molti di quelli che così si comportano credono sia oramai il momento di prendere quella strada. Ma non può neppure considerarsi resipiscenza, ma diverso giudizio sui tempi e sulle modalità del golpe, la riserva dei magistrati sulle candidature di loro colleghi.

Il Partito dei Magistrati attraversa, ed è naturale, un momento di disorientamento a seguito delle sue vittorie e della mancanza di un “nemico da abbattere”, punto di riferimento insostituibile in molte situazioni e per molte entità e correnti politiche.

Ma l’occupazione diretta del potere, la sostituzione dei “nemici istituzionali”, partiti, governi, uomini politici, come entità create, si può oramai dire, dalla stessa azione deviata della giustizia, la generalizzazione, come “nemico” da battere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo e, quindi con l’invenzione dei  “poteri occulti”, delle massomafie”, e la stessa entità fluida e multiforme di una mafia meta-criminale etc. sono per il partito nella sua più massiccia maggioranza, più che prematuri, pericolosi per l’essenziale condizione dell’esistenza e di ogni funzione e potere del partito: quella di non far notare o, almeno, di profittare della stolta volontà altrui di non notare, l’esistenza di esso, la sua azione, il suo peso.

Ingroia, Di Matteo, Scarpinato, De Magistris, rappresentano una grossa preoccupazione per gli “ortodossi” del P.d.M. anche se molti suoi esponenti, sceglierebbero volentieri, se ne avessero possibilità e sicurezza di successo, di prendere quella strada.

Mi dicono che la “scheggia impazzita” (come io la chiamo), che però non è solo una scheggia palermitana, sia, con le sue stravaganze, i suoi riti e miti e le sue iniziative balorde e petulanti, una grossa preoccupazione per i “moderati” (ahi! ahi!) del P.d.M. I quali, però non osano far trapelare all’esterno questa loro ostilità e queste loro preoccupazioni che, se avvertite dal grande pubblico, comporterebbero un’attenzione pericolosa anche per l’esistenza dello stesso partito della magistratura. Che, guarda caso, è la vera “forza occulta” della politica italiana. Forza che è tale perché è occulta e finché sarà occulta. Starei per dire che c’è da sperare in Di Matteo.

                                    Mauro Mellini

20.06.2017

Inaugurazione del partito giustizialpopulista

Mentre pare che, con l’inciucio sulla legge per manipolare le prossime elezioni, vengono fatti fuori una serie di partitini, il più grosso e grossolano dei partiti celebra una sorta di “sdoganamento” istituzionale ed, al contempo, la prima uscita della sua “naturale” alleanza con il partito dell’estremismo giudiziario, quello, per intenderci, del Duo Ingroia-Di Matteo, di rito antimafia e celebrativo, che già ne giorni scorsi, come avevano scritto in queste pagine, aveva offerto ai 5 Stelle l’“uscita dall’isolamento”, con la partecipazione alla sceneggiata per un nuovo diritto penale a base di repressione degli “indizi”, etc. etc.
Nientemeno che nell’”aula dei gruppi” a Montecitorio si è tenuto un convegno dal titolo “Questioni e visioni di giustizia - prospettiva di riforma”. Quale siano le riforme dei visionari Cinquestelle lo dice la presenza (e le benedizioni) del Duo palermitano Ingroia-Di Matteo (con il loro progetto di confisca dei beni degli “indiziati” di corruzione ed altri reati (e molto altro lavoro per dottoresse Saguto, preti Ciotti, casi “palazzo della legalità” etc. etc.). Ma presenti o dannunziamente “assenti ma presenti” altri magistrati “significativi”, come Cantone e qualcuno un po’ meno e, poi Marco Travaglio, che più significativo di così non potrebbe essere.
Da tempo andavamo denunziando la pantomima delle “cittadinanze onorarie a Di Matteo perché condannato a morte dalla mafia”, e della rete politico-giustizialista, che, con le iniziative tutte dei Grillini, si andava tenendo in giro per l’Italia. E’ noto (o quasi, perché potremmo scriverne di più) il defilarsi di tanti parlamentari (con l’eccezione del Sen. Luigi Campagna) di fronte al dovere, ad essi ricordato, di presentare interrogazioni parlamentari sugli abusi quanto meno disciplinari di quella pantomima. Oggi parecchi di quelli stanno per essere “sbarrati”, mentre uno dei partiti dell’inciucio stringe apertamente il suo bravo patto preelettorale con il “braccio armato giustizialista” dell’autoritarismo oramai non solo strisciante.
I signori sono serviti. Anzi si sono serviti da soli.

Mauro Mellini
01.06.2017

Vittime illustri: l'assassino ha da essere "di stato"

Venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Falcone.

L’ipocrisia, la strumentalizzazione e l’idiozia delle commemorazioni, specie palermitane, ha superato ogni limite di tollerabilità.

Non si stancano di ripetere che Falcone era andato a Roma, al Ministero, per meglio organizzare gli strumenti legislativi della lotta alla mafia. E’ questo un falso ridicolo e patente. Se ne era andato perché i suoi colleghi gli avevano reso irrespirabile l’aria di Palermo. Quelli stessi che poi lo hanno eretto a santo e maestro, che se ne sono dichiarati eredi e continuatori.

Ciò è tanto più noto quanto più sfacciatamente e tranquillamente dimenticato.

C’è invece un altro aspetto dell’oscenità di certe “commemorazioni” che di anno in anno si fa più petulante, assurdo, aggressivo ed eversivo.

E’ la pretesa di “dovere” a Falcone, come a Borsellino e come già ad altre vittime della ferocia mafiosa, una “promozione”. Non basta la glorificazione a base di false affermazioni di aver lasciato un’eredità morale e politico-professionale luminosa e straordinaria per poter aumentare il bollino dell’appropriazione indebito di essa. Ritengono di dovere a queste vittime illustri (ed anche a qualcuna un po’ meno illustre, se questa “graduazione” è lecita) di essere riconosciute vittime di un assassinio “che non fu solo di mafia”.

Vittime illustri, dunque assassinio “straordinario”. Di Stato.

E qui vien fuori la subcultura della Sinistra pseudorivoluzionaria degli “anni di piombo”, per la quale era d’obbligo, anche tra i vezzeggiatori degli assassini terroristi, proclamare l’assioma: “la strage è di Stato”, di fronte ad assassini di diversa (?) matrice.

L’Antimafia militante e ruggente (e petulante ed ipocrita) sente il “dovere” di proclamare che gli assassinati dalla mafia non sono tali, o, almeno “non sono solo di mafia”. Quelli più importanti, sono anche, debbono essere, se no è una mancanza al rispetto ed alla memoria loro dovuti, “di Stato”.

O, nel linguaggio attuale, che, poi, non è meno arrogante e falso di “pezzi dello Stato”, senza rinunziare a “pezzi” ed anche all’intero di altri Stati (“c’è dietro “la CIA” è un altro cespite dell’eredità subculturale della Sinistra).

Anni fa rimasi molto scosso sentendo il figlio “mafiosociologo” Nando del Generale Dalla Chiesa proclamare che il Padre non era stato vittima della mafia, ma di un “assassinio di Stato”. Ci teneva ad affermarlo come se si fosse trattato di una promozione. Per sostenerla, affermava che il Genitore doveva essere entrato in possesso (!!!) di documenti così compromettenti, mi pare, per il solito Andreotti che questi (o un altro “uomo potente”) per evitare che potesse “servirsene” lo avrebbe fatto uccidere.

Che l’assassinio “di Stato” sia più appagante per i parenti della vittima e più glorificante per essi di un “qualsiasi” assassinio di mafia, è in sé proposizione aberrante più che stolta.

Ipotizzare, che, poi, tale “qualifica” sarebbe stata ricollegabile ad illeciti del Generale, (che non voglio nemmeno qualificare secondo il codice) per poterci “arrivare” è cosa sconvolgente oltre che decisamente cretina.

Mi fece piacere, poco dopo, sentire che la Sorella, la Figlia del Generale assassinato, aveva risposto alla domanda, appunto se ritenesse quell’assassinio del Padre, “di Stato”, rispose con un netto no. Si direbbe che a non essere dei “mafiosociolghi” i vantaggi intellettuali non sono pochi. Quelli intellettuali.

Questa esigenza di tributare alle vittime più illustri della mafia una “promozione” del loro assassinio si è fatta, intanto, più petulante, assurda e strumentale e, quindi, ipocrita.

Al contempo il campo delle ipotesi, che per certi fanatici antimafia sono dogmi prima ancora di essere formulate, appunto come ipotesi, si estende.

Valgono a coprire gli errori degli stessi inquirenti nelle indagini a suo tempo svolte sugli assassinii, le bugie dei pentiti e persino le baggianate compiute allora dagli stessi “eredi” putativi degli assassinati ed il loro frenetico anarchismo togato.

Abbiamo scritto delle “speranze” di Grasso, pur nell’assenza di qualsiasi indizio di “mani estranee” nell’assassinio di Falcone, speranze in future diverse risultanze. Pare, se la cronaca del convegno all’Orto Botanico di Palermo del 24 maggio, promosso da Ingroia e Di Matteo è esatta, che il Presidente del Senato sia venuto “sviluppando” le sue speranze, indicando il modo di realizzarle. Per avere la “promozione” delle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino con la “scoperta” di una partecipazione “di Stato”, “occorre qualche collaboratore (pentito) o interno alla mafia o di Stato”. Con così autorevole prescrizione si direbbe che il pentito “occorrente” non mancherà di certo. Grasso è una miniera di rivelazioni degli oscuri pensieri ed anche dei metodi dell’Antimafia.

Ed è singolare che questa analisi presidenziale su ciò che ci vuole per una nuova, agognata “verità” su quella strage sia stata espressa in un convegno il cui tono ed il cui oggetto era essenzialmente la lamentela sullo “scarso impegno” per trovare più appaganti “verità”. Scarso impegno, quindi, nel “procurarsi” nuovi e più fantasiosi pentiti.

Questo atteggiamento, oramai dilagante e d’obbligo tra magistrati, tra i “professionisti dell’Antimafia”, è espressione della loro “ignoranza sospettosa”, fenomeno non nuovo né circoscritto a questo campo, con tutta l’ipocrisia e la malafede che sono implicite in questa “forma mentis”. Ma c’è chi malafede ed ipocrisia ne possiede e ne usa assai di più e sa valersene per profittare della “ignoranza sospettosa” degli altri. Così nascono i progetti e non solo i progetti del giudizial-populismo, con i suoi fanatici, i suoi rituali e le sue cittadinanze onorarie.

                                        Mauro Mellini

29.05.2017

Farsa elettorale: le colpe della corte

La vergogna della contrattazione della legge elettorale (in cui ora, grazie a Berlusconi, si è inserito anche il “do ut des” sulla data) sta toccando il limite dell’inconcepibile del “doppio turno all’italiana” proprio in questa tornata “legislativa-elettorale”. Questa volta, oltre al solito a andare a votare, previa “adeguata” legge che dica quel che dovrà valere dopo il nostro voto ci ha messo anche del suo la Corte Costituzionale.

Ho ripetutamente cercato di spiegare il mio pensiero sul rischio di definitivo naufragio di quel tanto di “stato di diritto” nel nostro Paese (altro che ridicole “marce” e digiuni di chi, magari, ne ha solo inteso parlare!!!) per la sua trasformazione in “giurisdizionalizzazione” dello Stato. Pretendere, o consentire, o lasciare senza nemmeno accorgersene che ciò intervenga, cioè che sia la “giurisdizione”, il potere giudiziario a stabilire quanto delle leggi è opportuno e quanto è inopportuno, il principio della fine e non, come si pretende, il coronamento dello “stato di diritto”. L’andazzo nel nostro Paese, grazie allo scadimento della funzione legislativa, ma anche grazie alla tollerata creazione di un arrogante ed invadente Partito dei Magistrati, è stato per anni proprio quello. La Corte Costituzionale, che avrebbe dovuto garantire proprio lo “stato di diritto”, anch’essa espandendo il proprio ruolo e la propria funzione, ha realizzato la “supplenza”, rispetto alla politica, al Parlamento (esatto contrario della funzione per la quale era stata istituita). Già nella Prima Repubblica aveva dato luogo a palesi distorsioni ed a funesti inconvenienti, come nei casi in cui le sentenze della Consulta crearono problemi di “copertura finanziaria”, cosa che stava a testimoniare che, di fatto, esse non avevano eliminato elementi di incostituzionalità, ma “cambiato” provvedimenti legislativi e stravolto “soluzioni” anche finanziarie di tali problemi.

Ma almeno la Corte aveva ripetutamente riaffermato la necessità di un limite alla sua attività diretta o indiretta (ammissibilità di referendum, ad esempio) al fine di non creare, nell’ordinamento costituzionale, vuoti di “leggi necessarie” quali, appunto le leggi elettorali.

Se può apparire strano che proprio le “leggi necessarie”, quelle che si possono sostituire ma non abrogare, debbano essere così sottratte al sindacato di costituzionalità, basta considerare che, abolire una legge elettorale dichiarandola incostituzionale significa, anzitutto, venir meno al principio di “rilevanza” rispetto ad una specifica controversia, perché, come è avvenuto con la sentenza sul “Porcellum”, si è abolita, sia pure parzialmente (quanto basta) la legge, ma non si è minimamente inciso sull’esito della controversia sollevata dall’elettore, nel corso della quale la questione era stata sollevata e rimessa alla Corte, perché sono rimasti validi i risultati elettorali e la composizione della Camera, determinati secondo la legge pure dichiarata incostituzionale. Così la Consulta ha effettuato la prima “trasformazione” del proprio ruolo, al di fuori della attualità e della effettiva incidenza dell’esito della sua decisione, da valere solo per il futuro e non, come stabilisce la legge costituzionale, anzitutto per il caso specifico in cui essa intervenga.

Ma, poi, questo è l’aspetto addirittura grottesco di questa assunzione di un diverso e distinto compito che si è arrogato la Corte con una sentenza che fa pensare a quella di un giudice che, accerta che vi è stata una truffa, ma “condanna” il truffatore a rifare lui per benino il contratto truffaldino, conferendogli la facoltà di imporre al truffato (nel caso gli Italiani) l’attuazione delle escogitazioni della sua esperienza nel ramo e probabili nuovi abusi. Aggiungendo alla truffa l’estorsione.

Così che la “tutela dei diritti costituzionali” affidata alla Corte Costituzionale è divenuta, per una palese devianza, dimostrata, tra l’altro, dall’aver ignorato le precedenti affermazioni di principio, strumento per proseguire con maggior forza ricattatrice nell’abuso e nelle violazioni della Costituzione.

Credo che questa vicenda della sciagurata dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale (che, ricordiamolo, non aveva impedito a Renzi di ottenere dal Parlamento eletto incostituzionalmente, persino una rovinosa modifica della stessa Costituzione!) che oggi consente al Parlamento incostituzionale di imporre ulteriori violazioni della Costituzione ed ulteriori bizzarrie, sostituendo il porcellum con, magari, un rosatellum, valendosi, oltre tutto, del ricatto della “necessità” di sopperire al “vuoto” di una legge “necessaria”, se no non si vota più,  dovrebbe portare a qualche più attenta riflessione su quella mia proposizione, che giuristi patentati ed autopatentati disinvoltamente ostentano di ignorare, per la quale la “giurisdizionalizzazione” dello Stato è l’antitesi ed il principio della fine (ingloriosa) dello Stato di diritto.

Ma, francamente, è una speranza assai vaga.

                                         Mauro Mellini

25.05.2017

Quando il magistrato "spera" in una verità altra

Sì, Grasso è un pezzo del Partito dei Magistrati.

Che, lo abbiamo ripetuto troppe volte, non è costituito dai magistrati “in missione” nei partiti e in Parlamento, ma che certo non li esclude e ne fa sua parte (e strumenti di una strategia).

E’ se non sbaglio, il magistrato più alto in grado “prestato” apertamente alla politica.

Ed è quello che, in tale “distacco e missione”, ha conseguito la carica istituzionale più elevata: nientemeno la seconda carica dello Stato.

Del fatto di rivestire tale carica non si è valso di certo per farsi scudo del prestigio e della conservazione dell’Istituzione da lui rappresentata. Si è prestato, e nemmeno solo con la semplice inerzia, al tentativo di rottamazione e di ridicolizzazione del Senato, in questo adottando in pieno uno dei più pericolosi vizi della “politica” con la p. minuscola, consistente nell’assioma “se le istituzioni si conquistano se ne fa quel che si vuole” (E in Sicilia, mi par di ricordare, c’è un proverbio “chi piglia un Turco, è suo”).

Ma Grasso, prima di diventare Presidente del Senato, ha nella Magistratura, ricoperto una carica emblematica dell’istituzionalizzazione della devianza della giustizia: è stato a capo della Procura Nazionale Antimafia, che ben potrebbe rappresentare il simbolo della “giustizia anti qualcosa”, cui siamo ridotti. O passare per tale, ché gli aventi diritto a tale ruolo sono molti.

Oggi Grasso “marcia” a Milano a favore dei “migranti”, contro non so chi. E parla, con l’autorevolezza della sua doppia qualifica (starei per dire doppia natura, ma non andrebbe bene). E la sua voce ben può essere considerata idonea per più versi a definire concetti e natura della giustizia (si fa per dire) nel nostro Paese.

Parlando dell’assassinio di Giovanni Falcone, rispondendo ad un’intervista su “Repubblica” alla domanda “fu solo mafia?”. Pietro Grasso tranquillamente risponde: “Purtroppo al momento mancano i riscontri per portare ad un accertamento giudiziario”.

Se si considera non tanto quello che, a questo proposito scrive su “Il Foglio” Massimo Bordin, al quale risulta che Pietro Grasso è un magistrato attento e poco suggestionabile (virtù rara) quanto l’interpetrazione che da noi si dà all’obbligatorietà dell’azione penale ed alla funzione delle Procure: indagare alla ricerca di notizie di reato, quella risposta significa che “purtroppo” non c’è proprio niente che faccia pensare che ci sia “altro”.

“Purtroppo”. Un magistrato che dice “purtroppo” non già di fronte al fatto che c’è un morto ammazzato e non c’è aria di trovare il colpevole, ma di fronte al fatto che il colpevole sia uno invece che un altro, che non ce ne sia un altro oltre quello che risulta essere tale, o, magari, che non risulta esserci un delitto invece che niente o piuttosto che di delitto ce ne sia uno invece che un altro e diverso, come dicono le prove raccolte è un magistrato allarmante, perfettamente in linea con la concezione della “giustizia di lotta” che, in quanto tale e perché tale, fonda i suoi convincimenti e la sua opera su verità precostituite e gratuitamente acclamate come tali.

Proseguendo nelle sue risposte agli intervistatori di “Repubblica”, Grasso, quasi per fugare il sospetto di non essere un “magistrato lottatore” aggiunge “Non è detto che non ci siano altri pezzi di verità…Io non perdo la speranza”.

Grasso, oltre che marciare, spera. Spera che nell’assassinio di Falcone ci siano dietro la CIA, i Servizi Segreti (deviati) la Massoneria (deviata), Andreotti, buonanima. Spera. Per fortuna non mi conosce e non avrà nemmeno mai sentito parlare di me. Se no, potrebbe, magari, accontentarsi che un altro pezzettino di “verità” sia costituito da una mia partecipazione alla strage di Capaci. Ma altri, che magari fanno spallucce di fronte a queste considerazioni, non si può giurare che siano altrettanto al sicuro dalle “speranze” di Grasso.

L’ottimo Bordin, su “Il Foglio” conclude: “il dubbio che domande del genere (se c’è “altro”) quel mito rischino di accrescerlo, è difficile da respingere”.

Bordin è uno dei migliori conoscitori delle mille espressioni della “giustizia deviata”, al punto che potrebbe trarne una sintesi senza dubbi, se e ma.

Per questo mi pare un po’ strana la sua conclusione: non sono certo le domande degli intervistatori di “Repubblica” a rischiare di accrescere il mito (quello di certe dietrologie). La “speranza” di Grasso, congenita alla sua mentalità, era evidente dalle prime battute. Ed il “mito” non ha bisogno di esser accresciuto. Per i magistrati del P.d.M. e per quelli parlamentari in particolare è verità indiscussa. Proprio perché non ve ne sono le prove che “purtroppo” il potere, i poteri occulti, hanno soppresso e nascosto. O fatto sì che mai se ne avessero.

Questo è il concetto di verità e di giustizia di un esemplare magistrato. Ed esponente del “mondo politico”.

                                         Mauro Mellini 

23.05.2017

P.S. L’altro giorno Grasso “marciava” a Milano. Campeggiava nel corteo uno striscione “Siamo tutti legali”. Eppure, purtroppo per Grasso, non mancano di certo “riscontri legali per portare ad un accertamento” del contrario. Ma Grasso spera… Che la verità non corrisponda ad un “accertamento giudiziario”. Che c’è.

Video In Evidenza

Il Libro

La rubrica

banner gg lib

Non è solo Saguto

annuncio

      CLICCA SULL'IMMAGINE PER INFO

La Newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

social

Giustizia Giusta utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.