FacebookTwitterGoogleFeed

 

Politica interna

Politica e giustizia

Il pizzo "pagato" dai magistrati al PD

Se il Partito Democratico arranca e spera che a salvarlo alle prossime elezioni siano, se non i voti sempre meno probabili, almeno la legge elettorale con le sue complicate assurdità (“in virtù di nuove leggi chi perde voti acquista seggi” è la speranza non solo di quelli del P.D.) se anche un magistrato, come Grasso, uno di quelli che il potere lo vuole per sé e non per la sua corporazione, gli ha voltato teatralmente le spalle come un topo che scappa da una nave che affonda, è pur vero che i rapporti tra il partito di Renzi e quello delle Toghe sono ottimi. E vantaggiosi per gli uni e per gli altri.

“Ai magistrati non si può negare nulla” è il concetto base della politica del P.D. e del governo del sottocoda Gentiloni. Il processo di “giurisdizionalizzazione” dello Stato, l’erosione della stessa funzione e delle prerogative del Parlamento continua indisturbata. Leggi e leggine, come tante pezze colorate, distruggono l’edificio dei diritti fondamentali, aumentando quelle complicazioni che fanno crescere a dismisura il prepotere e l’abuso del potere giudiziario e, di contro, la criminalità, l’evasione dalla legalità, i contropoteri delle mafie, conseguenza dell’insostenibilità di una legalità sconquassata ed opprimente.

I magistrati possono compierle di tutti i colori. Affermano con tracotanza (si veda l’atteggiamento dell’A.N.M. sul caso De Luca) il loro diritto di disporre della vita e dei beni dei cittadini come delle cavie. E ne ottengono sempre maggiori occasioni e possibilità. Ed impunità. Orlando, questa mezza cartuccia simbolo della resa del potere politico, delle Istituzioni prone al volere delle Toghe, non potrebbe meglio testimoniare la totale vacuità di ogni ipotesi di resistenza.

Ma questa “non politica” del P.D. sulla giustizia, questa servile disponibilità a soddisfare tutte le pretese della maggioranza dei magistrati non è senza prezzo. Il P.D. ha riscosso e riscuote il suo “pizzo” sulla inefficienza della giustizia. Lo squadrismo giudiziario in danno del P.D. è limitato a casi di indocilità e del prevalere del gusto della originalità di qualche “cane sciolto” della minoranza inquieta del P.d.M.

La caduta di prestigio politico del P.D. della Sinistra è stata ed è anche in senso non traslato una bancarotta. E se parliamo di bancarotta ecco che vien fuori il “Pizzo” che i magistrati hanno pagato e pagano per la loro devianza istituzionale indisturbata.

La questione degli scandali bancari, la bancarotta della Banca Etruria non sono episodi di ordinaria corruzione.

E non è episodio di ordinaria tolleranza della corruzione degli amici degli amici la sostanziale copertura che il vero, grande scandalo riceve. Riceve da chi? Certo dalla “politica”, dai ridicoli provvedimenti che, fatti passare per “risarcimenti alle vittime”, assicurano quattro spiccioli a coloro che avranno da esibire una sentenza passata in giudicato che li dichiari ingiustamente danneggiati. Ma c’è ben altro.

Per alcuni giorni si è parlato degli elenchi dei beneficiari dell’allegra elargizione del credito da parte di quelle tali banche. Nomi noti di noti speculatori, ma anche del più grosso organismo di beneficienza (?) della Chiesa Cattolica.

Se ci sono dei poveracci rovinati dalla malavita bancaria, pensionati che hanno perso i risparmi di una vita, ci sono i beneficiari, i debitori insolventi e indisturbati, beneficiati da concessioni spericolate di credito e da mancate azioni per il recupero. La bancarotta è stata una manna anziché la resa dei conti per una vasta clientela privilegiata. Di questa è subito scomparsa ogni menzione sulla stampa.

Eppure lo scandalo vero è in quei nomi, in quelle elargizioni di credito a dir poco spericolate. Discutere della mancata vigilanza, della “culpa in vigilande” della CONSOB o della Banca d’Italia o del Tesoro è, nelle migliori delle ipotesi, uno sciocco e grave diversivo.

La bancarotta, reato ben specificato nella legge fallimentare, studiato, applicato, analizzato, sembra però abbia subìto improvvisamente, assieme ad una sorta di fenomeno riduttivo, una clamorosa deformazione giurisprudenziale.

Stranamente, Procure come quella di Arezzo ne hanno fatto, anziché un reato degli amministratori di un’impresa fallita in cui si sono verificati certi episodi di malagestione, reato di coloro che, in un’impresa poi fallita hanno commesso specificamente quei particolari atti di malagestione. Guarda caso con questa “virata di bordo” che è persino difficile definire “giurisprudenziale”, sembra sia assicurata l’impunità a certi particolari amministratori ben imparentati.

Cosa non da poco, perché l’incriminazione avrebbe comportato una botta mortale per il P.D.

Per non parlare, poi, di una evidente reticenza a considerare i beneficiari di elargizioni sfacciati complici necessari della “bancarotta per distrazione”.

Si dirà: con tante baggianate commesse con la “creazione” di ipotesi di reati inesistenti, qualche errore “restrittivo” delle ipotesi di punibilità di quelli realmente esistenti è, tutto sommato, auspicabile. Col cavolo! Tutto ciò ha il sapore di una nuova forma di “pizzo”. Una volta tanto avrebbero ragione quelli che sostengono che pagare il pizzo è reato. Perché si tratta di un pizzo pagato “adattando” l’uso del potere ai comodi di chi, da parte sua, chiude un occhio o anche tutti e due di fronte alla bancarotta della giustizia. Il “pizzo” con i nostri soldi, contro la nostra Repubblica.

              Mauro Mellini

05.12.2017

Il ritorno del prode ninanselmo

Diversamente dal prode Anselmo della famosa filastrocca frutto della vena poetica di un futuro Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, il prode Nino, il magistrato più costoso ed il condannato a morte dalla mafia più longevo (glielo auguriamo di cuore) è tornato non dalla Crociata, ma alla Crociata.
Dopo un mese e più di silenzio e di astinenza dal vizietto di farsi conferire la cittadinanza onoraria di città e villaggi del Bel Paese dove il SI’ suona (ma dove, quando la gente è stanca di farsi portare in giro e di assumere il ruolo di Pantalone, ogni tanto un NO formidabile manda ad un altro paese i buffoni ed imbroglioni), Di Matteo dott. Antonino detto Nino è tornato alla sua passione di collezionista di cittadinanze onorarie. Diciamo che è tornato lui, perché nessuno potrà convincerci che egli abbia un ruolo solo passivo di una mania di attribuirgli queste insigne espressioni di riconoscenza del Popolo delle Città e di Borghi d’Italia. Un collezionista costosissimo (non per lui, ma per noi, per lo Stato, per i Comuni e per Istituzioni varie che pagano le spese di quel suo correre su e giù per la Penisola a prendersi diplomi e brevetti, seguito dalla scorta più numerosa ed attrezzata d’Italia).
Per uno o due mesi, improvvisamente si era interrotta la sceneggiata. “Passa un giorno, passa l’altro, mai non torna il prode Ninalselmo”. Sembrava che potessero declamarsi questi versi accorati e che, benché andando in guerra si fosse messo l’elmo, non trovasse più modo di soddisfare la sua sete di cittadinanze universali (altro che jus soli!!!).
Ma ora il prode Ninanselmo è riscappato fuori. Occasione: la morte di Totò Riina.

“Mica estingue la mia condanna a morte”, ha tenuto subito a ricordare il condannato a morte più costoso e meno in pericolo d’Italia e del Mondo.
Immediatamente è scattata la ripresa delle cittadinanze onorarie. O meglio, delle proposte. Perché tra le Città d’Italia mancava alla collezione del più costoso dei magistrati, quella guarda caso, di Genova. Ora al Consiglio Comunale della Città dell’intrepido Balilla, il solito Consigliere Cinquestelle ha presentato la solita, monotona proposta.
Che proprio la Città che ha la fama di una testarda parsimonia come Genova debba vedere la ripresa dell’apoteosi del magistrato più costoso d’Italia è un controsenso. Probabilmente il Consigliere (o i Consiglieri) Cinquestelluti proponenti la cittadinanza onoraria al più costoso (altre volte abbiamo fatto qualche accenno alla contabilità) personaggio della politica giudiziaria italiana è un immigrato di qualche altra Regione.
La parsimonia dei Genovesi è virtù (sissignori, è una virtù piuttosto rara) che sarebbe da augurarsi non venga meno neanche tra gli inevitabili scimuniti stellari dell’antipolitica cittadina.
Agli Amici Genovesi rinnoviamo l’offerta (gratuita) dell’opuscolo sulla storia del “Cittadino di Cento Città”, e di questa costosa (a spese di Pantalone) pagliacciata del collezionismo delle cittadinanze onorarie.
E ci auguriamo che, “passa un giorno, passa l’altro” ritorni il prode Ninanselmo a lavorare invece che ad andare in giro per l’Italia a celebrare il rito dell’imbecillità di certi nostri, ahimè, poco onorabili concittadini.

Mauro Mellini
30.11.2017

Berlusconi: Strasburgo non sia un alibi

Vedo dai titoli dei giornali che Berlusconi è ottimista (ognuno ha i suoi vizi) sull’esito del suo ricorso a Strasburgo sull’applicazione della Legge Severino al suo caso (“Re Gioacchino fici a legge e fu impiso” si diceva al Sud, impasticciando un po’ la storia).
La questione riguarda la sostanziale retroattività di una sanzione penale, applicata a fatti commessi prima della promulgazione della legge.
Che questo sia il “caso Berlusconi” e che così possa sintetizzarsi l’”anomalia” della giustizia italiana consumata nei confronti del Cavaliere, è cosa non solo “riduttiva”, ma smaccatamente falsificante ed elusiva di una verità che proprio nei giorni scorsi ha avuto la sua “prova del nove” con una nuova indagine a suo carico in puntuale coincidenza con la conclamata ripresa del Centrodestra, di Forza Italia e della stessa figura politica di Berlusconi nel confronto politico italiano.
Non so e non mi spremerò il cervello per chiarirmi le idee sul risultato pratico di un esito del ricorso a Strasburgo. Quello che, francamente trovo urtante e penoso, come irritante e penoso è sempre il dover constatare che la violenza finisca col coinvolgere e domare il violentato, è il fatto che, oggetto della più spettacolare persecuzione giudiziaria, una vera e propria gara di tiro al piccione, da parte del Partito dei Magistrati (altro che di “certi P.M. comunisti”!!!), che ha caratterizzato decenni della nostra vita politico-sociale e che oggi, forte di quella “vittoria” troneggia sulla nostra libertà civile e sulla nostra Repubblica, Berlusconi, invece di chiamare gli Italiani alla riscossa contro quel sistema, invece di bandire una crociata contro lo squadrismo giudiziario, la giustizia strumentale, il Partito dei Magistrati e le sue fazioni, il deterioramento dei caratteri liberali del nostro ordinamento, cerca di ritagliarsi uno “spiraglio” (anche nei titoli dei giornali a lui più vicini è venuta fuori questa deprimente parola) lamentando che contro di lui (e non solo contro di lui) sia stato “anticipato” l’effetto persecutorio di una legge di cui egli stesso porta la responsabilità.
Auguriamo a Berlusconi di vincere la sua causa a Strasburgo. Si basa su di un principio di “legalità del sistema penale” del quale non siamo mai stati sostenitori o avversari “a corrente alternata”, dando ad esso un contributo non proprio secondario.
Ma non è questo che dà a Berlusconi, piaccia o non piaccia a tutti noi, un ruolo: quello del leader naturale di una rivolta liberale contro l’uso deviato della giustizia, le “campagne politico-giudiziarie”, le fazioni ed il Partito dei Magistrati. E’ una pretesa, la nostra, più che legittima.
Il fatto che per nostro conto, a nostre spese, con povertà di mezzi, a volte in totale solitudine, abbiamo fatto il nostro dovere su questo fronte, ci autorizza ad aggiungere all’augurio a Berlusconi per la sentenza di Strasburgo il nostro “purchè non sia un alibi”.


Mauro Mellini
23.11.2017

Per l'elaborazione e l'affermazione del concetto di "Legalità sostenibile"

Voglio scusarmi anzitutto con i miei affezionati lettori se verso sulla loro paziente benevolenza di cui mi danno tanta prova l’elaborazione di riflessioni cui la mia preparazione, la mia cultura, sono sicuramente inadeguate. Se oso farlo è perché “nel paese degli orbi beato chi ci ha un occhio”. E, se sono convinto di questa inadeguatezza, ben più fermamente lo sono di quella di molti altri che non solo parlano e scrivono, ma operano ed impongono a noi di operare e di sopportare, dando di quel che dico io, la prova quotidiana di una certa fondatezza, realizzando il contrario di quanto queste mie povere riflessioni imporrebbero a chi ha ben altre responsabilità.

Mi è capitato (mi sta capitando spesso) di sentirmi rimproverare l’”esagerazione” di una mia affermazione: quella espressa, ad esempio in un mio articolo del 6 ottobre 2017, incluso nella raccolta “Non è solo Saguto”.

“Esagerato” sarebbe affermare che le misure di prevenzione antimafia sono causa, chiudendo i rubinetti di altri fonti di credito, del rigoglio degli affari finanziari della mafia, cui garantiscono il monopolio della prestazione del credito e degli investimenti, in un “mercato parallelo” così privilegiato e protetto.

“Esagerato” è aggettivo che non esprime che un giudizio relativo. Esagerato rispetto a che cosa?

Questi miei non richiesti maestri, infatti, si mostrano scandalizzati del fatto che io affermi, in sostanza, che “addirittura” la “legalità” farebbe più danno della mafia stessa. Il che, oltre ad essere diverso da ciò che dico è affermazione in sé vuota a falsa.

Povera “legalità”!!! Da principio fondamentale del diritto penale dei paesi civili “nullum crimen, nulla poena, sine praevia lege penali” è divenuta una arbitraria espressione di ciò che è contrapposto al crimine, al “sistema criminale”. Ne è stato cioè invertito sconciamente il concetto, al contempo svuotandolo e banalizzandolo.

Legalità, sarebbe quella cosa che insegnano le mogli dei magistrati e dei poliziotti nelle scuole di Sicilia, di Calabria, di Campania.

Ed invece questo concetto di legalità dovrebbe essere nuovamente elaborato, approfondito, studiato da menti aperte, schiette ed acute. Quali, in verità poche se ne trovano oggi. Sento il dovere di cercare di farlo non essendo in condizione di potermi definire tale. Non è da escludere che da un ignorante forse un po’ presuntuoso, quale io sono, qualcosa di nuovo e di utile riesca a venire fuori.

Legalità è un sistema. Il sistema delle leggi, dei principi, così come emergono dalla lettera e dalle interpretrazioni ed, ahimè, applicazioni che se ne fanno. Un sistema che varia nelle sue caratteristiche fondamentali, che diventa il metro del bene e del male della società che lo adotta, che ha, deve avere, perché altrimenti non è che un sistema sgangherato, una sua coerenza che ha, limiti di flessibilità.

Se la legalità è metro di compatibilità di fatti, atteggiamenti, con situazioni del vivere civile, non è essa stessa priva di riferimenti ed esigenze di coerenza. Non ogni “legalità”, oltre che “legale” (ovviamente) può dirsi “buona”, adatta, compatibile. Sostenibile è il termine giusto. Con che cosa? Con le strutture materiali e morali dei popoli e degli Stati in cui deve spiegarsi. Con il loro sistema e con la realtà della loro economia.

Si può, anzi, affermare che la legalità non può che essere coerente e “sostenibile” rispetto alla realtà economica e sociale cui dovrebbe imporsi.

Questo è il punto.

Difficoltà ed attriti in questo rapporto esistono sempre. La loro entità, durata, qualità, segna il limite della “sostenibilità”, che è poi imprescindibile dato della legalità, della sua essenza ed “unicità”. Perché se la legalità, si fa per dire, numero 1 non è sostenibile, accanto ad essa inesorabilmente si crea un altro sistema ad essa analogo e contrario. Potremmo chiamarla la “legalità” n. 2 o illegalità.

Questo concetto si traduce, anzitutto in quello ben altrimenti espresso e sostenuto da una mente come quella del grande giurista Santi Romano (“La pluralità degli ordinamenti giuridici”). Che però non approfondì mai, sul piano sociologico, politico e su quello della loro conflittualità degli “ordinamenti”, inevitabile in questa pluralità, né, che io sappia, la sviluppò con adeguate indagini e riferimenti storici.

Uno sguardo alla nostra storia ed a quella di queste “entità parallele”, oltre che a quella della nostra economia e del suo sviluppo e dei suoi momenti di ristagno e di regresso può dare, io credo, risultati di enorme rilevanza ai fini della conoscenza della natura, degli sviluppi, della genesi e delle augurabili prospettive di estinzione di fenomeni come quelli della mafia, della camorra etc.

Essi sono tutti, chi più e chi meno evidentemente, in epoche e situazioni diverse, frutto “parallelo” di sistemi economici con ordinamenti e leggi insostenibili imposti dalla legalità “ufficiale”, dello Stato e di altre forme di potere dati ed accettati come “normali”.

Senza spingersi troppo addietro nel tempo, si può dire che certamente “insostenibile” si dimostrò negli Stati Uniti la legislazione proibizionista delle bevande alcoliche. Che, oltre a far crescere l’abuso dell’alcool, rafforzò la malavita facendone un sistema potente e capace di “autoproteggersi” con la corruzione e la violenza.

Tutta la storia della nostra Repubblica è segnata dall’istituzione di un sistema semi socialista imperniato sulle “partecipazioni statali”. Un sistema giuridico-economico insostenibile nel contesto generale italiano ed occidentale. L’effetto fu quello di un parallelo sistema di “adattamento” della democrazia e del sistema dei partiti ad una “spartizione” depredatoria del potere e del denaro pubblico profondamente radicato e tale da apparire inestirpabile con la “legalità di fatto” di tangenti, spartizioni, depredazioni.

Altri meno appariscenti fenomeni di legislazione “insostenibile” ve ne furono, quale quello, assai poco studiato, della “pressione sociale” sulla proprietà edilizia, già duramente provata dalle distruzioni belliche, sulla quale fu, di fatto, riversato gran parte del peso del problema casa. Ne seguì il passaggio di gran parte di quelle vecchie proprietà in mani di speculatori disposti a valersi di mezzi mafiosi per sfruttare le loro acquisizioni eludendo limiti e imposizioni. Alcune situazioni di criminalità organizzata da ciò ebbero origine in varie città.

Perché questa “economia sommersa” (alla cui floridezza si deve buona parte del “miracolo” economico italiano, finché ci fu, e, poi della sopravvivenza del Paese in periodo di crisi) finisce sempre per crearsi l’equivalente (criminoso) della protezione legale che, in quanto “sommersa” non ha nell’apparato dello Stato.

E l’”economia sommersa” è, in buona sostanza ed in parte notevole, la conseguenza di una insostenibilità di norme che impongono oneri, vincoli, condizioni e complicazioni burocratiche che nella realtà dell’economia e dell’assetto sociale non possono trovare adeguata applicazione.

La più evidente e grossa di queste situazioni è quella dell’evasione fiscale, frutto in misura cospicua dell’esorbitante livello della pressione tributaria. Se c’è un’economia che vive e sopravvive grazie all’evasione, ad un certo punto ad essa diventa “necessario” l’inserimento, la protezione, l’equivalente della “giustizia”, che può essere fornita solo dalle grosse organizzazioni criminali.

Ma chi ritenesse che per combattere le organizzazioni criminali, la mafia, la camorra etc. etc. bisognerebbe semplicemente arrivare a far scomparire l’evasione fiscale, commetterebbe un grosso errore di inversione dei termini della questione.

Sono considerazioni che assai meglio di me altri potrebbe sviluppare.

Temo, però, dia vere per occuparmene, una qualità purtroppo non troppo diffusa: quella di non temere di parlare e pensare controcorrente.

                  Mauro Mellini

16.11.2017

Mattarella e la paura della verità

Che cos’è questa storia della “promulgazione con lettera” che Mattarella ha fatto del codice antimafia?

E’ una brutta storia. Che ha tutto il sapore di un’incapacità di fare quel che si deve quando ci si trova di fronte al tabù dell’”antimafia devozionale e forsennata” e colora di assurdo e di cinismo una funzione che dovrebbe essere di supremo presidio della libertà, dei diritti delle vite dei cittadini.

E’ inutile ripetere quello che, è stato scritto non solo da noi, fino a poco tempo fa sparuti allarmisti delle malefatte dell’antimafia, sulle pericolose e rovinose baggianate di questo cosiddetto codice.

Quello che nessuno ha osato dire in questa occasione e che l’inconsueto e grottesco procedimento di “promulgazione” (quasi) condizionato da parte del Capo dello Stato ha confermato, è che ogni forma di discussione riserva, opposizione alle frenetiche pretese della parte più becera e dissennata del Partito dei Magistrati sono avvenute e avvengono sotto il segno della paura. Della paura di essere classificati come conniventi della mafia e dei corrotti, di cadere sotto i colpi di più o meno fantasiose imputazioni (caso Giovanardi) di ostacolare la “lotta” al male assoluto delle cosche, di essere dichiarati “incandidabili” (e “invotabili” a candidatura avvenuta) dalle demenziali omelie della congregazione di Rosy Bindi.

Il Presidente Mattarella con la sua innovativa procedura della “promulgazione quasi condizionata”, dà sostanzialmente atto delle gravi incongruenze, delle violazioni non solo delle normative comunitarie del codice antimafia.

Ammette, sostanzialmente, che sia, comunque, uno strumento pericoloso e letale. Ma invita nientemeno che un Gentiloni a non abusare di quell’abuso dei principi del diritto. Come il Governatore spagnolo di Milano di manzoniana memoria sembra voler dire “adelante, Pedro, con juicio!”. E questo gli basta per mettersi a posto la coscienza nel consegnare ad una magistratura, per almeno parte della quale, che è più direttamente interessato (fino ad oggi) all’uso di quello strumento, esso è addirittura troppo poco forcaiolo e devastante.

Ma il punto più grave della lettera di Mattarella, in cui, ci spiace dover dire ciò del Capo dello Stato cui dobbiamo, ratione muneris, reverenza e fiducia, affiora qualcosa che è difficile non accostare all’ipocrisia ed al cinismo.

E là dove invita il Governo a “monitorare” il funzionamento della legge.

Provatela, sembra dire, tanto, al più potrà rovinare qualche altra impresa, disonorare qualche altro cittadino, mettere sul lastrico altri operai e dipendenti di imprese devastate.

Una prova “in corpore vili” il corpo di questa povera nostra Nazione, quello di altre sue provincie e regioni.

E, poi chi dovrebbe fare il monitoraggio?

Rosy Bindi con i suoi confratelli? E chi dovrebbe rispondere se non i magistrati, e, soprattutto quegli energumeni togali per i quali quel cosiddetto codice è ancora troppo poco? E chi oserà parlare se il Presidente della Repubblica ha parlato a metà?

E, poi, questa trovata della “promulgazione con lettera di ammonizione” è, in realtà un favore fatto ad un Governo alle prese con una reazione imprevista della pubblica opinione, della stampa, della stessa parte ragionevole della magistratura.

C’è , dunque la “lettera di riserva e di ammonizione” del Presidente. L’invito, se c’è tale invito, ad “andarci piano” (a chi? a Di Matteo? A Gratteri?). State quindi tranquilli non arriveranno a toccare anche voi. Non fatene una tragedia. State tranquilli e tirate a campare.

Ed intanto già tutti stiamo subendo i danni, magari solo quelli indiretti del fanatismo antimafia. Ed aspettiamo il peggio.

A meno che…

                              Mauro Mellini

 18.10.2017

C'è forse uno spiraglio per la speranza

ED ALLORA CHE ASPETTIAMO?

Si direbbe che qualcosa si stia muovendo nella sconsolante immobilità del Paese, dei suoi giuristi, dei suoi imprenditori, dei suoi abitanti di buon senso e di buonafede di fronte allo scempio del diritto, dell’economia, della civiltà dei rapporti tra governanti e governati consumato in nome di un komeinismo antimafia e di un controriformismo inquisitorio che sono la negazione della nostra stessa società.

Abituati, ma non rassegnati a parlare al vento, a scrivere per esser letti da pochi e rassegnati amici da anni ed anni, può darsi che il nostro sia un sussulto di ottimismo ingiustificato. Ma è nostro dovere, è diritto della nostra non rassegnazione ad esporlo, a tentare di condividerlo con chi, rassegnato, ci ha magari fatti oggetto del suo affettuoso scetticismo.

Lo abbiamo già scritto: c’è un sussulto contro quella particolare ma essenziale forma di demolizione dei fondamenti civili e sociali del nostro diritto penale che sono le “misure di prevenzione”. Antimafia, ma non solo.

Perché il virus velenoso dello sprezzo dei principi, maturato in nome delle emergenze, è sempre destinato ad invadere ed infettare tutto l’organismo del diritto e della civiltà.

Si sono accorti anche i dormienti che sono migliaia gli innocenti, gli inutilmente assolti, le vittime stesse della mafia ad essere depredati dal meccanismo della c.d. “prevenzione”, oltre che dalle Saguto e dai suoi sodali, imitatori e maestri. Si sono accorti che quello delle misure “interdittive” prefettizie di messa al bando di imprese nemmeno indiziate di “infiltrazioni mafiose”, ma “esposte al pericolo di tali infiltrazioni” ha messo in ginocchio la provincia di Reggio Calabria, e quella di Palermo ed altre.

Perché sono giunti a perseguitare, (che in termini di utilità produttiva significa distruggere), imprese, appunto, “esposte al pericolo di infiltrazioni mafiose”. Così le vittime diventano colpevoli, cioè vittime anche di uno sciagurato sciacallaggio antimafia. Che ci ricorda il cinismo dei generali francesi (ma non solo di loro) che sostenevano nel 1917, cento anni fa, che bisognava fucilare un po’ di soldati “per incoraggiare gli altri”.

Potremmo fare volumi e volumi di mostruosità giudiziarie di questo tipo. E qualcuno di noi lo farà, come farà e faremo un’antologia delle cazzate di contorsionisti delle motivazioni con le quali lorsignori coprono questo letamaio con le loro toghe e, magari, con i loro ermellini.

Ma ormai se ne parla. Non siamo solo noi a denunciare lo scempio. Quale che sia il motivo di questo risveglio, solo in questi giorni sulla stampa nazionale, nelle televisioni, qualcuno osa alzar la voce, dire che così non va e non può andare.

E’ ora, però che a parlare siano tutti quelli, almeno, che sanno e, fino ad oggi non osano.

Occorre reagire duramente, contro la Rosy Bindi che, idealmente in pantaloni rossi come i generali francesi del 1917, gracchia che bisogna decimare le imprese “per incoraggiare le altre” sulla via di un radioso avvenire antimafia. Basta con la perfida e ridicola retorica che sa di Sant’Uffizio, di questa antimafia mafiosa e beghina!!!

Bisogna che le vittime di queste soperchierie, quelle che la Santa Inquisizione tornata ad imperversare con i suoi roghi, debbano andare in giro solo col “sambenito”, l’abito del penitente. Comincino col passa-parola a darsi il segnale della ribellione all’ingiustizia della messa al bando e riconoscano chi si batte per far cessare lo scempio che, oramai, è una sciagura, una palla al piede per tutto il Paese. Facciamo circolare gli scritti ribelli.

E basta con le proposte, le invocazioni, di un “miglioramento” di una “correzione”, magari, del codice antimafia. Basta con i ridicoli tentativi di cavar sangue dalle rape, ragionevolezza da un Orlando e di magistrati “moderati”.

Un appello speciale agli avvocati: mettano da parte i loro studi, le loro analisi, (parlo, ad esempio quelli del Consiglio Nazionale Forense) per “correggere” il codice antimafia. non si riducano ad umiliarsi in un dialogo con un Orlando. Parlino invece alla gente. Scrivano sui giornali. Adoperino internet. Diventino agitatori in nome della legalità vera.

L’antimafia, le leggi speciali, la cosiddetta prevenzione sono diventate la vera matrice del rinnovato potere odioso della mafia.

Basta con l’Antimafia-Mafiosa. E basta con gli sciacalli dell’Antimafia.

                        Mauro Mellini

 10.10.2017

Antimafia mafiosa: come reagire

C’è, è inutile ripeterlo troppe volte, una certa presa di coscienza della turpitudine della legislazione antimafia, che meglio sarebbe definire “legge dei sospetti”. Anche i più cocciuti cominciano ad avvertire che non si tratta di “abusi”, di dottoresse Saguto, di “casi” come quello del “Palazzo della Legalità”, di fratellanze e cuginanze di amministratori devastanti.

E’ tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa.

Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà.

Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? E’ già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto.

Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare?

Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo.

Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero.

Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica.

E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo.

Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano.

                                Mauro Mellini

 26.09.2017

Video In Evidenza

Il Libro

La rubrica

banner gg lib

Non è solo Saguto

annuncio

      CLICCA SULL'IMMAGINE PER INFO

La Newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

social

Giustizia Giusta utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.