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Politica interna

Politica e giustizia

L'antimassoneria maniacale dell'antimafia demenziale

La relazione che la Commissione Parlamentare Antimafia ha redatto sui rapporti tra Mafia e Massoneria in Calabria e Sicilia dovrebbe essere attentamente analizzata da psicanalisti seri che non potrebbero, intanto, che prendere atto che la Commissione, che dovrebbe essere d’indagine, è piuttosto l’officina di assemblaggio di pregiudizi, leggende, elaborazioni ideologiche. E tanta materia di studio per la psicanalisi.
Ho già scritto qualcosa sul ruolo che Massoneria, Servizi Segreti, C.I.A., e tutto l’altro armamentario dell’immaginario “dietrologico” hanno nelle indagini giudiziarie, nelle quali rappresentano “l’ovvio inconoscibile” ed, la giustificazione del limite, del vuoto di ogni indagine, specie se di grande e “storico” rilievo ed, al contempo ne sono il presupposto culturale, la trama implicita.
Ognuno di questi fantasmi ha radici che non sono solamente giudiziarie e frutto della devianza giudiziaria. Hanno una loro storia, sono espressioni di aspetti diversi dei residuati di una subcultura genericamente oscurantista ma di diversa estrazione e di tempi diversi.
La fobia antimassonica è quella di cui più agevole è ritrovare le origini, le logiche (si fa per dire) e le stratificazioni dei pregiudizi nel Cattolicesimo reazionario dell’epoca risorgimentale e postrisorgimentale, nelle prediche di Padre Bresciani, nelle “rivelazioni” del pentito ante litteram Léo Taxil e, al contempo, nell’estremismo socialista di Mussolini e dei “sindacalisti rivoluzionari” del principio dello scorso secolo.
Ma nell’armamentario dell’Antimafia, nel quale il pregiudizio antimassonico si impone sotto forma di dogma delle connessioni tra Mafia e Massoneria, connotazioni del tutto particolari della antica ostilità si evidenziano e prevalgono. La prevalenza della subcultura del “sentito dire”, i circoli viziosi delle voci correnti tra gli strati meno acculturati, attraverso la parola dei pentiti, indirizzati dalle convinzioni dei magistrati che li “gestiscono” e che a loro volta se ne fanno ragione dei loro convincimenti, si manifesta in un’atmosfera di strumentalizzazione mediatica agli estremi dell’irrazionalità e delle teatralità.
La Commissione Parlamentare Antimafia, che sempre più manifestamente ha svolto e svolge un’attività che con l’indagine assai poco ha a che fare e sempre più evidentemente si riduce alla manipolazione ed alla cassa di risonanza delle peggiori devianze giudiziarie, ha raggiunto, con la presidenza della Rosy Bindi e con l’indagine su Calabria e Sicilia un livello inimmaginabile di banale strumentalizzazione delle sue funzioni.
Senza voler dare alla fobia antimassonica di cui ha dato ennesima e grottesca dimostrazione la Commissione Parlamentare un’origine ed un carattere eccessivamente personalistico riconducibile alla cultura, si fa per dire, della sua Presidente, si sarebbe portati a ritenere che nella ricomparsa delle antiche connotazioni ideologiche, nella fobia antimassonica c’è un residuato della formazione parrocchiale della arcigna oggi esponente del P.D., che hanno trovato modo di riaffiorare e manifestarsi. Ma è troppo evidente e completa la rispondenza al modello per così dire “giudiziario-sinistrorso” dell’ineffabile documento bindiano che, se di tale origine vi sono le incancellabili tracce, esse sono filtrate attraverso le solite elucubrazioni che ci ricordano piuttosto le convulsioni mentali degli estremisti di “Magistratura Democratica” della prima ora.
Una considerazione deve essere premessa ad ogni altra.
La relazione, ma prima ancora di essa, la stessa indagine, sono chiaramente indirizzate ad eludere le censure della Corte Europea che fecero seguito, alle persecuzioni connesse con la “questione P. 2” negli anni ’90 dello scorso secolo. Il carattere di una indagine politica su eventi politici, che dovrebbe avere un’inchiesta parlamentare non avrebbe potuto essere oggetto di un ricorso a Strasburgo come ultima istanza relativa, invece a provvedimenti restrittivi della libertà di associazione insita in atti e provvedimenti giudiziari nell’ambito delle operazioni di demolizione della Prima Repubblica cui allora si era fatto ricorso, andando incontro, appunto alle censure della Giurisdizione Europea.

Ma proprio questa finalità è la riprova del pregiudizio e del carattere persecutorio della grottesca indagine bindesca.
Andando poi a leggere la prosa, credo ascrivibile alla stessa Presidente, e cercando di individuare le logiche cui la Commissione si è ispirata, non si sa se ci sia da rimanere sbalorditi, indignati o divertiti.
Se, infatti si legge nella relazione che esula dagli intenti dei Commissari ogni valutazione di criminalizzazione in sé della Massoneria, sfugge poi ad ogni proposito di prudenza dei relatori una ben più decisa affermazione del contrario, insita in un curioso modo di argomentare. Infatti è indicato quale motivo di sospetto di illeciti e gravi legami col crimine organizzato, di illiceità intrinseca di tutte le obbedienze massoniche, il fatto che tali sospetti sono suscitati dal fatto in sé della esistenza della Massoneria e dei Massoni.
Rapporti e connessioni tra Mafia e Massoneria sono infatti individuati nel fatto che vi siano tanti Massoni. Ne fa il conto la relazione di quelli risultanti tra gli Amministratori di talune Provincie Siciliane.
Perché tanti Massoni? Evidentemente per delinquere, per offrire concorso esterno alla mafia, per gestire illeciti affari assieme ad essa.
Tale considerazione, applicata alla rilevazione del numero degli Amministratori iscritti, invece che alla Massoneria, al P.D., porterebbe a conclusioni spaventose. Che, invece, sia piuttosto comico un simile modo di sragionare, non esclude che il pregiudizio in esso implicito non sia cosa da accettarsi sorridendo.
Che il vincolo di solidarietà tra i “fratelli” “consenta” il dialogo tra magistrati, poliziotti, amministratori e mafiosi è una solenne sciocchezza, perché il “dialogo” non ha certo bisogno di una comune appartenenza ad una associazione per potersi sviluppare, né ha bisogno di altra condizione che la mancanza di senso del dovere degli uomini dello Stato per potersi realizzare. Per non ripetere che anche l’appartenenza ad uno stesso partito (chi sa quanti mafiosi sono iscritti al P.D.!!) potrebbe considerarsi tale da “consentire” tali dialoghi.

Ma quando, per sostenere la “segretezza” (sospetta e pericolosa) della Massoneria si evoca il fatto che gli elenchi dei “fratelli” sono tenuti male, con generalità incomplete, si comincia a navigare nel grottesco.
Il culmine è però nell’affermazione contenuta nella relazione secondo cui “un senso di riservatezza a dir poco esagerata (!!??!!)…è sugellato…da una sorta (??) di supremazia riconosciuta (??!!) alla legge massonica rispetto a quello dello Stato. Peculiare appare il giuramento del G.O.I. (Grande Oriente d’Italia la più consistente “obbedienza massonica) in cui l’affiliato è tenuto (ma l’estensore non è tenuto, a quanto pare, ad usare grammatica e lingua italiana) ad osservare la Costituzione, quasi si riservi (???) un giudizio di legittimità costituzionale massonica, sulle leggi che, dunque (??) non sono da rispettare sic et simpliciter.”.
Insomma giurare (ma i Massoni del G.O.I. da quasi un ventennio non prestano più un giuramento…!!) di osservare la Costituzione è motivo di sospetti.
Mattarella (parlo di Sergio, ovviamente, non di Bernardo) avendo giurato di osservare e difendere la Costituzione è dunque sospettabile di riservarsi a suo piacimento di osservare o meno il Codice della Strada!!!
Ma qui non è questione di pregiudizio antimassonico. E’ questione del tutto personale di capacità di ragionare. Antimafia demenziale.
La conclusione propositiva di così acuta indagine è perfettamente in linea con le proposizioni tautologiche in cui si affermano i risultati delle “ricerche”.
Occorre, dice la Commissione, una nuova legge, visto che la Anselmi-Spadolini si è dimostrata inconcludente (e non ha portato all’agognato traguardo della soppressione della Massoneria). Una legge “che vieti la segretezza di tutte le associazioni che celino la loro essenza”.

L’”essenza” di una associazione è concetto rimesso alla comprensione di chiunque si ponga il problema (ed il pregiudizio). In altre parole: è vietato alle associazioni segrete di essere segrete.
Ancora: Antimafia demenziale.

Mauro Mellini
27.12.2017

Antimafia demenziale

La cosiddetta Commissione Parlamentare Antimafia ha redatto una relazione delle sue indagini sui rapporti tra Mafia e Massoneria.
E’ una vecchia fissazione di certi magistrati che riscappa fuori periodicamente.
Ma credo che stavolta il carattere demenziale di questo “chiodo fisso” dell’antimassoneria sia evidente.
La relazione afferma che il carattere tendenzialmente illegale della Massoneria è provato dal fatto che i Massoni del Grande Oriente d’Italia giurano di osservare la Costituzione.
Questo, secondo la logica di Rosy Bindi, è la prova che si riservano di non osservare le altre leggi dello Stato, arrogandosi il diritto di considerale incostituzionali.
Non so se in Parlamento sieda un qualche psichiatra di buon livello. Farebbe bene a non nascondere il suo giudizio.
Ne riparleremo.

Mauro Mellini
22.12.2017

2° trattativa: le carte in tavola non cambiano

Nei giorni scorsi (artic. del 18.12) abbiamo abborracciato una prima sintesi del processo cosiddetto “della Trattativa” nel momento in cui, chiuso il dibattimento, è iniziata la fase si spera finale di questa poco degna sceneggiata.

E, piuttosto che di processo della cosiddetta “Trattativa”, si dovrebbe intanto parlare di “cosiddetto processo”. Perché l’abuso messo in atto a Palermo è anzitutto quello di voler fare passare per un processo, nel senso che la parola ha per la giustizia in tutti i popoli civili, in cui si dovrebbe aver presente la colpevolezza o l’innocenza di uno o più accusati di un fatto specifico previsto dalla legge come reato, l’impianto, lo scopo, la conduzione di esso è stata ed è, invece, quella di “tenere banco” con una latente operazione storico-politica, sfornando e cercando di far passare per “verità” materiale di scarto, immondizia di anni di sospetti, di calunnie, di depistaggi, di leggende.

Abbiamo appena accennato alla questione del costo di anni di un’inutile messinscena, di pretesti per le carriere ed i movimenti inamovibili di magistrati, per le “coperture” assicurate a malefatte recenti ed antiche.

Ora vorremmo dare un’idea, ché è arduo pretendere di darne un quadro razionale, del vuoto, dell’assurdità del preteso oggetto della monumentale sceneggiata avendo già preannunziato la tendenza, in questa fase (“che è persino arbitrario definire “conclusiva”) a “cambiare le carte in tavola”.

Per anni i P.M., il loro corteggio di tifoserie palermitane hanno insistito su questo “nome d’arte” del processo “della Trattativa Stato-Mafia”. Si dirà che altro è il capo di imputazione, per il quale si è rispolverato un negletto art. 338 c.p.p., che punisce le intimidazioni ai Corpi politici ed amministrativi dello Stato. Norma, in verità respinta nel buio dell’oblio in cui era sempre vissuta, perché a tenere il campo, a divenire il marchio d’infamia non tanto per gli imputati, ma per l’intera classe dirigente era invece la “Trattativa”. Il fatto in sé di essere venuti a patti, o di aver tentato di farlo, con una mafia stragista. E, in un processo che è una sceneggiata, una macchina di produzione di effetti mediatici, è più importante il “nome d’arte”, l’immagine proposta al pubblico, che quel numeretto che indica l’articolo del codice penale che fantasiosi P.M. ci hanno appiccicato “per esigenze formali”.

E tutte le querimonie, le grida di orrore levate alle “rivelazioni” di un personaggio buffo come Ciancimino Junior erano per il fatto che “si era venuti a patti con la mafia”.

Io credo di essere stato una delle pochissime persone che ha osato affermare, scrivere, sostenere pubblicamente che se lo Stato aveva realmente ritenuto di risolvere con un patteggiamento la questione della minaccia di una nuova stagione stragistica e terroristica, avrebbe compiuto un’assai grave errore politico, ma avrebbe esercitato il potere legislativo ed esecutivo, di fronte ai quali la magistratura avrebbe avuto il dovere di una presa d’atto e di un’obbedienza incondizionata.

Le formulazioni delle requisitorie dei P.M. impongono una prima considerazione. Dell’impianto accusatorio originario, ammesso che vi sia stato mai qualcosa così definibile, pare che ora essi vogliano conservare solo un dato: la confusione e l’inconcludenza.

Con qualche termine nuovo. Pare che ora, più che un’accusa di “trattativa”, si faccia a Carabinieri ed Uomini Politici quella di “consapevole mediazione”.

Se parlare di un delitto di trattativa è assurdo, “ripiegare” su un addebito di “mediazione consapevole” è decisamente cretino. A parte il fatto che la sola idea di una mediazione inconsapevole è grottesca e comica, se lo Stato, con i suoi poteri supremi esercitati da chi ne è responsabile avesse preso in considerazione venire a patti con la mafia (è inutile ricordare la questione del partito della fermezza e di quello della trattativa nel caso Moro e più in generale di fronte al terrorismo) nessun P.M., benché munito di poteri carismatici di un nuovo komeinismo, avrebbe potuto contestare a chicchessia un reato. Ma a maggior ragione, se ciò avesse dovuto (come è pressoché inevitabile) passare attraverso complicati contatti potrebbe qualcuno essere colpevole di “mediazione”.

Ma in un processo (se di processo si può parlare) del genere è inutile cercare un significato razionale e ragionevole delle parole e tanto meno una loro corrispondenza a concetti giuridicamente validi. E’ probabile quindi che di “mediazione consapevole” sentiremo ancora parlare nel processo e che un esercito di allocchi pennivendoli ne riporterà sulla stampa le vicende come di una cosa seria.

E’ piuttosto da non perdere di vista la prorompente tendenza dei P.M. palermitani (e non solo) per la storiografia e l’archeologia giudiziaria o, magari, per la fantastoria e la fantarcheologia.

La “colpa” della “mediazione consapevole” sarebbe infatti una specie di peccato originale della stessa Repubblica, più che della classe dirigente.

E per dar sfogo a questa irrefrenabile tendenza si arriva a rimettere in discussione tutto ed il contrario di tutto, ma anche il nulla invece di un suo corposo contrario.

Così si giunge a livelli di incredibile grottesco il riciclaggio di voci, sospetti, pettegolezzi. Da vecchi verbali di indagini di Falcone si tira fuori non ciò che c’è scritto, ma quello che non c’è, ma che un teste, uno della scorta di un pentito, riferisce essergli stato confidato dal pentito stesso. Avrebbe ricevuto la confidenza di aver riferito durante un interrogatorio a Falcone che Berlusconi avrebbe versato alla mafia venti milioni (di lire) per non subire attentati ai ripetitori delle sue televisioni nella Sicilia Occidentale. Il pentito, interrogato se vi fossero riscontri di questa circostanza (cioè di una estorsione subìta da Berlusconi) si sarebbe messo a ridere, facendo osservare al magistrato che la mafia non è un condominio in cui tutto si verbalizza e si mette per iscritto. E Falcone avrebbe “omesso” di verbalizzare quello che, pertanto, non era che un pettegolezzo.

Siamo arrivati a questo: una sentina dei rifiuti della giustizia degli scorsi decenni. Con, magari, un pizzico di compatimento per la “leggerezza” di una delle icone dell’Antimafia.

Susseguendosi ed alternandosi, gli interventi dei P.M. faranno venir fuori dalle discariche tutto ed il contrario di tutto. Tranne che qualcosa di razionale e sensato che possa gabellarsi per verità. E, poi, verità di che cosa?  Nient’altro che ipotesi storico-archeologiche utili, al più. per i loro sfoghi politici. Per le quali ci hanno tolto di tasca milioni e milioni e ci minacciano di “concorso esterno” se protestiamo.

            Mauro Mellini

21.12.2017

Magistrati: Renzi scopre l'acqua calda

Gran galà del mondo politico e di una certa “cultura” giuridico-giudiziaria alla presentazione di un libro di Annalisa Chirico sulle deformazioni dei rapporti tra giustizia e media.

E’ una rilevanza che non sorprende ma non convince affatto all’intervento di Matteo Renzi.

In un giornale che pure fa eccezione al conformismo della stampa nella sudditanza all’invadente supponenza del Partito dei Magistrati, “Il Dubbio”, leggiamo il titolo: Lo schiaffo di Renzi: “Politici Sudditi dei P.M. Ora basta!”.

Dalla lettura dell’articolo non si ricava alcuna traccia di questo altolà di Renzi, che, fra tutti, sembra che abbia dato la miglior prova di voler vedere solo gli alberi ma di ignorare del tutto la foresta.

E tra gli alberi più di tutti quello di cui ha detto di non voler parlare: la questione della Banca Etruria e le intercettazioni e fatti variamente connessi.

L’affermazione che i politici hanno mostrato “negli ultimi vent’anni” una sudditanza culturale nei confronti dei P.M., frase che sarebbe il perno del discorso dell’ex Leader del Partito della Nazione, è falsa e sciocca per più versi. Non certo solo per la falsa determinazione temporale.

Renzi si è ben guardato (e non c’era da meravigliarsene) di porsi la domanda del perché di tale sudditanza e, soprattutto, di spiegare il limite di essa alla sua pretesa “culturalità” anziché ad un sovvertimento dell’equilibrio dei poteri. E sembra essersi preoccupato, con quel limite agli “ultimi vent’anni”, di “tagliar fuori” fatti e persone che con il golpe giudiziario di “Mani Pulite” e con le sue derivazioni e propaggini, hanno fatto sì che le velleità e le insofferenze della magistratura abbiano preso forma, obiettivi e strumenti di potere politico, dando corpo e forza al Partito dei Magistrati. Nato, in verità, da una costola del Partito Comunista e secondo lo schema dell’architettura politica di un esponente comunista, attuale iscritto del P.D., oggi preoccupato di cancellare quel suo passato.: Luciano Violante.

Ma non basta. Che cos’è il P.D. se non il residuato della mattanza dei partiti realizzata dal Partito dei Magistrati? L’accozzaglia dei “graziati” della D.C., del P.C.I., della Sinistra?

Il P.D. è vissuto e sopravvissuto perché il Partito dei Magistrati ha ripetutamente distrutto i suoi avversari. Poteva perdere le elezioni, ma poi interveniva il P.d.M. Per questo il P.D. è qualcosa che ha in sé la negazione della democrazia di cui è il prodotto.

Altro che “succubanza culturale”!

E, soprattutto: ma quale “basta” avrebbe detto e può dire oggi e mai Renzi, Segretario del partito beneficiario della supponenza e della golpista prevaricazione della magistratura?

E’ poi intervenuto in quel convegno per la presentazione del libro della Chirico. Nordio, che non ha certi scheletri negli armadi.

Ma che, stando a quel che la stampa riporta del suo discorso, ha anche lui mostrato di vedere gli alberi e non la foresta. Avrebbe detto che tutto è cominciato quando i magistrati di “Mani Pulite” minacciarono l’Iradiddio contro il “Decreto Biondi” imponendone il ritiro.

Fatto assai rilevante e, allora, inconsueto.

Un episodio, però, di un golpe giudiziario e di un potere politico già realizzato ed acquisito.

Il Partito dei Magistrati, il golpe giudiziario permanente, vengono dagli ultimi anni della Prima Repubblica, dalla resa dopo la vittoria popolare nel referendum sulla responsabilità civile. E, purtroppo, se non se ne avverte neppure l’insostenibile aggressione, andrà lontano.

Nessuno pensi di crearsi degli alibi e delle giustificazioni. La partita è mortale per le nostre libere istituzioni.

            Mauro Mellini

14.12.2017

Dall'antimafia devozionale alla demonizzazione della ragione

Piccole storie di cretini irrilevanti consentono ed impongono riflessioni su alcune delle più gravi questioni della storia travagliata della ragione umana e del rifugiarsi dell’umanità nell’irrazionale e nella ridicola ed al contempo micidiale difesa intollerante di quel suo miserabile rifugio.

Non avesse altro merito, Vitiello dovrebbe sempre essere ascoltato e ricordato per quella sua definizione dell’antimafia: “devozionale”.

Culto, devozione, dogmi, giaculatorie, irrazionalità, intolleranza. E, poi, necessariamente potere, oppressione, demonizzazione, roghi, inquisizioni cavillose e crudeli. Tutte conseguenze di quella “devozionalità” della mitizzazione della lotta “contro il male”.

Ogni era ha avuto fenomeni del genere ed anche queste “devozioni”, questo rifugiarsi fuori della ragione non hanno mancato di avere, malgrado l’intrinseca vacuità del loro essere, momenti e funzioni di grandezza e, paradossalmente, di concorso ad un progresso del ragionare, della ricerca del meglio e del più nobile. Talvolta. Perché anche la “devozionalità” e tutto quando ad essa si riconnette ha le sue caricature. Quando, come per quella dell’Antimafia, la “devozionalità” diventa meschina, ottusa, indiscutibilmente strumentale, la sua stessa pretesa di ricalcare altri culti, altri dogmi, altre intolleranze ed altre violenze inquisitoriali diventa oltre tutto sconcezza ridicola.

In altre parole: c’è una graduatoria dell’offesa e del cattivo o nullo uso della ragione che non si fonda e misura tanto e solo sull’atrocità delle sue inquisizioni, quanto sulla statura del pensiero (si fa per dire) che la produce. Se l’Antimafia devozionale non ha ancora prodotto roghi di Sciascia e di Sgarbi, magari non soltanto per mancanza di un’“adeguata” disponibilità del “braccio secolare”, non è per questo “migliore”, meno irrazionale ed intellettualmente feroce dell’irrazionalità del pensiero medievale, che ha però prodotto anche  la Scolastica e non gli articoli di Antimafia 2000 del Guru fronte-crociato Giorgio Bongiovanni.

C’è, infatti, un’intolleranza dei miserabili accalappiatori di funzioni di tirapiedi di boja, di pennivendoli osannanti e salmodianti, di strenui difensori a buon mercato delle loro poltrone, di cultori della propria nullità, per la quale il discorso dell’umana, ricorrente rinunzia alla ragione è fin troppo generoso. Non è detto che la loro sia quella meno pericolosa, destinata ad essere passeggera.

Anzi.

Detto ciò è persino superfluo aggiungere che la conferma mi viene dettata dal caso dell’aggressione a Vittorio Sgarbi. Che solo i cretini potranno ritenere un episodio della vita tumultuosa di un polemista amanti degli scontri.

Quando un Presidente della Regione Siciliana arriva ad affermare che il suo pensiero è opposto a quello di Sgarbi e cioè che crede che Di Matteo senza la vera o presunta minaccia di morte di Totò Riina non sarebbe rimasto nell’ombra delle sue funzioni (da lui considerate poco meno che miserevoli) di Sostituto Procuratore a Palermo, impegnato faticosamente a far dimenticare qualche disavventura professionale e che le diecine di cittadinanze onorarie di Villaggi e Città Italiane gli siano state conferite per meriti scientifici e letterari (che questa, sarebbe, appunto, il “contrario” del pensieri di Sgarbi), c’è da preoccuparsi, e molto, della facilità con la quale la ragione viene messa da parte.

Sgarbi non è stato mandato al rogo, ma di nessuno dei suoi intolleranti persecutori sembra, anche se il rogo non fosse stato solo in senso traslato, si potrebbe dire che “deve avere una grande stima delle proprie opinioni, se non in nome di esse fa arrosti e vive delle persone”.

A qualcuno, anche tra i miei amici, queste mie assai preoccupanti considerazioni sembreranno eccessive, se non altro per la natura e la rilevanza dell’episodio che me le suggerisce… Ma anche questi tentativi, non so se di consolarmi o di compatirmi, assai mi preoccupano. Non ho rinunziato a valermi della ragione né, come si diceva quando ero ragazzo, ho portato la ragione all’ammasso.

Non me ne pento e non saprei di che pentirmi.

            Mauro Mellini

11.12.2017

Sgarbi, Di Matteo, trogloditi e moderati

Ho inteso l'altro ieri sera Vittorio Sgarbi parlare dell’aggressione bigottamente stupida nei suoi confronti degli “Sciacalli dell’Antimafia” Cinquestelle. E di altre cose.

Vittorio Sgarbi, tanto per non abbandonare un argomento su cui ho insistito nei giorni scorsi, non è tanto un “liberale rivoluzionario” al cui paragone cade nel ridicolo la “rivoluzione liberale” di Berlusconi. Sgarbi è la rivoluzione liberale. Che, purtroppo, sembra proprio che con Sgarbi cominci e sia destinata a finire.

E’ la rivoluzione della cultura contro l’incultura, i luoghi comuni, le pretese becere dei cultori cretini dei luoghi comuni. E Sgarbi delle reazioni brusche, “smodate”, del (all’occorrenza) turpiloquio televisivo è l’indignazione necessaria, rivoluzionaria, della cultura contro la supponenza stupida e vigliacchetta dell’incultura e delle sue giaculatorie.

Detto questo, che è quanto, anche al di fuori di questa occasione non può farsi a meno di dire, devo solo aggiungere che sul caso Di Matteo, Sgarbi non solo non ha ecceduto nei suoi puntuali giudizi, espressione di una ragione che rifiuta di farsi succube e partecipe del degrado intellettuale e politico. E’ stato fin troppo “moderato”!

Sgarbi fa grazia a Di Matteo dell’organizzazione della pagliacciata delle “cittadinanze onorarie”, che non può essere stata tirata così a lungo senza che egli vi prestasse qualcosa di più di una adesione. Ma soprattutto ha risparmiato e risparmia a Di Matteo l’irragionevolezza della pretesa “condanna a morte” da parte di una mafia, che di certe gaffe di quel magistrato non ha potuto che avvantaggiarsene. Così ha pure risparmiato a Di Matteo la sua parte dell’assurdità della persecuzione giudiziaria della pretesa trattativa Stato-Mafia, del fatto di considerarla reato (e quel reato) e aver così assecondato i livori che tale trattativa avrebbe lasciato tra i mafiosi per non essere essa stata mandata in porto dai rappresentati dello Stato, perseguiti da Di Matteo ed altri consimili magistrati per un fantasioso reato di “tentativo di resa di fronte al nemico in campo aperto…”.

E Sgarbi è stato ed è particolarmente generoso con i Consiglieri Comunali del Centrodestra, per non parlare dei diessini, che precipitosamente hanno aderito alle proposte dei Cinquestelle dei conferimenti delle cittadinanze onorarie, per un’evidente vigliaccheria di fronte alla prospettiva di incorrere nei fulmini di una inquisizione antimafiosa quale quella che oggi attacca lui, Sgarbi.

A Vittorio tutta la nostra solidarietà. Della quale non ha certo bisogno. Perché in realtà siamo noi ad aver bisogno di poter essere solidali con qualcuno come Sgarbi.

Con Sgarbi, ché altri come lui non se ne vedono in giro.

            Mauro Mellini

08.12.2017

Sgarbi, Musumeci, verità e stravaganza

No. Il “caso Sgarbi-Di Matteo”, che è poi una semplice appendice taroccata del caso Di Matteo-5 Stelle non è chiuso e non deve chiudersi come un “fastidioso” se pur prevedibile incidente. Aggiungo: che chi pretendesse di chiuderlo con una “saggia” considerazione che, cioè, si è trattato di un non imprevedibile inconveniente dell’utilizzazione politica di un personaggio geniale ma “incontrollabilmente stravagante” darebbe prova di un’imprudenza assai maggiore di quella attribuita a Vittorio Sgarbi e di una vacuità cretina peggiore di quella di cui danno prova in questo come in ogni altro caso, i Grillini Cinquestelle.

Dico questo perché, in verità, il fatto del giorno di cui occuparsi oramai non è di certo la frase, fin troppo moderata di Sgarbi su quella icona falsificata dell’Antimafia e neppure lo è l’espressione di ordinaria imbecillità intollerante ed intollerabile della intimazione delle sue dimissioni da parte dei Cinquestelle.

Direi che merita (cioè demerita) maggiore attenzione e qualche poco confortante considerazione il dire e non dire piattamente insulso ma non meno pericoloso di Nello Musumeci, Presidente della Regione.

Musumeci, anche se non per i suoi precedenti politici ed, anzi proprio malgrado questi, è giustamente stimato in Sicilia e non solo al paragone dei suoi predecessori.

Musumeci ha dichiarato: “Il Professor Vittorio Sgarbi è libero, come ogni cittadino, di esprimere qualsiasi giudizio nella stessa misura in cui rivendico la mia libertà di non condividerne nella fattispecie, le forme ed il contenuto” (La Sicilia).

La forma di tale dichiarazione è tendenzialmente e malamente elusiva.

Il contenuto è un non dissimulato fastidio per l’”incidente”. Perché, altrimenti dovremmo prendere atto che quel “non condividere il contenuto” di quanto dichiarato (ripeto, con molta moderazione) da Sgarbi significhi che Musumeci, che pure non è uno sciocco e neppure un disinformato, ritiene che Di Matteo non abbia tratto alcun vantaggio politico-giudiziario dalla (presunta) condanna a morte che avrebbe pronunziato contro di lui Totò Riina, che le quasi cento cittadinanze onorarie gli sono state conferite, vincendo la sua ritrosia, per meriti scientifici e letterari e per il ruolo avuto nella testarda utilizzazione dell’intermittente pentito calunniatore Scarantino nel processo di Caltanissetta con condanne all’ergastolo di innocenti, poi riconosciuti tali in sede di revisione, a varii ergastoli per l’assassinio di Borsellino (cosa contestatagli da Fiammetta Borsellino).

Ed ancora: che senza quella minaccia più o meno fantasiosa e certo mai messa in atto o provata a compiere da Totò Riina, Di Matteo avrebbe potuto anche solo accennare alla sua eventuale “discesa in politica” per fare il Ministro della Giustizia.

Ed ancora: senza la pretesa “condanna a morte” avrebbe potuto essere ignorato, dalla ben organizzata campagna per le “cittadinanze onorarie”, il divieto per i magistrati di ricevere (ricevere ed a maggior ragione, sollecitare) onorificenze.

Ma basterebbe il fatto che Musumeci non ha risposto per le rime a Cancellieri ed agli altri che, con arrogante intolleranza, gli hanno chiesto e gli chiedono di “dimissionare” Sgarbi mandandoli a quel paese, a significare che non ha il coraggio di comportarsi come molti dei suoi elettori vorrebbe,  arcistufi dell’inquisizione Antimafia e dell’obbligatorietà dei riti di una sorta di bolsa superstizione antimafiosa, persone che lo hanno votato proprio perché poteva rappresentare qualcosa di diverso rispetto a quella forma di repressione non solo intellettuale.

Certo Musumeci, “seccato” dalle “intemperanze” di Sgarbi benchè più misurato e documentato del dovuto, è pur sempre una indiscutibile antitesi rispetto, oltre alle sciagurate sconcezze amministrative anche allo sfruttamento della mafia-antimafia a fronte del suo predecessore Rosario Crocetta. Il quale, anche in questo caso, non ha perso l’occasione di rendersi ridicolo con una dichiarazione che avrebbe voluto essere, nientemeno, improntata a grande respiro culturale.

Fatto l’elogio di Sgarbi critico d’arte, Crocetta lo ammonisce: “Tu non capisci nulla di mafia perché solo “chi vive nell’ombra sa” e tu non vivi nell’ombra in solitudine cui è condannato un nemico della mafia”. Una frase felicemente cretina che avrebbe dovuto indirizzare non a Sgarbi, ma a Di Matteo.

Concludendo e confermando che ora è preferibile parlare di un caso Musumeci piuttosto che di un caso Sgarbi, non trovo meglio che ripetere quando diceva Sciascia: “I cretini, ed ancor più i fanatici, sono tanti e godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo ad un altro con perfetta coerenza”.

Musumeci, che non è un cretino e nemmeno un fanatico, ritiene possibile, e forse auspicabile, una democrazia che assecondi ed esprima cretineria e fanatismo e ne sappia governare il consenso.

Stia attento. E’ assai più prudente la “stravaganza di Sgarbi”.

            Mauro Mellini

07.12.2017

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