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Politica interna

Politica e giustizia

Farsa elettorale: le colpe della corte

La vergogna della contrattazione della legge elettorale (in cui ora, grazie a Berlusconi, si è inserito anche il “do ut des” sulla data) sta toccando il limite dell’inconcepibile del “doppio turno all’italiana” proprio in questa tornata “legislativa-elettorale”. Questa volta, oltre al solito a andare a votare, previa “adeguata” legge che dica quel che dovrà valere dopo il nostro voto ci ha messo anche del suo la Corte Costituzionale.

Ho ripetutamente cercato di spiegare il mio pensiero sul rischio di definitivo naufragio di quel tanto di “stato di diritto” nel nostro Paese (altro che ridicole “marce” e digiuni di chi, magari, ne ha solo inteso parlare!!!) per la sua trasformazione in “giurisdizionalizzazione” dello Stato. Pretendere, o consentire, o lasciare senza nemmeno accorgersene che ciò intervenga, cioè che sia la “giurisdizione”, il potere giudiziario a stabilire quanto delle leggi è opportuno e quanto è inopportuno, il principio della fine e non, come si pretende, il coronamento dello “stato di diritto”. L’andazzo nel nostro Paese, grazie allo scadimento della funzione legislativa, ma anche grazie alla tollerata creazione di un arrogante ed invadente Partito dei Magistrati, è stato per anni proprio quello. La Corte Costituzionale, che avrebbe dovuto garantire proprio lo “stato di diritto”, anch’essa espandendo il proprio ruolo e la propria funzione, ha realizzato la “supplenza”, rispetto alla politica, al Parlamento (esatto contrario della funzione per la quale era stata istituita). Già nella Prima Repubblica aveva dato luogo a palesi distorsioni ed a funesti inconvenienti, come nei casi in cui le sentenze della Consulta crearono problemi di “copertura finanziaria”, cosa che stava a testimoniare che, di fatto, esse non avevano eliminato elementi di incostituzionalità, ma “cambiato” provvedimenti legislativi e stravolto “soluzioni” anche finanziarie di tali problemi.

Ma almeno la Corte aveva ripetutamente riaffermato la necessità di un limite alla sua attività diretta o indiretta (ammissibilità di referendum, ad esempio) al fine di non creare, nell’ordinamento costituzionale, vuoti di “leggi necessarie” quali, appunto le leggi elettorali.

Se può apparire strano che proprio le “leggi necessarie”, quelle che si possono sostituire ma non abrogare, debbano essere così sottratte al sindacato di costituzionalità, basta considerare che, abolire una legge elettorale dichiarandola incostituzionale significa, anzitutto, venir meno al principio di “rilevanza” rispetto ad una specifica controversia, perché, come è avvenuto con la sentenza sul “Porcellum”, si è abolita, sia pure parzialmente (quanto basta) la legge, ma non si è minimamente inciso sull’esito della controversia sollevata dall’elettore, nel corso della quale la questione era stata sollevata e rimessa alla Corte, perché sono rimasti validi i risultati elettorali e la composizione della Camera, determinati secondo la legge pure dichiarata incostituzionale. Così la Consulta ha effettuato la prima “trasformazione” del proprio ruolo, al di fuori della attualità e della effettiva incidenza dell’esito della sua decisione, da valere solo per il futuro e non, come stabilisce la legge costituzionale, anzitutto per il caso specifico in cui essa intervenga.

Ma, poi, questo è l’aspetto addirittura grottesco di questa assunzione di un diverso e distinto compito che si è arrogato la Corte con una sentenza che fa pensare a quella di un giudice che, accerta che vi è stata una truffa, ma “condanna” il truffatore a rifare lui per benino il contratto truffaldino, conferendogli la facoltà di imporre al truffato (nel caso gli Italiani) l’attuazione delle escogitazioni della sua esperienza nel ramo e probabili nuovi abusi. Aggiungendo alla truffa l’estorsione.

Così che la “tutela dei diritti costituzionali” affidata alla Corte Costituzionale è divenuta, per una palese devianza, dimostrata, tra l’altro, dall’aver ignorato le precedenti affermazioni di principio, strumento per proseguire con maggior forza ricattatrice nell’abuso e nelle violazioni della Costituzione.

Credo che questa vicenda della sciagurata dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale (che, ricordiamolo, non aveva impedito a Renzi di ottenere dal Parlamento eletto incostituzionalmente, persino una rovinosa modifica della stessa Costituzione!) che oggi consente al Parlamento incostituzionale di imporre ulteriori violazioni della Costituzione ed ulteriori bizzarrie, sostituendo il porcellum con, magari, un rosatellum, valendosi, oltre tutto, del ricatto della “necessità” di sopperire al “vuoto” di una legge “necessaria”, se no non si vota più,  dovrebbe portare a qualche più attenta riflessione su quella mia proposizione, che giuristi patentati ed autopatentati disinvoltamente ostentano di ignorare, per la quale la “giurisdizionalizzazione” dello Stato è l’antitesi ed il principio della fine (ingloriosa) dello Stato di diritto.

Ma, francamente, è una speranza assai vaga.

                                         Mauro Mellini

25.05.2017

Quando il magistrato "spera" in una verità altra

Sì, Grasso è un pezzo del Partito dei Magistrati.

Che, lo abbiamo ripetuto troppe volte, non è costituito dai magistrati “in missione” nei partiti e in Parlamento, ma che certo non li esclude e ne fa sua parte (e strumenti di una strategia).

E’ se non sbaglio, il magistrato più alto in grado “prestato” apertamente alla politica.

Ed è quello che, in tale “distacco e missione”, ha conseguito la carica istituzionale più elevata: nientemeno la seconda carica dello Stato.

Del fatto di rivestire tale carica non si è valso di certo per farsi scudo del prestigio e della conservazione dell’Istituzione da lui rappresentata. Si è prestato, e nemmeno solo con la semplice inerzia, al tentativo di rottamazione e di ridicolizzazione del Senato, in questo adottando in pieno uno dei più pericolosi vizi della “politica” con la p. minuscola, consistente nell’assioma “se le istituzioni si conquistano se ne fa quel che si vuole” (E in Sicilia, mi par di ricordare, c’è un proverbio “chi piglia un Turco, è suo”).

Ma Grasso, prima di diventare Presidente del Senato, ha nella Magistratura, ricoperto una carica emblematica dell’istituzionalizzazione della devianza della giustizia: è stato a capo della Procura Nazionale Antimafia, che ben potrebbe rappresentare il simbolo della “giustizia anti qualcosa”, cui siamo ridotti. O passare per tale, ché gli aventi diritto a tale ruolo sono molti.

Oggi Grasso “marcia” a Milano a favore dei “migranti”, contro non so chi. E parla, con l’autorevolezza della sua doppia qualifica (starei per dire doppia natura, ma non andrebbe bene). E la sua voce ben può essere considerata idonea per più versi a definire concetti e natura della giustizia (si fa per dire) nel nostro Paese.

Parlando dell’assassinio di Giovanni Falcone, rispondendo ad un’intervista su “Repubblica” alla domanda “fu solo mafia?”. Pietro Grasso tranquillamente risponde: “Purtroppo al momento mancano i riscontri per portare ad un accertamento giudiziario”.

Se si considera non tanto quello che, a questo proposito scrive su “Il Foglio” Massimo Bordin, al quale risulta che Pietro Grasso è un magistrato attento e poco suggestionabile (virtù rara) quanto l’interpetrazione che da noi si dà all’obbligatorietà dell’azione penale ed alla funzione delle Procure: indagare alla ricerca di notizie di reato, quella risposta significa che “purtroppo” non c’è proprio niente che faccia pensare che ci sia “altro”.

“Purtroppo”. Un magistrato che dice “purtroppo” non già di fronte al fatto che c’è un morto ammazzato e non c’è aria di trovare il colpevole, ma di fronte al fatto che il colpevole sia uno invece che un altro, che non ce ne sia un altro oltre quello che risulta essere tale, o, magari, che non risulta esserci un delitto invece che niente o piuttosto che di delitto ce ne sia uno invece che un altro e diverso, come dicono le prove raccolte è un magistrato allarmante, perfettamente in linea con la concezione della “giustizia di lotta” che, in quanto tale e perché tale, fonda i suoi convincimenti e la sua opera su verità precostituite e gratuitamente acclamate come tali.

Proseguendo nelle sue risposte agli intervistatori di “Repubblica”, Grasso, quasi per fugare il sospetto di non essere un “magistrato lottatore” aggiunge “Non è detto che non ci siano altri pezzi di verità…Io non perdo la speranza”.

Grasso, oltre che marciare, spera. Spera che nell’assassinio di Falcone ci siano dietro la CIA, i Servizi Segreti (deviati) la Massoneria (deviata), Andreotti, buonanima. Spera. Per fortuna non mi conosce e non avrà nemmeno mai sentito parlare di me. Se no, potrebbe, magari, accontentarsi che un altro pezzettino di “verità” sia costituito da una mia partecipazione alla strage di Capaci. Ma altri, che magari fanno spallucce di fronte a queste considerazioni, non si può giurare che siano altrettanto al sicuro dalle “speranze” di Grasso.

L’ottimo Bordin, su “Il Foglio” conclude: “il dubbio che domande del genere (se c’è “altro”) quel mito rischino di accrescerlo, è difficile da respingere”.

Bordin è uno dei migliori conoscitori delle mille espressioni della “giustizia deviata”, al punto che potrebbe trarne una sintesi senza dubbi, se e ma.

Per questo mi pare un po’ strana la sua conclusione: non sono certo le domande degli intervistatori di “Repubblica” a rischiare di accrescere il mito (quello di certe dietrologie). La “speranza” di Grasso, congenita alla sua mentalità, era evidente dalle prime battute. Ed il “mito” non ha bisogno di esser accresciuto. Per i magistrati del P.d.M. e per quelli parlamentari in particolare è verità indiscussa. Proprio perché non ve ne sono le prove che “purtroppo” il potere, i poteri occulti, hanno soppresso e nascosto. O fatto sì che mai se ne avessero.

Questo è il concetto di verità e di giustizia di un esemplare magistrato. Ed esponente del “mondo politico”.

                                         Mauro Mellini 

23.05.2017

P.S. L’altro giorno Grasso “marciava” a Milano. Campeggiava nel corteo uno striscione “Siamo tutti legali”. Eppure, purtroppo per Grasso, non mancano di certo “riscontri legali per portare ad un accertamento” del contrario. Ma Grasso spera… Che la verità non corrisponda ad un “accertamento giudiziario”. Che c’è.

Occhi chiusi su quel che avviene a Palermo

Tengono gli occhi chiusi e si voltano da un’altra parte di fronte a quel che avviene a Palermo (con la lodevole, isolata eccezione del Sen. Luigi Compagna) quanti avrebbero il dovere di vederci chiaro e di reagire adeguatamente, ciascuno nel proprio ambito ed a seconda delle proprie funzioni.

C’è, in Sicilia – ma si fa per dire – perché è qualcosa che accade in varia misura, in tutta Italia, un’antica abitudine dei pubblici poteri e della classe politica di tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate (e far finta di ciò) quando si tratta di “persone di rispetto”. Per molti, troppi anni, è avvenuto con la mafia, i mafiosi e gli amici dei mafiosi. Ora accade con l’Antimafia e, come in tutta Italia, con i magistrati, per i quali, come è noto, è stato inventato un principio di autentica irresponsabilità, che sta estendendosi anche al campo disciplinare. Ma non è tanto e solo una questione di principi e di prassi giuridiche.

G.G. Belli, a proposito di categorie di persone alle quali tutto era consentito e cui tutto doveva essere considerato lecito ed interpetrato come tale usò un’espressione efficacemente volgare: “Quanno pisceno a letto – hanno sudato”.

Ci sono troppi magistrati che “sudano”. Ma a Palermo c’è qualcosa di più. La concezione della “giustizia di lotta” alla mafia (come già altrove al terrorismo), il pericolo per le stesse vite cui molti magistrati sono esposti, mentre altri sono stati barbaramente trucidati, la nascita e la crescita di un’antimafia mafiosa ed affarista che si copre di un estremismo ipocritamente e cavillosamente intollerante, ha fatto germinare nello stesso Partito dei Magistrati una “scheggia impazzita” con atteggiamenti, che vanno dalle teorizzazioni fatte valere in certi processi simbolicamente assurdi, alle manifestazioni piazzaiole, alla ricerca (che è difficile escludere che di ricerca si sia trattato) di un consenso di schiere di fanatici di tifoserie organizzate. Il tutto ha impresso a questa fazione del partito-istituzione dei magistrati un’impronta indiscutibilmente eversiva.

Mi dicono che nella stessa A.N.M. siano state manifestate preoccupazioni per questa che può considerarsi una “devianza estremista del Partito dei Magistrati”. Un’altra preoccupazione pare, però, che imponga ai più moderati “colleghi” di tacere e di far finta di non vedere, per non aprire discussioni che rompano la beata irresponsabilità e insindacabilità della categoria.

Così può avvenire che il concorso per un posto a Roma di un magistrato diventi oggetto di manifestazioni di folle di suoi sostenitori e che nessuno contesti al concorrente la scorrettezza, quanto meno, di non opporsi a certe espressioni di supporto. Può avvenire, senza il minimo rilievo quanto meno dell’inopportunità, che una almeno discutibile voce di una “condanna a morte”, da parte della mafia di un magistrato sia divenuta un argomento per pubbliche manifestazioni che, man mano che la “voce” diveniva più vaga e inattendibile, divenivano più arroganti e tali da ridicolizzare quello stesso lugubre pretesto, fino ad imporre per il preteso condannato la scorta più forte e tecnicamente provveduta su quante ne siano fornite a qualsiasi personaggio e fino alla pubblica diffida al Presidente della Repubblica di “rendere omaggio al supposto condannato”. E il magistrato in questione non ha risparmiato a quei suoi custodi un supplemento di disagio portandoseli dietro in giro per l’Italia a presenziare a manifestazioni che, se il pericolo di attentato fosse proprio reale e così grave, sarebbero altrettante occasioni per gli attentatori.

E’ potuto accadere ed accade che, senza che i titolari dell’azione disciplinare si pongano la questione della liceità secondo le norme deontologiche, il magistrato in questione si presti ad accettare, chiunque abbia organizzato questa salmodiante sua beatificazione, la collezione delle “cittadinanze onorarie” di città (tra le quali le maggiori e la stessa Capitale, (dove il Consiglio comunale non ha, evidentemente altro a cui pensare) e di villaggi. Questo il tessuto di un “partito dimatteista”, si direbbe proprio.

Lo stesso magistrato ritiene di poter tranquillamente collaborare, al di fuori di incarichi istituzionali, alla redazione di progetti di leggi di stravolgimento del sistema penale fondato sulla certezza delle fattispecie di reato e sulla prova al di là di ogni ragionevole dubbio, introducente misure espropriative di indiziati di reati contro la pubblica amministrazione. E ciò a fianco di un suo ex collega, reduce da una poco gloriosa avventura politica, ma gratificato da incarichi dal più discusso ed anomalo dei Presidenti di Regione della Repubblica. Un progetto su cui si raccolgono firme (si dice già quarantamila) con l’adesione di uno dei magistrati già più “impegnati politicamente”, oramai a riposo.

Tutti distratti i titolari dell’azione disciplinare. E il C.S.M. che ha il potere, anche di iniziativa, per procedimenti di “incompatibilità ambientale” è, del pari, distratto.

Ma tacciono e sono caparbiamente distratti uomini e forze politiche, di fronte a quello che ha tutta l’aria della preparazione, con l’intervento di magistrati in servizio, ed a spese di Pantalone, di un nuovo partito. Ingroia, il “padre spirituale” di Di Matteo, l’autore del progetto di riduzione ad “indiziario” del diritto penale, esorta i “Cinque Stelle” ad uscire da loro isolamento ed a dare manforte alla sua eversiva proposta. Per fare un partito giudizial-populista.

Che è poi un tutt’uno con il movimento delle “cittadinanze onorarie” “condannamortis causa” di Nino Di Matteo. Sono distratti. E pensano che questi signori come direbbe G.G. Belli, stiano sudando. Beata incoscienza. Ma poveri noi.

                                         Mauro Mellini

16.05.2017

Il collezionista di cittadinanze

Di Matteo, i Cinque Stelle, le cittadinanze 

e la “bilocazione” della trasferta inamovibile

IL SEN. COMPAGNA INTERROGA 
I MINISTRI DELLA GIUSTIZIA E DELL’INTERNO
Ecco il testo dell’Interrogazione

 

Ai Ministri della giustizia e dell’interno

Premesso che, secondo quanto risulta all’interrogante:

il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, dottor Nino Di Matteo, trasferito alla Procura nazionale antimafia in qualità di sostituto procuratore, avrebbe dichiarato di non voler assumere tali funzioni e tale ruolo e, quindi, di chiedere l’ “applicazione” alla Procura di provenienza.

In molte e significative città italiane, previa deliberazione dei Consigli comunali, al magistrato sono state conferite onorificenze da lui accettate in pubbliche manifestazioni;

tale diritto al conferimento e all’accettazione a magistrati in servizio era stato a suo tempo esplicitamente escluso dai Padri costituenti a presidio e a garanzia della loro autonomia ed indipendenza di giudizio.

Si chiede di conoscere:

se il Ministro della giustizia ritenga che il conferimento di una cittadinanza onoraria, specie se ripetuta sistematicamente, sia compatibile con i doveri di osservanza e di rispetto dell’indipendenza della magistratura che esigono l’impedimento di atti che importino influenze e condizionamenti e se il Ministro dell’Interno non ritenga di imporre o suggerire ai Comuni un uso dignitoso e adeguato alla solennità del gesto di eventuali conferimenti di cittadinanze onorarie:

se il meccanismo del trasferimento alla Procura nazionale antimafia di magistrati che poi, immediatamente o meno, chiedano ed ottengano l’applicazione alla sede ed all’ufficio di provenienza, implichi che debba essere loro corrisposta l’indennità di trasferta, e, in caso positivo, quale sia l’importo di tale indennità che spetterebbe al dottor Di Matteo qualora si realizzasse il suo intendimento.

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n. 4-07456

Atto n. 4-07456

Pubblicato il 4 maggio 2017, nella seduta n. 817

Evviva! Non tutti i parlamentari hanno paura dei magistrati

Il Senatore Luigi Compagna ha presentato una interrogazione parlamentare sulle tragicomiche vicende del P.M. Palermitano (ora romano-palermitano) Nino Di Matteo, sulla preordinata raccolta di “cittadinanze onorarie” di città e villaggi assicurategli dai consiglieri comunali Cinquestelle e sulla contorta questione della sua pretesa di trasferimento, senza abbandono del posto di partenza, a Roma e della eventuale indennità di trasferta.

Il gesto del Sen. Compagna ha un valore che va oltre la dimensione dell’atto di “sindacato ispettivo”, oramai, purtroppo svilito nella vita parlamentare.  La sensazione che tutti i Parlamentari avessero paura dei magistrati, che la vicenda in questione, che era largamente giustificata, è così da correggere: qualche Deputato, qualche Senatore che sa fare ed ha il coraggio e non ha paura di fare il suo dovere c’è. Ne va dato atto con il grazie degli Elettori e dei Cittadini a Luigi Compagna. Ho conosciuto ed apprezzato il Padre, Chinchino Compagna, da quando militava nel Dopoguerra nel Partito Liberale. Poi deputato del Partito Repubblicano. Dirà subito qualche imbecille: ecco! È uno della Casta!!! Ce ne fossero di Caste di questo tipo. Purtroppo, oltre alla Casta degli imbecilli (molto vasta, aperta e permalosa) ci sono ben altre “Caste” che non quella degli Uomini illuminati, colti e di forte impegno.

Il gesto di Compagna ha questo valore perché, come avevamo già fatto ripetutamente cenno su questa pagina, tutti gli altri Parlamentari da noi e da altri sollecitati a fare qualcosa di fronte alle grottesche vicende in questione, si erano in vario modo (modi tutti meschini) defilati: “non mi occupo di casi singoli e personali”; “Esaminerò la questione con assoluta obiettività e giudicherò il da farsi” (con immediata scomparsa!); ne parlerò con il responsabile delle questioni giustizia del mio Gruppo”; (altra scomparsa); “non conosco i fatti in modo sufficientemente approfondito”. E via discorrendo, cioè, via defilandosi.

Luigi Compagna era stato messo al corrente della questione tra gli ultimi e, purtroppo non è stato nemmeno aggiornato sul provvedimento di “ritardato possesso” e sulle proteste del P.M. con la vocazione dell’ubiquità e l’hobby delle “cittadinanze onorarie” e dei suoi grotteschi fans organizzati.

Ma, nel frattempo la questione ha assunto dimensioni da meritare un’attenzione allarmata delle forze politiche e delle Istituzioni dello Stato.

Nino Di Matteo o, se proprio vogliamo sostenere che sia un ingenuo che lascia utilizzarsi da altri, quelli che ne hanno fatto un “uomo simbolo” sta facendo una vera campagna elettorale (o pre-elettorale) utilizzando la storia della “condanna a morte” pronunziata da Totò Riina “all’orecchio” della guardia carceraria con l’espediente delle “cittadinanze onorarie” proposte dai “Cinque Stelle” e accordata dagli altri consiglieri comunali che hanno paura a dire di no. Di Matteo è impegnatissimo in tutta Italia per convegni, con appuntamenti che sarebbero proprio occasioni su misura per attentati mafiosi. Lo segue la scorta più numerosa e attrezzata che mai un magistrato o un uomo politico abbia avuto. Pretendeva di sbarcare alla testa di quella schiera armata in Inghilterra. Negatagli la scorta da sbarco, sdegnosamente ha “rinunziato” ad andare a dispensare il suo sapere giuridico agli Inglesi.

Per riempire le sale dove va a parlare sono state mobilitate scolaresche con numerosi autobus (Cagliari). La propensione per le trasferte di Di Matteo costa allo Stato ed ai Comuni una barca di soldi. Poi ci sono i Guru e le bande organizzate di tifosi.

Non credo che tutto ciò sia ascrivibile nient’altro che ad un particolare gusto di questo magistrato per la scena o solo per eventuali suoi progetti personali.

Mi dicono che nella stessa Associazione Magistrati c’è chi esprime riprovazione per questa tragicommedia. Ma preferiscono trepidare e tacere per le “ripercussioni” che, parlandone, potrebbero danneggiare l’intera categoria (Casta…).

Sui due versanti, la stessa musica.

Grazie a Luigi Compagna per aver rotto il silenzio istituzionale. Ma non basta.

Invece di giuocare alla politica con il Monopoli delle sigle di inesistenti “partiti”, qualcuno dovrebbe mettersi alla testa di una adeguata reazione di fronte a sciagurate e pericolose commedie di questo genere.

                                         Mauro Mellini

11.05.2017

Difesa legittima da legislatori ignoranti

Tempo fa mi accadde di scrivere che purtroppo non sembrava trovarsi difesa da magistrati privi di buon senso e dal sistema, da essi instaurato, di considerare l’obbligatorietà dell’azione penale un valore ed un sistema assoluto, privo di ogni aggancio a precise condizioni che la impongano e tale da manifestarsi addirittura in indagini per “scoprire” se ci sia qualcosa, qualche pretesto che imponga di esercitarla.

E’ evidente, ma non si osa affermarlo, che i casi più scandalosi di persecuzioni giudiziarie di chi si è trovato a doversi difendere sono provocati da questa distorsione della concezione stessa di “obbligatorietà dell’azione penale” (espressione in sé vaga e pericolosa) oltre che da una legislazione che oggettivamente nel nostro Paese rende problematica la sussistenza delle condizioni di “legittimità” del difendersi ed addirittura sconveniente ricorrervi.

Inutile dire che di tutto ciò non si è parlato, o se ne è parlato a vanvera. Ed a vanvera si è posta mano a questa nuova (è la seconda) riforma dell’art. 52 del codice penale.

A vanvera perché si direbbe proprio che questa è stata l’occasione in cui l’incompetenza, l’ignoranza, il sentito dire, la mancanza della capacità di ragionare e di esprimersi per categorie logiche, senza confondere principi ispiratori e finalità generali con particolari e dati conseguenziali e, soprattutto, saper discutere delle norme da approvare e modificare senza confondersi e lasciarsi fuorviare da nuovi stati d’animo ed esigenze di scena, ha trionfato e lasciato un’impronta, probabilmente destinata a passare nel testo definitivo della legge che sarà approvata, decisamente asinina e ridicola.

Questa riforma passerà alla storia (ed alle barzellette…) come quella dell’”orario di legittimità della difesa”. In verità questa storia della difesa notturna (legittima) e diurna (illegittima) rivela la sostanziale ignoranza dei principi fondamentali della struttura della fattispecie penale da parte di legislatori improvvisati, esperti più di discussione da bar di periferia che di analisi e considerazioni propriamente giuridiche.

Il giorno e la notte possono rappresentare dati circostanziali anche di grande rilevanza per valutare le condizioni realmente rilevanti della legittimità o meno della difesa. Di notte è più facile che ci si senta in pericolo, che non si possa ricorrere all’aiuto altrui, come è più probabile che chi delinque di notte sia portato a forme più gravi e spregiudicate di offesa alle persone che si trova davanti. Ma non è certo il fatto in sé dell’offesa, del pericolo e della scelta del modo di difendersi che varia per tutto ciò. Fondare la sussistenza dell’esimente sull’”orario”, su di un particolare, su un dato circostanziale, per quanto rilevante è quindi, in sé, un errore. Che, come tutti i casi in cui particolari e dati circostanziali vengono scambiati ed anteposti ai principi determinanti la configurabilità di un istituto giuridico, è errore che, alla prova delle applicazioni pratiche, si dimostra pernicioso. E grottesco.

Se l’argomento consentisse di abbandonarsi alla satira ed alla comicità, tutta la casistica della applicazione della “nuova legittima difesa” può trasformarsi in una raccolta di storielle adatte più all’avanspettacolo che alle riflessioni giuridiche.

Eccone qualche esempio, neanche troppo “cattivo”. Non è detto però, che queste ipotesi comiche debbano rimanere solo barzellette e non divenire rompicapi per quanti dovranno o vorranno cimentarsi nell’interpretazione della nuova regolamentazione nei casi in cui si dovrà applicarla.

Anzitutto: quando è notte? Nelle giornate di forte nuvolosità, come è noto, fa giorno tardi.

E, poi, d’estate ci si potrà difendere meno facilmente: le nottate sono più corte.

E, puta caso, Tizio si sveglia, sente rumori sospetti. E’ un pignolo, dà un’occhiata all’orologio: sono le quattro, dunque è ancora notte.

Vede un’ombra e spara. Ma l’orologio andava indietro, anzi, era fermo. Quid juris”?

Caio, uomo accorto, è svegliato da rumori nel suo appartamento. Prudentemente dà un’occhiata all’orologio, che spacca il minuto, sono le cinque e mezza del pomeriggio invernale. Prende la pistola, mette la pallottola in canna e aspetta. I rumori continuano. L’orologio segna ora le sei. Fuori è buio, si sono accese le luci di città. Prende la mira (al chiarore dei lampioni di fuori!!) e spara. Legittima difesa!

Poi sorgeranno questioni geografiche e astronomiche. Si sa che a Lecce fa giorno prima che a Ventimiglia. Si deve tener conto dell’orario nazionale o dell’astronomia?

C’è poco da scherzare, mi direte: è vero. C’è poco da scherzare mettendosi a fare i legislatori confondendo principi e circostanze. E non badare all’essenziale. Che è, poi, quello denunciato da Leonardo Sciascia: i cretini sono tanti. E godono di ottima salute (non mentale).

                                         Mauro Mellini 

05.05.2017

P.S. Ora anche Renzi e Grasso ammettono che il P.D. ha fatto passare una cavolata e assicurano che al Senato vi si porrà rimedio. Già, perché c’è ancora il Senato ed il “bicameralismo perfetto” che proprio quei signori volevano abolire. Abolire la possibilità di rimediare alle cavolate. Dovrebbero ringraziarci di non aver dato loro retta.

Nino pellegrino e Antonio proteiforme

L’ALA ESTREMISTA DEL P.d.M. SI AGITA

C’è nell’aria una inquietudine dell’ala estremista del Partito dei Magistrati. Anzi si può dire che siano in agitazione.

La penetrazione eversiva nelle istituzioni e la progressione sostitutiva e “di supplenza” del potere politico legittimo non basta. L’ala estremista, che definire “palermitana” è, al contempo, una precisazione e un limite arbitrario, vuole prepararsi a prove di forza, ad appellarsi alle masse, a prendere la direzione, con conseguente diversione di rotta, del peggior Movimento populista, sostituendo il tragico al comico.

Antonio Ingroia e Nino Di Matteo hanno tutto ciò che occorre per tentar di conquistarsi questo ruolo. A dire il vero il brutto capitombolo di Ingroia quando si presentò candidato Presidente del Consiglio, non è il miglior viatico per una nuova avventura (però ebbe il merito di toglierci dai piedi un altro aspirante capataz, Di Pietro…).

Nino Di Matteo tesse la sua tela di ridicole ma vistose “cittadinanze onorarie”, peregrinando qua e là per l’Italia con tanto di superscorta per ricevere l’omaggio di consigli comunali in cerca di benemerenze giudiziarie, di scolaresche in vena di marinare “legalmente” (!!) le lezioni.

Ha la vocazione delle peregrinazioni. Voleva essere trasferito a Roma rimanendo a fare quel che sta facendo (ahinoi!) a Palermo facendo la spola tra le due sedi tra una cittadinanza onoraria in Piemonte ed una in Calabria. Non gli è riuscito. Ma peregrina ugualmente, se non con l’indennità di trasferta, almeno con la scorta a spese di Pantalone.

Si direbbe che voglia farsi conoscere fuori della Sicilia, cosa che Ingroia, a suo tempo, mancò di fare. Ingroia, invece, si dà da fare per demolire quel tanto che resta di struttura giuridica Italiana. Vuole estendere a tutti i reati contro l’amministrazione (corruzione etc. etc.) le misure di prevenzione, i sequestri dei patrimoni degli “indiziati”. Creando un gran bel malloppo da amministrare con i metodi Saguto e “Palazzo della Legalità”.

Ingroia è un poliedrico. Ex P.M., ex candidato Presidente del Consiglio. Attualmente, oltre che capo di un incerto movimento politico è avvocato. Avvocato, naturalmente, antimafia. Così antimafia che si precipitò a rappresentare la Parte Civile in un processo vistoso senza neppure aver completato la formale iscrizione all’Albo. Ma non è solo avvocato. E’ presidente o giù di lì di un Ente di proprietà della Regione che si occupa di “Servizi” (pare telematici…). E, poi è Commissario Liquidatore della Provincia di Trapani. Grazie a Crocetta.

I due sono in agitazione. Ingroia vuole imbarcare il Movimento Cinquestelle, facendolo uscire dal suo isolamento “improduttivo”, per distruggere quel tanto che resta del nostro già bistrattato diritto penale. Di Matteo, lo abbiamo visto, peregrina.

E Pantalone, paga. Perché anche se Nino non ha potuto guadagnarsi (si fa per dire) l’indennità di trasferta per restare a Palermo, le corse della sua superscorta per andare ad allietare la vita di vari Comuni d’Italia costa a Pantalone un bel po’ di soldini. Quanto ad Ingroia, tra “Sicilia e Servizi” e Provincia in liquidazione di Trapani certo qualche soldo lo fa tirare fuori anche lui a Pantalone.

Ma ci preparano l’avvenire. E questo basta a rendere il costo di queste operazioni per Pantalone, una bazzecola. Il peggio potrebbe venire.

                                          Mauro Mellini 

03.05.2017

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