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Politica interna

Politica e giustizia

Dove deve fermarsi il lavoro di un parlamentare?

di Maurizio Tortorella (*)

Da anni Carlo Giovanardi, senatore modenese di Idea, popolo e libertà, si batte in Senato e sul territorio contro i disastri che in tempi di crisi e di alta disoccupazione le interdittive stanno combinando alle imprese della sua regione e oltre.

Il problema è che dallo scorso aprile il senatore, che pure è membro delle due commissioni Antimafia e Giustizia, e quindi è più che titolato a occuparsi di questi temi, è indagato dalla Procura di Bologna per rivelazione di segreti d'ufficio e per minaccia o violenza a un corpo politico-amministrativo, con l’aggravante di avere agevolato la 'ndrangheta emiliana.

Secondo l'accusa, Giovanardi sarebbe stato troppo zelante nel contestare, da parlamentare, i due controversi istituti giuridici: per l'appunto l’informativa antimafia e la white list.

In maggio l’ufficio di presidenza della commissione Antimafia, presieduta da Rosi Bindi, ha addirittura formulato a Giovanardi un “invito” ufficiale a “valutare l’opportunità politica” di “autosospendersi”.

Anche di tutto questo, sicuramente, si discuterà in un convegno intitolato: "Le opinioni e i voti espressi dai parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni sono penalmente perseguibili?". Il convegno si terrà giovedì 21 settembre, a partire dalle ore 16, all'Hotel Nazionale in piazza Montecitorio a Roma.

I lavori saranno introdotti dallo stesso Giovanardi e dal suo collega senatore di Idea, Gaetano Quagliariello.

Interverranno: l'avvocato Raffaele Della Valle, che fu il legale di Enzo Tortora; Mario Esposito, professore di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma; Mauro Mellini, avvocato ed esponente radicale; e il giornalista Fabio Cammalleri.

Ai lavori parteciperà anche Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, oltre che deputato del Partito democratico e magistrato in aspettativa.
(da www.panorama.it)

Dietrologie, archeologia, miopia

VIZI, PRETESE, COMPROMISSIONI DEL P.d.M.

Un giorno o l’altro qualche P.M. fantasioso e “coraggioso” farà riesumare le salme di chi sa chi per contestare loro (cioè alle salme) cosa, del resto, già avvenuta nientemeno, con un papa dichiarato eretico “post mortem”, l’imputazione di concorso nell’omicidio che so, di Giacomo Matteotti, o, magari, di quello di Giulio Cesare.
C’è una spiccata vocazione archeologica tra i magistrati italiani, che si aggiunge a quella dietrologica. Non è uno scherzo che si stia discutendo tra i magistrati assai di più “di chi vi fosse dietro” l’omicidio di Falcone, di Borsellino, dietro le stragi mafiose degli anni novanta del secolo scorso che non di cose che sono avanti agli occhi di tutti nei nostri giorni nonché a dar sfogo, almeno, alla vocazione dietrologica andando a vedere un po’ chi ci sia, dietro le certe strampalate trovate “rivoluzionarie” di Crocetta, dietro gli incendi degli impianti di differenziazione dei rifiuti in Sicilia. Poiché oltre che la mania per le dietrologie e la mitizzazione dei “mandanti occulti” e la relativa archeologia, c’è tra i magistrati italiani, oggi come e più di ieri, la diffusione della miopia, che, contrariamente alle opinioni correnti tra medici ed oculisti, si direbbe sia una malattia contagiosa con manifestazioni intermittenti.
L’archeologia dietrologica è un ausilio della miopia, sia di quella dei solerti archeologhi, sia della miopia o, addirittura della cecità, pure temporanea ed intermittente, di quelli che dovrebbero tenere occhi aperti e ben funzionanti sulle attività di archeologhi e dietrologhi.
A tutto ciò mi è accaduto di pensare leggendo dell’audizione del magistrato più costoso del mondo (oltre che più scortato e più onorcittadinato) Nino Di Matteo alla Commissione Antimafia. Il candidato ministro della Giustizia, invece di parlare della sua strenua difesa delle “rivelazioni” di Scarantino, rese, secondo la tesi dell’accusa da lui sostenuta al processo per l’assassinio di Borsellino, “ottenuta” da Di Matteo, più attendibile per le ripetute ritrattazioni, buttandola, magari, come si suol dire, sulla questione generale del “sistema” pentitocentrico della giustizia antimafia e non solo, ha, invece, fatto presente alla Commissione la necessità di estendere ed approfondire le indagini su “ciò che c’era dietro” quegli assassini e quelle stragi del 1992. Non ha, seguendo l’esempio dell’ineffabile presidente del Senato, manifestato la “speranza” che venga fuori chi, oltre alla mafia vi sia stata (dietro) qualche altra mano organizzatrice e qualche mandante e che venga fuori qualche pentito ad autorizzare una tale tesi. Autorizzato Di Matteo si sente comunque a questo e ad altro.
Dietrologia ed archeologia giudiziaria, chi sa che qualche Università non provveda ad istituire una Cattedra e un corso di laurea di tale scienza. Così Di Matteo, ma anche a diversi altri magistrati, potrebbe essere attribuita una laurea honoris causa.
E, se lo facessero diverse Università, Di Matteo potrebbe farne la collezione.
Mauro Mellini

18.09.2017

Antimafia e devastazione dell'economia

Un caso emblematico del carattere sciagurato assunto oramai dall’Antimafia (con le sue derivazioni indiscutibilmente mafiose, devastanti l’economia non solo siciliana), ha “bucato” il silenzio della stampa, ma non ha provocato la minima reazione della classe politica.

E’ il “caso Niceta”: l’efferata distruzione di una delle “storiche” imprese commerciali palermitane, mandata in rovina con le cosiddette “misure di prevenzione”.

Dire che il caso ha “bucato” il silenzio della stampa è, peraltro, una ottimistica esagerazione. Ne abbiamo notizia per un servizio di Salvatore Parlagreco sul sito “Sicilianinformazioni.com”. Giornali e riviste siciliane e non tacciono su questo caso e, quel che è peggio, sulla questione delle “misure di c.d. prevenzione” e sui loro effetti letali, discettando, al più, su problemi marginali e sulle solite proposte di un’amministrazione “socialmente utile” e meglio organizzata dei beni oggetto delle disinvolte depredazioni giudiziarie.

Neppure il “caso Saguto”, che ha messo a nudo una immonda trafila mafiosa (proprio così: la mafia dell’antimafia) di cui è stata frettolosamente circoscritta la portata, ha indotto stampa e classe politica ad affrontare il vero nocciolo della questione, di cui le ruberie familiari e le incrostazioni parassitarie varie sono il corollario, ha rotto il silenzio fatto di complicità e di paura (non è questa mafia?) sulla “punizione” dell’”indizio di mafia” con la pena dell’esproprio e della distruzione dei beni.

I Niceta, Mario, padre, ed i figli Massimo, Olimpia, Piero, sono stati fatti oggetto di un processo penale per il reato di mafia. Ne sono usciti assolti. Ma la stessa giustizia, si fa per die, che li ha dichiarati non mafiosi, li perseguita come indiziati di essere tali, con le c.d. “misure di prevenzione”.

Queste dovrebbero, quindi impedire che chi mafioso non è e non è stato, mafioso diventi (questo dovrebbe essere il senso della “prevenzione”). Ma la “prevenzione” si realizza, oltre che in misure limitative della libertà personale, essenzialmente con la depredazione dei patrimoni, sul patrimonio esistenti e, quindi, realizzati in precedenza quando la stessa giustizia (tale per modo di dire) ha accertato che l’”indiziato” non era mafioso. Acquisito, dunque, legittimamente.

Questa catena di sciocchezze porta ad una sola conclusione: che oltre ad aver inventato il ruolo di “concorso esterno ad associazione mafiosa” è stato creato anche un altro reato, quello di essere indiziato di essere mafioso. Reato punito con la confisca dei beni. E poiché di ogni reato si può essere sospettati o, per non offendere troppo vistosamente la pudicizia dei popoli civili, “indiziati”, così si può essere indiziati di indizio di mafiosità. Cosa che comporta una pena non da poco: quella del sequestro, in attesa dell’accertamento definitivo che il loro proprietario sia davvero indiziato e non solo sospettato di esserlo, dei beni del presunto colpevole di indizio. Sequestro che non dovrebbe comportare necessariamente, l’esproprio dei beni. Ma che, trattandosi di aziende commerciali o industriali, comporta quasi sempre la loro distruzione, la cessazione dell’attività, il licenziamento dei dipendenti, la dispersione della clientela. E ciò non solo nei casi in cui la curatela del compendio sequestrato sia affidato a personaggi del tipo della figliolanza della Presidente Saguto, ma per il solo fatto della notizia, del sequestro, delle carenze di tutela dei diritti dei terzi etc. etc.

E’ questo il caso della Famiglia Niceta, inutilmente assolta dal reato di mafia, la cui catena di ben quindici negozi di abbigliamento ha chiuso i battenti. Ciò mentre il Tribunale Sez. delle misure di prevenzione, benché non più presieduto dalla dott. Saguto, prosegue alacremente all’opera di smantellamento, mandando per le lunghe il procedimento e quindi, il sequestro. Una perizia sul valore dei beni (c’è un sottile senso di sadismo in questo “accertamento” da parte di chi quei beni li ha massacrati!!!) che, malgrado la scadenza di tutti i termini (dal 2014!!!) ripetutamente prorogati, costituisce il pretesto per dar tempo alla più completa distruzione dell’Azienda.

Ai membri della Famiglia Niceta è stato negato dal Tribunale anche un assegno alimentare e ciò benché tra i beni sequestrati almeno una buona parte dovesse considerarsi necessariamente legittimamente pervenuta ad essi per successione ereditaria, dato che da più generazioni, sono i Niceta che si dedicano a tale attività commerciale. Si direbbe che, oltre alla distruzione del loro patrimonio si voglia il loro annichilimento personale e fisico. Sono rei di essersi fatti assolvere dall’imputazione di mafia.

Quel “caso Niceta” può essere considerato emblematico dell’assurdità e dell’efficacia catastrofica della legislazione antimafia. Ma non è detto che ancor più accuratamente ignorati, esistano altri casi, se non più scandalosi, più gravi e rovinosi.

Tempo fa, parlando di queste cose in Sicilia, mi accadde di dire che se oggi vi fosse ancora in piedi l’impero economico dei Florio, l’imprenditore fattosi siciliano, che, dopo l’Unità segnò una pagina di risveglio e di floridezza nell’economia dell’Isola, probabilmente lo avrebbero imputato almeno di concorso esterno, avrebbero confiscato navi, tonnare, enopolii dandoli in pasto ad una schiera di parassiti dell’antimafia.

Ma c’è poco da scherzare.

Piuttosto è giunto forse il momento che qualcuno in Sicilia ed altrove metta mano all’istituzione di una Associazione delle Vittime dell’Antimafia. Che tante ve ne sono che non sono fatte oggetto di culto e di commemorazioni, ovviamente, anche perché vivono nella paura del peggio. Perché queste ignominie, questo sciagurato sistema falsamente “antimafia” tendente sempre più a divenire mafioso, si fonda in larga misura sull’ignoranza in cui è tenuto il Paese di queste malefatte, della deprecabile demolizione del potenziale economico di intere regioni. E sulle paura. Paura di “essere indiziati”, spogliati, magari, dei beni e rivestiti del “sanbenito” delle vittime dell’Inquisizione.

E’ ora di porre fine a tutto ciò.

Pensiamo, nel nostro piccolo, ad una “Associazione Vittime dell’Antimafia”. Chi sa che non finiremo per ritrovarci tutt’altro che in pochi.

                                    Mauro Mellini

 11.09.2017

Scoprono le magagne, non le più grosse

Un po’ di ragionevolezza ogni tanto viene fuori persino dalle icone dell’”antimafia devozionale” e da qualche esponente del ceto responsabile della nostra povera giustizia.
Nell’anniversario dell’assassinio di Borsellino abbiamo inteso da Fiammetta, la Figlia, parole impensabili in certe circostanze e che, magari avranno amareggiato l’Ingegner Fratello. Fiammetta, anziché lanciare fulmini contro lo Stato complice dell’assassinio del suo Congiunto, dei poteri occulti, dei Servizi deviati, della C.I.A. etc. etc., ha lamentato che la verità sugli assassini abbia tardato tanto, esplicitamente addebitandone la responsabilità ai magistrati, che, ne avevano commesse di tutte e di più e si erano fatti dire “non so se per colpa, o dolo o per incapacità” dai pentiti di turno i nomi di innocenti invece che di colpevoli, ed ha chiesto pure scusa ai condannati all’ergastolo, solo ora riconosciuti innocenti. Pensieri apprezzabili e ragionevoli, cioè inconsueti. Non è certo la fine del sistema basato sul furore panforcaiolo, sui pentiti, sulle presunzioni, ma è già qualcosa, anzi, è molto, se pensiamo che ad esprimersi così è uno dei congiunti di una Vittima illustre della Mafia.
Un’altra dichiarazione che offre uno spiraglio di imprevedibile ragionevolezza è l’articolo di Michele Vietti, ex Vice Presidente del C.S.M. ed ex sottosegretario alla Giustizia, apparso su “Il Foglio” di ieri, 19 luglio.
Vietti “arriva ad ammettere” che “l’impostazione del nuovo codice antimafia si dovrebbe rivedere, fatto salvo l’impegno riformatore del Ministro”. Meglio di niente, anche se, francamente, parlar di “rivedere” un codice, ancorché antimafia, quando ad essere “rivista” dovrebbe essere addirittura l’”impostazione” è una vera contraddizione in termini, cui l’augurio all’intangibilità dell’impegno del Ministro conferisce il sapore tragicomico di un leccapiedismo degno di miglior occasione. Ci dispiace per “Il Foglio”.
Nell’articolo di Vietti si Fanno delle ammissioni di estrema gravità, la cui portata, però, probabilmente sfugge a Vietti, come spesso accade nelle stentate e prudenti confessioni dei corresponsabili di certe malefatte.
“Allentare la specificità delle norme…è una tendenza comune alla legislazione penalistica degli ultimi anni”.
Per Vietti questo sembra un particolare tecnico.
E, invece, significa ammettere che il “principio di legalità” fermamente stabilito dall’art. 25 comma 2° della Costituzione, è sistematicamente violato.
“Legalità” è divenuto un termine che indica quella cosa che insegnano nelle scuole le mogli dei magistrati e dei funzionari di Polizia, insomma, l’antimafia. Ma il principio di legalità, non lo dico io, ma lo disse la Corte Costituzionale nella sentenza n. 96 dell’8 giugno 1981 scritta da un giurista non “sottile”, ma di grandissimo spessore come Volterra, non è osservata solo ponendo una qualsiasi norma di legge a base della pretesa punitiva, ma occorre che questa e la norma invocata siano effettivamente caratterizzate da una specificità e chiarezza non “allentate”.
La genericità, invece, ammette Vietti riguarda anche i poteri, le competenze e le procedure degli organi che debbono individuare “i meccanismi operativi” della confisca dei beni dei presunti mafiosi e della loro gestione. Anche se, bontà sua l’Orlandino “ha mostrato apprezzabile volontà riformatrice” (quella stessa che ci divertimmo a definire nello “Stupidario del SI’” all’epoca del referendum, con il detto sublime: bè, almeno è qualcosa di nuovo).
Appena qualche parola di prudente riserva dedica Vietti all’estensione delle misure “preventive” (??) patrimoniali dei reati contro la Pubblica Amministrazione ed alla ulteriore cavolata di “limitare” tali misure al caso in cui tali reati siano commessi nel contesto di una “associazione per delinquere”. Di essi Vietti lamenta che “abbia distratto il legislatore”, non già dall’osservanza dei principi fondamentarli del diritto penale, ma “dall’obiettivo della lotta alla mafia!!”.
Si tratta del punto che, di tutto il “codice antimafia” è il più oscenamente pericoloso!!!!
Ma decisamente comica è la conclusione “Forse sarebbe il caso di cambiare l’impostazione del progetto di riforma…”.
Alla faccia della “revisione” del testo approvato dal Senato. E, soprattutto, alla faccia delle ripetute sviolinate alle buone intenzioni del povero Ministro Orlando.
Del quale comincio a domandarmi se sia il suo aspetto e la sua statura politica un po’ miserella a doverci preoccupare, o, invece non sia altro.
Ma, questo è il concetto di Vietti e, purtroppo, direi anche de “Il Foglio”. Ma, questo passa il convento.
Meglio di niente? A forza di “abbozzare” secondo questo criterio siamo, intanto, giunti al punto in cui siamo. Quousque tandem?

Mauro Mellini

19.07.2017

Caso Giovanardi: un mio errore che mi fa scoprire ciò che è più grave

Ho commesso un errore nell’affrontare il caso Giovanardi; una deplorevole distrazione per la quale avevo ignorato che già a metà maggio, dopo lo sciagurato invito dell’Ufficio di Presidenza dell’Antimafia rivolto a Giovanardi a dimettersi perché “coinvolto” nell’altrettanto sciagurato processo per “eccesso di zelo” parlamentare, era uscito un articolo di Fabio Cammalleri su “Il Foglio” di serrata ed assai ben argomentata critica delle norme antimafia contestate dal Senatore e, delle quali gli si faceva addebito e, soprattutto, dell’intolleranza di ogni riserva che, attorno a certe “lotte” antimafiose sono diventate un pericoloso avvio alla soppressione della libertà di pensiero e di opinione politica “Ridestato germe inquisitorio” scriveva Cammalleri. Un concetto a me caro, ché da anni vado predicando: la discendenza diretta della nostra giustizia dalla Santa Inquisizione, con le sue teorie demonologiche dei “mallea maleficarum”.

Chiedo scusa a Cammalleri e, naturalmente a Giovanardi, per essermi mosso a difenderlo solo quando mi ha fatto avere le notizie essenziali del suo caso, ricavabili dal resoconto stenografico del suo intervento in Commissione del 4 luglio 2017. E, soprattutto chiedo scusa ai miei lettori, che spero, vorranno perdonare ad un novantenne una distrazione autentica (in mezzo al gran casino delle mie senili attività).

C’è però qualcosa che questa mia distrazione ed il ritardo con il quale mi sono investito della questione (che intendo portare avanti con tutti i miei poveri mezzi) mi consente di rilevare.

Non è poca cosa anche se non diminuisce di un et le critiche già da altri (Cammalleri, “Il Foglio”) avanzate contro i magistrati di Bologna per la sciagurata incriminazione.

Appena letto l’intervento di Giovanardi del 4 luglio ho subito lanciato un grido di allarme per quello che mi è apparsa ed è una aggressione alla funzione parlamentare ed al Parlamento con l’incriminazione di un Senatore per “eccesso di zelo” nell’esercizio delle sue funzioni, di quelle specifiche di componenti della Commissione sulla Mafia (che tale è, non una confraternita “devozionale”, come direbbe Vitiello, per riti e giaculatorie di sostegno alla “lotta” alla mafia).

Il carattere ambiguo e sempre potenzialmente arbitrario delle norme antimafia e l’uso che di esse fanno magistrati, funzionari e poliziotti, l’assurdità delle “interdittive” per mancanza di “affidabilità etico sociali” delle imprese, quello delle White list, mirabilmente trattati da Cammalleri, sono per me, che tale assurdità illiberale e incostituzionale ho sostenuto da anni, solo un di più, della già pesante e per sé intollerabile contestazione ad un Parlamentare dello zelo nell’esercizio delle sue funzioni. Che tali erano e sono quelle di un Commissario della Commissione Bicamerale che deve svolgere accertamenti ed avere contatti a tal fine, sul modo in cui vengono applicate certe assurde leggi. I magistrati di Bologna si sono però, anzitutto, messi sotto i piedi l’incensurabilità delle opinioni espresse dal Senatore nell’esercizio delle sue funzioni.

Ora è singolare che né Giovanardi in sua difesa, né Cammalleri nel suo pregevolissimo articolo su “Il Foglio”, abbiano ritenuto di dover sottolineare queste violazioni del principio di insindacabilità della funzione parlamentare, che non è solo quella nelle Aule del Parlamento, ma, caso tipico proprio quella dei Commissari di indagini Parlamentari, anche la cosiddetta “proiezione esterna”.

Non credo che ciò sia addebitabile ad ignoranza (me ne guardo bene) di Cammalleri o dello stesso Giovanardi. E’ piuttosto un riflesso dello sconforto per il discredito in cui si è ridotto il Parlamento.

Posso essere d’accordo con Fleres, che subito ha sottolineato ciò, ma se possiamo e dobbiamo condividere la valutazione del bassissimo livello che il Parlamento ha nella stima dei cittadini non dobbiamo tollerare che di ciò si approfitti per menomare le sue prerogative e la sua intangibilità e quella dei Parlamentari. I motivi di discredito sono di chi li ha provocati. Le prerogative del Parlamento sono del Parlamento, della Repubblica e, quindi ti tutti noi cittadini.

Ed è quindi soprattutto su questa violazione della Costituzione commessa con l’aggressione giudiziaria a Giovanardi che intendiamo batterci ed essergli vicini.

                 Mauro Mellini

 17.07.2017

Caso Giovanardi. Le Toghe: rinviare lo scontro

L’appello da noi lanciato ieri ad insorgere contro l’aggressione al Parlamento compiuta dal Partito dei Magistrati sulla persona del Sen. Carlo Giovanardi, ha trovato una rispondenza adeguata nei sentimenti dei nostri lettori, ma, come è ovvio e come ci impone sempre di prevedere il senso del limite dei nostri mezzi di comunicazione, ancora assai lontana da quello che deve essere, pena l’avvenire della nostra libertà, del nostro essere cittadini di una Repubblica democratica, una reazione adeguata. Per questo rinnoviamo il nostro caldo invito a tutti quelli che, pur condividendo i nostri sentimenti (c’è oramai tra noi qualcosa di comune, di “nostro”) non hanno ritenuto di manifestare e manifestarlo.

Se questo caso dovesse essere archiviato nell’attenzione della pubblica opinione sarebbe una irreparabile sciagura. Da tutti, dunque, un segno di consenso e di allarme. Nessuno dica “tanto quel che io penso conta solo per me”.

Rinnoviamo, dunque la solidarietà a Carlo Giovanardi, soprattutto contro il silenzio di quel tanto della stampa non ancora asservita.

Sono d’accordo, ancora una volta, con Salvo Fleres che ieri ha manifestato, assieme al suo allarme, motivato anche da precedenti preoccupanti (Fleres è stato Senatore, oltre che Assessore Regionale etc.) la sua sconsolata constatazione che in Parlamento, in cui prevalgono personaggi “con la coda di paglia”, l’acquiescenza all’oltraggio e la sopportazione dell’attentato sono inevitabili. Giustissimo. Ma siamo al punto che dobbiamo finalmente reagire all’attacco impudente alle nostre istituzioni per difendere noi stessi, qualunque sia la maggioranza di coloro che le rappresentano. Nel caso, poi, mi pare che Carlo Giovanardi, sia stato scelto come bersaglio proprio per quel qualcosa di buono che qualcuno fa persino come Commissario dell’Antimafia.

Detto tutto questo, poiché Giovanardi mi ha fatto pervenire la copia dell’Ordinanza della remissione alla Corte Costituzionale della questione, tutto sommato marginale ma certo tutt’altro che irrilevante, della necessità della autorizzazione a procedere per l’utilizzazione dei tabulati di comunicazioni telefoniche con il Parlamentare, anche nel caso in cui siano da utilizzare nei confronti della persona che con questi comunica e non di Parlamentari stessi. Questione, francamente, oltre che marginale, specie a paragone dell’enormità della questione principale del caso proprio “di lana caprina”, come si incarica lo stesso Giudice bolognese di dimostrarlo sospendendo il giudizio per la rilevanza specifica che ha in esso, il procedimento nei confronti del Senatore Giovanardi.

Ma non è di questioni squisitamente giuridiche che la mentalità propria del mio mestiere mi indurrebbe a porre e risolvere che occorre qui ed ora preoccuparsi.

Ho l’impressione che la decisione del Magistrato di sospendere il processo per l’investimento della Consulta di questa storia (del resto inesauribile…) delle intercettazioni, sia stata concepita nell’aria che tira nel Partito dei Magistrati, che non se la sente ancora di arrivare allo scontro che l’udienza preliminare ed il processo avrebbero reso ineliminabile e tale da non essere “coperto” dal silenzio della stampa. Non sono ancora pronti e consci dell’enorme questione di principio (di libertà e di democrazia) che il caso implica.

Contano sul protrarsi della nostra distrazione, sulla connivenza delle varie Rosy Bindi ed anche di altri meno incredibili Presidenti, Uffici di Presidenza, Giunta delle Autorizzazioni a procedere. E della Stampa.

Per questo non è consentito a nessuno che voglia, poi, sentirsi a posto con la propria coscienza di cittadino, fare a meno di esternare con forza la propria protesta, con la solidarietà a Giovanardi e non solo con essa.

Chi sta zitto è connivente.

                       Mauro Mellini

 14.07.2017

L’indirizzo e-mail di Giovanardi è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Aggressione delle toghe al parlamento

Caso sen. Giovanardi: incriminato per eccesso di zelo

Un caso di inaudita gravità, che da solo basta a provare che il Partito dei Magistrati non tollera più la libertà e l’incensurabilità del Parlamento quando esercita la sua funzione di rappresentanza del Popolo sovrano, si è verificato con la sottoposizione ad indagine penale del Senatore Carlo Giovanardi per il fatto di essersi “con troppo zelo” speso per l’esercizio delle sue funzioni di componente della Commissione Parlamentare Antimafia rilevando e denunziando le malefatte delle Prefetture e dell’apparato di Polizia nel redigere le liste delle imprese “pulite”, cioè immuni da “infiltrazioni mafiose” e ‘ndranghetiste in Romagna con vere e proprie forme di persecuzione e “messa al bando” arbitraria di talune di tali imprese, così portate alla rovina ed al rischio del fallimento.

Una premessa. Conosco Giovanardi da quando ero Deputato e, pur lontano dalle sue posizioni politiche (era allora in D.C., credo c.d. di Destra), ho sempre apprezzato il suo zelo nella difesa di diritti di libertà e nella difesa di Cittadini da abusi giudiziari ed amministrativi.

Ricordo i suoi interventi contro un’ondata di provvedimenti manifestamente assurdi, del Tribunale dei Minori di Bologna che con sciagurata facilità disponevano la “sottrazione alla patria potestà” di bambini per strane elucubrazioni sui criteri educativi dei genitori, quelli che io chiamavo in varie analoghe interrogazioni “kidnapping giudiziari”.

Giovanardi, invece di intendere la sua funzione di componente della c.d. Commissione Parlamentare Antimafia come la celebrazione di un rito incensatorio di “magistrati lottatori” e funzionari della stessa stampa (la Commissione non è “anti-mafia” ma “sul fenomeno della mafia e sulle funzioni repressive dello Stato”) ha rilevato, con riferimento specifico alla sua Regione ed al suo Collegio, casi e fenomeni di carattere particolare o generale, di abuso dei provvedimenti con ingiustificabili messe al bando di imprese (il che implica il vantaggio di altre…) con conseguenze pesanti sull’economia e la salvaguardia di ragguardevoli entità di posti di lavoro.

Lo ha fatto, certamente con quell’impegno e, magari con quell’irruenza che rappresentano il lato migliore del suo carattere.

Giovanardi, e questo è il mio dissenso politico dalle sue convinzioni, che non per questo apprezzo e rispetto di meno, come altri avrebbe il dovere di fare anche, se non altro, per preciso disposto di fondamentali principi di democrazia parlamentare, è convinto che sia l’applicazione delle leggi antimafia e di certe loro disposizioni (di alcune delle quali, peraltro è riuscito ad ottenerne aggiustamenti e modifiche, con ciò “offendendo” i più sgangherati “lottatori” togati e non togati…). Io sono, invece convinto che tutto l’apparato antimafia, una legislazione “contro”, di “lotta”, cioè non equa e rispondente a criteri di obiettiva chiarezza e di certi limiti, sia una legislazione in sé pericolosa ed illiberale. Ma, ripeto, questo non ha la minima importanza per ciò che riguarda la figura del Senatore ed il rispetto e l’insindacabilità dovuta alla sua funzione.

Lo “zelo” di Giovanardi ha scatenato una ignobile intolleranza nei suoi confronti, che si è manifestata con una denuncia a suo carico da parte, nientemeno, di due ufficiali dei Carabinieri (Giovanardi è un ex Ufficiale dell’Arma!!) che si sono intesi “minacciati” dalla irruenza di certi suoi interventi ed inoltre, in un procedimento a suo carico, direi per “concorso parlamentare in attività imprenditoriale indiziariamente mafiosa” (non c’è limite alla scempiaggine delle contestazioni in un Paese in cui certe figure di reato possono inventarsele gli stessi magistrati che debbono applicarle).

Il fatto in sé è gravissimo. Si tratta della incriminazione per una attività propria delle funzioni parlamentari e di quelle più specifiche di Commissario di una Commissione Parlamentare.

E’ una vera aggressione al Parlamento che in un qualsiasi Paese libero e democratico avrebbe suscitato un putiferio. Ma da noi a voler fare delle Aule Parlamentari “un bivacco per le camicie nere” o per le toghe nere o rosse non è stato solo Mussolini. La stampa, i partiti di governo o sgoverno o della cosiddetta Opposizione, hanno ignorato questo episodio che non è un episodio qualsiasi ma un attentato mortale alle libere istituzioni.

Nelle “informative” relative al processo al “concorrente esterno”, si legge che “l’attività parlamentare del Senatore Giovanardi, è di per sé non giustificabile (!?!!????!!!!) perché la critica alla normativa delle interdittive (i provvedimenti di messa al banco di imprese “sospette”) si risolverebbe in agevolazione alla mafia…

Ma neppure finisce qui. L’Ufficio di Presidenza della Commissione Parlamentare sul fenomeno della mafia (la cosiddetta Antimafia) ha deliberato di indirizzare al Sen. Giovanardi una lettera “perché, a partire dalla sua posizione giudiziaria valutasse se era ancora opportuna la sua attiva partecipazione alla Commissione”.

Un modo ipocrita e “gentile” per invitarlo a dimettersi ed a togliersi di mezzo.

Già: la Presidenza, cioè Rosy Bindi e Compagni. Non si cava il sangue dalle rape, mi direte. Ma con questa lettera l’ineffabile Signora ed i suoi sodali dell’Ufficio di Presidenza hanno dato il loro “concorso interno” (più interno di così!) all’attentato alle istituzioni parlamentari.

Il “concorso esterno” lo hanno dato i giornali, in particolare l’Espresso.

Al Senatore Giovanardi tutta la nostra solidarietà che spero vivamente gli sia manifestata singolarmente dai nostri lettori.

Non ci limiteremo a questo scritto.

Occorre difenderci da tali attacchi alla nostra associazione. E da certi ineffabili imbecilli.

Liberiamoci!!!

L’indirizzo e-mail di Giovanardi è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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