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Politica interna

Politica e giustizia

ELEZIONI: C’E’ UNO “SQUADRISMO GIUDIZIARIO” MA POCO E MALE SE NE PARLA

C’è uno “squadrismo giudiziario”, una serie di operazioni di plateale giustizialismo con finalità soprattutto mediatiche (ma con danni d’ogni genere) che si susseguono e si confondono con la normale (e, come tale non certo esemplare) attività giudiziaria.

Si confondono anche perché diversamente da quanto avveniva in altri episodi, colpiscono in direzioni diverse e, almeno apparentemente opposte.
Ma ciò è determinato dal fatto che c’è ora uno schieramento politico più frastagliato e, poi, la tendenza ad abbandonarsi ad una attività che meglio non potrebbe definirsi come, appunto, “squadrismo giudiziario” e più ampia e diffusa. C’è indisciplina anche nel Partito dei Magistrati ed il potere e la mancanza di una correlativa responsabilità finisce per determinare uno stile, una “normalità dell’anormale” che ha preoccupanti connotazioni di un vero “anarchismo giudiziario”.
La tendenza della magistratura ordinaria ad operare in modo da sostituirsi agli altri poteri dello Stato, a “sconfinare” in giudizi che sono e debbono essere riservati al potere esecutivo o, al più, alla magistratura amministrativa, crea questa situazione che ha, poi, nella pubblica opinione, l’effetto, da una parte, di ingigantire la convinzione, che già si fonda su dati assai rilevanti di indubbia gravità, di fenomeni corruttivi e di illegalità e dall’altra sta creando assuefazione e convinzione di ineluttabilità dell’arbitrarietà e della strumentalità politica della magistratura.
Quello però che è più grave è che, come già le forze politiche fatte specifico e particolare oggetto della persecuzione giudiziaria, prima con “Mani Pulite”, poi con la caccia a Berlusconi ed ai suoi, continuano a non reagire, a non denunziare al Paese la gravità ed il carattere di gravissimo problema politico dell’atteggiamento della magistratura.


La politica dei perseguitati è quella di cercare che si parli del torto da loro subìto meno possibile, di farlo passare per un “incidente”, attribuendo la responsabilità a qualche disgraziato “equivoco”.
Si arriva a lamentare la facilità degli “avvisi di garanzia”, dei provvedimenti cautelari, si riduce a qualche ipocrita e cretina espressione di “ho fiducia nella giustizia”, espressione che varrebbe da sola a far cadere ogni fiducia in chi questo afferma. Ma lì ci si ferma.
Si comincia a criticare qualche “eccesso” dell’Antimafia, ma non si denunzia la mafiosità intrinseca dell’Antimafia. Molti oramai credono che io non sia fuori di testa perché da anni parlo di “Partito di Magistrati”. Ma assai pochi ammettono che tale partito esiste e che negarlo significa non voler capire nulla della politica italiana.
Il Centrodestra, bersaglio per anni di una sfrenata campagna di aggressione politico-giudiziaria, in nome della “moderazione” e di un presunto rispetto delle opinioni dei “moderati”, protesta meno di tutti, lasciando credere, con ciò, che nei suoi confronti la prevaricazione giudiziaria sia meno ingiustificata.
Ho già avuto modo di esprimere la mia opinione che queste elezioni colgono a metà traiettoria una serie di movimenti che hanno cominciato a manifestarsi nel Paese.
E’ certo così. Ma è pur vero che sono mezzi uomini quelli che non osano fare di certe convinzioni oggetto di battaglie politiche. Il pensiero “a metà”, l’”agire a metà”, non è espressione di cautela e di prudenza.
Avremo, questo è quello che molti ammettono, risultati elettorali “a metà”. Si dovrebbe dire che, però, è questo il risultato che in fondo, rappresenta con dolente esattezza la realtà di un Paese, in cui non si ha il coraggio e la capacità di fare le cose per intero.

Mauro Mellini
20.02.2018

PRO VERITATE: UNA BUGIA CONSAPEVOLE DEGLI “INVENTORI DELLA TRATTATIVA”

Mentiscono e sanno, sì non possono non sapere, di mentire gli “inventori” della Trattativa Stato-Mafia quando affermano che la revoca di centinaia di assegnazioni al regime del 41 bis fu un gesto “contrattato” con Cosa Nostra, un “cedimento” nel corso della incriminata Trattativa.

Questo non significa che, anche se fosse vero i P.M. fanatici non avrebbero diritto, non dovrebbero azzardarsi a metter sotto accusa il Governo e le sue scelte anche se sciaguratamente sbagliate. Non spetta a loro.
Ma “pro veritate”, come se non si trattasse (e magari è proprio così, non si tratta) di un processo, ma di una maldestra storiografia critica, non posso fare a meno di ricordare quello che io so, io che non ero nessuno, e certo sapevano e sanno tantissimi altri. Che farebbero bene a parlare, ad insorgere.
Appena “inventato”, come reazione ad una situazione di allarme, con provvedimenti di eccezionale pericolo, il regime del 41 bis, la sottoposizione a tale regime fu disposta “in massa”, a carico di mafiosi e presunti tali. Ed, in mancanza di adeguate “Sezioni Speciali” nelle varie carceri, si provvide a spedire tutti all’Isola dell’Asinara e ad altri Reclusori insulari.
Il tutto fu accompagnato da violenze e grossolani errori. E ne conseguì una grossissima difficoltà, ad esempio, per gli interrogatori, dovendo i magistrati sobbarcarsi addirittura a tratti di navigazione. E, poi anche quei reclusori erano incapienti.
La spedizione in massa di tanta gente alle Isole (come si diceva in linguaggio carcerario) non poteva durare.

Era stato o no un errore quella assegnazione confusionaria in massa a tali carceri (gli unici che si ritenessero adatti al 41 bis) certo apparve subito che bisognava “scremare” quella massa di detenuti speciali.
Come in massa erano stati mandati “alle Isole”, così in massa furono revocate assegnazioni oggettivamente arbitrarie.
Questi gaglioffi che ne fanno oggi un atto di “cedimento davanti al nemico” non possono non saperlo.
Tanto per la verità.

Mauro Mellini
16.02.2018

Quando la giustizia da ridere

DELINQUENTE CONDANNATO IN PROVA:
FACCIA L’AVVOCATO MA CON LA MORDACCHIA

Si direbbe che certi “meriti” di parte e di “lotte” del passato, certe “collaborazioni” disastrose per la città di Agrigento e non solo, continuano ad assicurare almeno un po’ di quella “intangibilità” che il noto figuro poteva millantare quando ancora non aveva preso a sbeffeggiare, aggredire e svillaneggiare i magistrati.
Il Tribunale di Palermo, quale giudice dell’esecuzione di una condanna per calunnia ad un anno e quattro mesi di reclusione (passata in giudicato oltre un anno fa) disattendendo la richiesta del P.M. che aveva ritenuto dovesse respingere l’”affidamento in prova” stante anche il cumularsi di una quantità di altri reati ed altre condanne del già pregiudicato Giuseppe Arnone, gli ha concesso la sospensione della pena a condizione che stia zitto e la smetta di calunniare e diffamare a destra ed a manca, non esca di casa prima delle sette, che rientri prima di notte, che vada nei suoi studi (ne ha due: uno vicino al Tribunale con balcone adatto all’esposizione di striscioni pieni di insulti a cittadini, imputati, magistrati, amministratori), che vada periodicamente a “firmare” etc.
Intanto, nei dieci giorni che sono trascorsi prima che il pregevole provvedimento fosse notificato al condannato, questi ne ha approfittato per coprire pubblicamente di vituperi personaggi vari, tra i quali l’attuale Procuratore della Repubblica di Agrigento.
Ma quel che è più rilevante è che, in sostanza il Giudice dell’Esecuzione ha concesso in buona sostanza al condannato una “sospensione condizionale della pena” tale e quale quella che non gli era stata concessa dal Giudice di merito (e non poteva, stante la recidiva reiterata e specifica!!!).
Ma ciò che fa ridere è il fatto che, in sostanza, Arnone Giuseppe è stato affidato in prova all’Avv. Arnone, sul presupposto che un condannato per calunnia, pluripregiudicato, sottoposto a diecine di altri procedimenti e di condanna che stanno per passare in giudicato, possa continuare a far l’avvocato, sia pure con una mordacchia di dubbia efficacia, con prescrizioni circa l’orario del lavoro professionale etc.
Chi sa se i Giudici di Palermo non abbiano voluto fare una prova non del “ravvedimento” dell’ex collaboratore di ingiustizia, ma di una nuova generale condizione per l’esercizio della professione di avvocato. Tutto ciò con la mordacchia.

Mauro Mellini
05.02.2018

Romanzo giudiziario criminale: cap. penultimo

C’era una volta ad Agrigento un ecoavvocato (avvocato “ecologista”) con un ruolo singolare nella variegata struttura politico-giudiziaria della città. “Politico” per autodefinizione e manifeste ambizioni era in tale ambiente universalmente esecrato, ma temuto per i suoi veri ed ancor più per quelli millantati, legami con la parte della magistratura locale ansiosa di non rimanere indietro nel manipulitismo trionfante. Nell’ambito della magistratura, salvo qualche lodevole eccezione, era considerato un’utile “proiezione” del timore reverenziale nei confronti delle toghe nel mondo sospetto e “antipatico” della politica. Le sue millanterie, difficilmente immaginabili come sconosciute ad ogni magistrato, erano tollerate ed anche, è da credere, bene accette, in quanto utili ad aumentare il timore reverenziale per il nuovo corso della storia. C’era, poi, qualche caso di vera soggezione, di plagio (come si continua a dire) da parte di qualche magistrato o magistrata particolarmente sprovveduto e, magari, vulnerabile.
L’ecoavvocato in questione assicurava ai P.M. titolari di processi delle chilometriche (e per lo più baggiane) imputazioni imbastite pedissequamente in base alle sue furenti denunzie a nome e per conto (e profitto) di Legambiente, il contrappunto contumelioso nei confronti degli imputati: amministratori suoi “avversari”, funzionari comunali, imprenditori, giornalisti. Una componente essenziale per la “giustizia di lotta” e per la fortuna professionale di magistrati “lottatori”.
Contumelia in tutte le forme e con tutti i mezzi: comunicati stampa, manifesti, striscioni, comizi, libri, “occupazioni” abituali della emittente televisiva locale Teleacras era la specializzazione vera di questo ecoavvocato.

Legambiente ad Agrigento era l’avv. Arnone (avrete capito che parlo di lui). Si costituiva parte civile anche nei processi in cui l’ecologia non c’entrava un fico secco. Inutile opporsi.
Ed inutile reagire alle diffamazioni ed alle calunnie più sbracate: lo scriveva sui libri: “è inutile che mi querelate, tanto mi assolvono”. A buon intenditor poche parole. E le parole in certe situazioni e per certa gente sono pietre.
Per quanto grottesca e sballata, questa figura merita di essere studiata, capita, approfondita per rendersi conto della natura e degli strumenti della conquista del potere giudiziario sulle istituzioni del nostro Paese.
Non è qui il luogo ed il momento di fare la storia delle fantasiose, interminabili cause che questo sciagurato protagonista della vita giudiziaria e politica di Agrigento ha imposto, profittando al contempo della connivenza di certi magistrati e della sordità di fronte alla millanteria di altri.
Dai Tribunali la millanteria passava al Consiglio Comunale, dove, eletto con il P.C.I. ed i suoi eredi più o meno legittimi, dopo aver sfiorato l’elezione a sindaco (si era già proclamato tale prima della fine – deludente per lui – dello spoglio delle schede) aveva continuato ad imperversare, proclamandosi “sindaco in proiezione” della città per i successivi dieci anni. Vicepresidente del Consiglio Comunale, tale, pare, per una “mancia” di Alfano, ne faceva la palestra delle sue acrobatiche maldicenze.
Finché ha trovato chi ha voluto e saputo resistergli: così è arrivata la prima condanna per diffamazione, passata poi in giudicato, sia pure ad una pena irrisoria per la gravità e la perfidia del reato. La considerò un’offesa personale del Procuratore della Repubblica “che avrebbe dovuto perseguire il querelante”.

Da allora il torrente delle querele, delle condanne, è divenuto inarrestabile, come l’imprudente loquela del soggetto. Da querele e denunzie di cittadini, di magistrati. Diffamazione, calunnie etc. etc.
Il cerchio magico con la magistratura locale, del resto, ovviamente, rinnovata nelle persone, si è rotto. Dell’antico “pappa e ciccia” è rimasta la disinvoltura nelle offese. Non credo vi siano altri luoghi d’Italia in cui sia dato vedere sulle cantonate con tanto di volti dei Capi degli Uffici giudiziari, manifesti irridenti le loro persone e piene di ingiurie d’ogni genere.
Pare che tra sentenze passate in giudicato, cause giunte alla condanna ancora non definitiva, procedimenti in corso, ve ne siano centodieci. Più delle cittadinanze onorarie dall’accattonaggio di Di Matteo. Sorvolerei volentieri sulla “distrazione” degli Avvocati e dei loro organismi disciplinari. Ma il fatto che egli ancora possa fregiarsi del titolo di avvocato non ha bisogno di commenti.
Poi si è arrivati ad una sentenza di condanna a pena detentiva (un anno e quattro mesi), senza condizionale (stante i precedenti) passata in giudicato oltre un anno fa.
Il procedimento per l’affidamento in prova ai Servizi Sociali per scontare la pena in luogo del carcere (c’è poco da provare: oltre tutto è imminente il passaggio in giudicato di un altro paio di sentenze che lo porteranno dietro le sbarre per 5-6 anni) è andato incredibilmente a lungo. Pare lo avessero sospeso per la “ripetizione” del ricorso in Cassazione già respinto, cosa in sé alquanto discutibile.
Poi, lunedì 22 gennaio, si è discusso a Palermo, Tribunale Giudice dell’Esecuzione, l’improbabile “affidamento in prova”. Il P.M. ha chiesto che fosse rigettato e che dovesse scontare la pena in gattabuia. Del resto la “prova” della sua irresistibile inclinazione a delinquere l’ha data abbondantemente anche in questo ultimo anno di libertà rubata alla lentezza della giustizia.

Solo quel giorno la quotidiana eruzione più o meno diffamatoria dell’ecoavvocato ha avuto una sola pausa, Di un giorno.
Un lampo di ragionevolezza, se così può definirsi, il Nostro lo ha avuto, infatti, quando, respinta l’istanza di rinvio dal Giudice dell’Esecuzione, il P.M. ha concluso per il rigetto dell’agognata, per quanto assolutamente inutile, “prova”. Ha pubblicato nella sua pagina facebook una specie di saluto, l’avviso che lo avrebbero fatto tacere per sei anni (per il sopravvenire di altri giudicati) lanciando un lamento contro così cocente (stavolta!) “ingiustizia”.
Ma il giorno dopo ha tolto quello scritto ed ha ripreso ad insultare e minacciare.
Minaccia ancora di “far votare per i 5 Stelle” (probabilmente i Secondini!). Diffida il Procuratore della Repubblica perché sequestri subito non so quale patrimoni. Ieri i suoi messaggi si sono fatti affannosi. Chiede al Prefetto di “tutelare la sua incolumità in pericolo”, invoca un intervento di Vittorio (Sgarbi?) (oggetto della sua ultima millanteria) di impetrare da Minniti la protezione della sua vita (visto che rende spacciarsi per “condannato a morte” dalla mafia).
Vuol “far finta di niente”? Vuole mostrarsi impavido di fronte alla prospettiva di dover scrivere “le sue prigioni”? Credo piuttosto che, se ha consumato l’ultimo anno, dopo il giudicato che lo spedisce in carcere, a provare che è inutile che si speri che si “ravveda” andando a svuotare i pitali in qualche ospizio, vuole consumare gli ultimissimi giorni a dimostrare di essere in condizioni di salute mentale ostative all’applicazione della pena. Buona idea (si fa per dire). Peccato che a provar tale stato è un comportamento tale e quale a quello tenuto quando era in auge e certi magistrati pendevano dalle sue labbra. Ma tentar non nuoce.
Resta l’ultimo capitolo di questo brutto romanzo.

Mauro Mellini
02.02.2018

Vaglio: perché la candidatura è un abuso e non solo

Ieri, 29 gennaio, ho ricevuto una mail con un messaggio da: Avv. Mauro Vaglio – Oggetto: Comunicazione del Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma col solito logo e l’indirizzo del mittente: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..">postmaster[@]maurovaglio.it. E poi: “Care Colleghe e Cari Colleghi…ho ricevuto la proposta ufficiale per una candidatura al Senato della Repubblica da parte del Movimento 5 Stelle.
Dopo un'attenta…riflessione, ho deciso di accettare tale proposta….
Sarò lieto di CONDIVIDERE CON VOI LE MOTIVAZIONI CHE MI HANNO INDOTTO A TALE SCELTA…”.
Ho subito dato risposta, pubblicandola: VAGLIO VATTENE! Solo questa esortazione è quanto ho da “condividere” con lui.

Ho già più che sinteticamente espresso in tale mia immediata reazione le ragioni dell’assurdità di una candidatura di un uomo che dovrebbe potersi dire del diritto, della giustizia e dei diritti civili, della difesa dei Cittadini, accanto ai tirapiedi di vagheggiate mattanze giudiziarie, ai sostenitori dell’abolizione di ciò che resta delle garanzie processuali.
Guido Vitiello, che non è un uomo di legge, ma di acutissimo spirito e che ha molta più pazienza di me nell’analizzare le cavolate dei Grillo e dei Di Maio, ne ha fatto una breve ma efficace raccolta esemplare nel motivare il suo scandalo per questa candidatura.
Una candidatura che, a parte il merito (cioè il demerito) intrinseco, comincia con un abuso.
Non parlerò di “Abuso in atti d’ufficio” perché sono contrario alle interpetrazioni estensive delle norme del Codice Penale e perché, quanto all’art. 323 ho seri dubbi che sia diventato il grimaldello contro il “principio di legalità”. Ma, reato o non reato, mi pare sia “abusivo” presentare la propria candidatura politica come una questione attinente all’Ordine professionale di cui egli è, a Roma, Presidente, valendosi del solito logo e della qualifica presidenziale. In altre circostanze i compagni Cinquestelle non sarebbero andati così per il sottile nel mettere da parte il Codice penale.
Intanto un primo interrogativo: l’Avv. Mauro Vaglio, all’atto della candidatura, firmerà con la società di Grillo il famoso “contratto di fedeltà” che prevede una grossa penale di non so quante centinaia di migliaia di euro in caso di abbandono dal Gruppo parlamentare del “Movimento” ? Se sì, complimenti per l’evoluzione della sua cultura giuridica, sull’ammissibilità della “negoziabilità” del comportamento del rappresentante del Popolo.
Se no, c’è da domandarsi se non si senta un po’ a disagio accanto a quelli che hanno, non molto tempo fa, inventato e praticato certe cavolate considerabili parte della loro “identità” politica.
Ma veniamo ai motivi della “sofferta” decisione che Vaglio vorrebbe “condividere” anche con me.
Io non conosco Vaglio né so nulla della sua attività di Avvocato, che immagino sia d’altissimo livello. So che ha introdotto l’uso di internet e della posta elettronica per raggiungere le migliaia di avvocati o sedicenti tali iscritti all’Albo di Roma. Alla questua dei voti in occasione delle elezioni del Consiglio dell’Ordine… (…Carissimo Collega! Quale onore poterti rincontrare! Quale gioia! ...ecco la lista…ti prego votala…sai…non vorrei far brutta figura…) ha inviato una valanga di e-mail.
Farà altrettanto per conquistarsi il laticlavio.
Vaglio deve essere una di quelle persone che ritengono di essere una necessità insostituibile per il Genere Umano. Scommetto che, se fossi tra i babbei che vorranno condividere i motivi della sua sofferta accettazione della candidatura, sentirei un bel discorsetto non nuovo.
A parte le insistenze frenetiche di amici e personalità varie perché non si sottraesse al compito assegnatogli dalla Provvidenza, immagino il resto: “sapete… a questi giovani inesperti pieni di buona volontà bisogna dare una mano, istruirli in ciò che non sanno…far sì che rompano quella scorza un po’ rude ed estremista… Hanno bisogno di qualcuno come me… Come sottrarmi a questo dovere?…”.
Dio non voglia che questi giovani un po’ inesperti vincano le elezioni, lo vorrei vedere Vaglio farsi mandare in quel posto da Grillo per che so, contrastare l’abolizione della prescrizione, l’uso degli agenti provocatori in fatto di corruzione, le misure di prevenzione (confische etc.) per tutti i sospettati!
L’Italia è stata ed è piena di “moderatori”, di gente accorsa al soccorso di eventuali vincitori per “frenarne gli abusi”, per dar loro quella cultura di cui difettano…etc. etc.
Vaglio si dimetta, subito, da Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma. E, se ha bisogno di trovarsi motivi per questa sua missione salvifica della Patria e della (!!!) Democrazia, se li trovi. E se li goda con i suoi (ci auguriamo) scarsi elettori.
Ma non abusi della sua funzione e non ci offenda proponendoci di “condividere” questa sua scelta, questo suo “sacrificio”.
Questa “scelta” di Vaglio è la scelta del tradimento dai valori etico-politici cui la funzione dell’Avvocato è, nel mondo libero, ispirata e da cui è giustificata. E’ passato con quelli dell’ingiustizia sommaria.
E, quindi, è la prima, immediata risposta che gli ho dato, gli abbiamo detto che chiediamo agli Avvocati, tali nello spirito e nel ruolo in una società libera che chiedo, che chiediamo di condividere:
VAGLIO, VATTENE

Mauro Mellini
30.01.2018

Un colossale "concorso esterno" per una cavolata colossale

Parole d’oro, quelle che Nino Di Matteo, icona dell’Antimafia, taumaturgo della “bilocazione”, cittadino di cento città, ha fatto tuonare l’altro giorno nell’aula bunker della Corte d’Assise di Palermo.

Parole d’oro con riferimento non al valore, all’eleganza, alla sapienza ed alla saggezza che le hanno ispirate, ma al costo, in euro, in denaro sonante o meglio in bigliettoni fruscianti. Benché la sua requisitoria non sia stata davvero succinta ma si sia protratta più del sopportabile, ogni parola di essa è costata un patrimonio. Non a lui, all’oratore, ma allo Stato, a tutti noi Cittadini. Per meglio intenderci a Pantalone. Quello che paga le cavolate degli altri.

Credo che lo ricordiate tutti: “Bisogna promuoverlo. Roma, la madre del diritto, la Procura Nazionale Antimafia di Via Giulia (ex museo criminale e di strumenti di tortura, di forche e mannaie) lo aspettano”.

Sì, perché è stato “condannato a morte” da Totò Riina.

Ma state tranquilli! Non lascerà Palermo, non diserterà il suo gran processo, quello della “Trattativa Stato-Mafia”. E polemiche, rimbrotti, tira e molla.

Bocciato, poi vincitore del concorso. A Roma ma anche a Palermo. L’ubiquità funzionale, la spola in aereo con la scorta, anzi la superscorta. Un aereo speciale. E un’auto blindata specialissima con un marchingegno antibomba che paralizza gli impulsi elettrici che dovrebbero provocare eventuali esplosioni. Quando passa accanto ad un Ospedale si bloccano tutti gli apparecchi. Qualcuno ha rischiato di rimetterci la pelle. E l’indennità di trasferta per continuare a risiedere, “distaccata” a casa sua. Nessun magistrato è costato e costa tanto allo Stato né in Italia né all’estero.

Tutto ciò si è svolto col pretesto di quel “va a morì ammazzato” in dialetto Corleonese elevato a “condanna a morte”, come quella di Luigi XVI, di Oberdan, dei Fratelli Bandiera e tantissimi altri della storia e delle leggende. Ed in funzione di quel superprocesso di cui il “Cittadino di Cento Città” era stato definito il simbolo, in cui Lui, l’Uomo simbolo, doveva parlare, scagliare i fulmini dell’accusa.

Costo di un magistrato-simbolo, di un processo che sta battendo primati di durata e spese favolose. Processo costoso, magistrato costosissimo. E, naturalmente, anche se il conto è assai difficile, le parole della requisitoria di quel magistrato, il prodotto di quel gran casino, di quell’affaccendarsi di ministri, giornalisti, maghi, tifoserie organizzate, leccapiedi disorganizzati per consentire, promettere che quella requisitoria, quelle parole fossero pronunziate potrebbe, dovrebbe definirsi il più grandioso, come dire, concorso esterno “in requisitoria” mai registrato dalla storia. Ed il più costoso. Parole costose. Costosissime.

Ed oggi che sappiamo come parlò l’Uomo simbolo di quel processo, e dovremmo cercare di ricavarne finalmente quel che quel esso sia, dobbiamo proprio dire “con rispetto parlando” come si dice a Roma, che è stata ed è solo una cavolata incredibilmente costosa.

Chiarito e dimostrato in che senso le parole di Di Matteo debbono definirsi “d’oro”, non trovo termine adeguato per definirne il valore, la saggezza, il contenuto razionale e scientifico.

La requisitoria è solitamente pronunziata contro gli imputati, anzi “contro” quegli imputati di cui il P.M. sostiene la colpevolezza chiedendone la condanna. Di Matteo ha parlato contro tutti, specie contro chi rappresentava e serviva lo Stato o ne aveva approvato o non abbastanza duramente stigmatizzato il comportamento e la politica. Comportamenti ed opinioni che non fossero quelli di una “linea dura” o ritenuta tale.

Chiuso il dibattimento ed avute le prime parole dei P.M. che si alternano a rappresentare l’accusa (come si dice impropriamente, ma, in questo caso non abbastanza impropriamente, ché occorrerebbe dire l’accusa universale) era sembrato che essi facessero un certo sforzo per allontanare dal processo il marchio di balordaggine rappresentato dal suo “nome d’arte”: “per la Trattativa Stato-Mafia”.

Era venuta fuori la tesi della “mediazione necessaria” o non ricordo più nemmeno quale altro non meno inconcludente aggettivo della mediazione. Insomma tutti quei personaggi non avrebbero “trattato” perché ciò avrebbe comportato che avrebbero rappresentato lo Stato e lo Stato non può essere imputato perché è la fonte del diritto e della legalità. Invece che come rappresentanti dello Stato (quali erano: ministri etc.) si sarebbero posti come mediatori tra la mafia e lo Stato ancorché da loro stessi rappresentato. E sarebbero stati mediatori non imparziali, utili solo alla mafia. Una tesi più che contorta, attorcigliata, ridicola già nella sua complicazione.

Era comunque, o sembrava essere, un tentativo di tirarsi un po’ indietro nella pretesa smaccatamente komeinista di giudicare lo Stato.

Ma Di Matteo è tornato alla “linea dura” della pretesa di giudicare e demonizzare una pretesa “linea molle” dello Stato, del Governo e, magari del Parlamento. O, forse, un tentativo di adozione di una politica “molle” o non abbastanza dura.

Ed ha inveito. Più che una requisitoria è stata una interminabile invettiva. Contro un po’ tutti. Contro Berlusconi, il che è “naturale”, ma anche contro Scalfaro, contro Conso, contro Martelli, contro Violante, contro morti e contro vivi, politici e funzionari molli e poco duri. Colpevoli di azioni ed omissioni e, soprattutto di cattivi pensieri.

Ha, invece, “detto bene” di Massimo Ciancimino, che, poi, sarebbe, un imputato oltre che un mafioso pentito, il pilastro dell’accusa. E, paradossalmente (ma prevedibilmente) ha detto di Totò Riina che aveva detto la verità quando ha farfugliato le frasi intercettate contro altri mafiosi che avrebbero “trattato”.

Difendendo l’indifendibile fantasioso Ciancimino ha difeso l’”autenticità” del famosissimo “papello”, negando che fosse stato contraffatto, che recasse tracce di alterazione e di falsificazione.

Come se fosse possibile “falsificare” un documento che non è un documento, ma un pezzo di carta con uno scritto (le supposte “condizioni” della mafia) non firmato e non attribuito a nessuno. Di ignota provenienza.

Parole tante e tuttavia, lo ripeto, con un costo unitario incredibilmente alto. Non credo che qualcuno proverà mai a calcolare quanto ci costa ognuna di quelle memorabili parole.

Ma il costo complessivo della cavolata del secolo si potrebbe tentare di calcolarlo. Ma nessun vorrà gettare il sale del buon senso e della puntualità sulla antica piaga di Pantalone.

          Mauro Mellini

15.01.2018

Il difetto sta nel manico

Con un decreto del Governo, a legislatura oramai praticamente chiusa, è venuta fuori la “grande riforma” delle intercettazioni telefoniche.
Non si sa bene, ma forse è facilmente spiegabile, chi abbia fornito al povero Orlando Curioso ed al Governo il supporto della sua scienza giuridica per “giungere alla soluzione del vecchio e spinoso problema”. Si fa, naturalmente, per dire, anzi, se se ne ha lo stomaco, per ridere.
Perché il prodotto del “garantismo renziano” è il sugello, la legittimazione del malaffare processuale, il tipico prodotto di una scienza dell’ipocrisia, che una schiera di leccapiedi ha elaborato per redigere autentici codici dell’abuso che garantiscono tutto fuorché la difesa dagli abusi e dalle distorsioni di ogni principio.
Per farla breve, anzi, brevissima, la novità del garantismo pulcinorlandesco sarebbe questa: le intercettazioni debbono essere “purgate” di ogni registrazione “non rilevante” ai fini del giudizio e saranno posti ulteriori divieti addirittura al rilascio di copie agli avvocati. Negli “atti processuali” rimarrebbero, custodite dal solito segreto di Pulcinella, solo le intercettazioni “rilevanti” etc. etc.
La chiave, anzi, il grimaldello, di questa ennesima deformazione inquisitoriale del processo penale è in quel “potere di selezione” delle intercettazioni “rilevanti” e nello scarto di quelle “irrilevanti”. Perché ci vuol poco a capire, così che se ne può e se ne deve fare addebito persino ad un Orlando (Ministro) che, poiché la selezione e la distinzione è decretata dagli “inquirenti” (inquisitori…!!) “rilevante” è termine identico a “utile all’accusa”. Anzi, all’impianto accusatorio personalmente partorito dai cervelli e degli umori degli “inquisitori” medesimi.


Ogni altro criterio selettivo è falso, falsificante, fasullo. Del resto, il solo fatto che, magari, dalle intercettazioni risulti che gli “indiziati”, sospetti di legami mafiosi, hanno sempre parlato d’amore, del giuoco del calcio, di un'altra comune passione sportiva, sarebbe pur sempre una prova rilevante ai fini della difesa.
Ma l’inquirente-inquisìtore definirà senz’altro quel materiale “irrilevante” e potrà distruggere la prova.
Ma ciò che rende non solo inesistente nel provvedimento orlandesco, ma impossibile nell’assetto pratico processuale penale creatosi nel nostro Paese ogni salvaguardia, ogni possibile intervento nella difesa ad impedire che la “selezione” diventi una “manipolazione” della prova, è l’elefantiasi del ricorso alle intercettazioni telefoniche, alla falsificazione sistematica di ogni motivo e motivazione delle relative autorizzazioni, il latente abuso di “autorizzazioni in bianco”. Nessuno sa quanti telefoni siano nel nostro Paese sotto controllo. Chi intercetta chi. E perché si intercetta. Un controllo della legittimità e dell’opportunità della conservazione o della distruzione del prodotto del “tutti intercettano tutti” non solo è impossibile ma è ridicolo ipotizzarlo.
E qui bisogna andar ancor più su, nel “manico” dello spaventoso difetto di tale strumento processuale.
Il codice di procedura vigente, con una falsa e falsificante imitazione del sistema anglosassone, ha affermato che l’azione penale incomincia con la richiesta di rinvio a giudizio.
E’ da ridere, anzi, da piangere, la conseguente affermazione che, ad esempio, tutta la fase “cautelare”, con ricorsi, annullamenti, rinvii, non sia espressione dell’azione penale”. Ma spaventoso è il complemento di tale falso assioma: “Il P.M. compie le indagini necessarie all’esercizio dell’azione penale”. Indaga, cioè, per accertare che vi sia qualcosa su cui indagare, non perché vi sia “notizia di reato”, ma alla cerca di tali possibili notizie. Quindi intercetta le telefonate delle persone per bene per rendersi conto se siano veramente per bene ed al di sopra di ogni sospetto.

Indaga, intercetta. E non si dica che le intercettazioni sono ammesse solo in presenza di gravi reati. Andate a sostenere che non c’è nessun reato di mafia in corso e vi applicano le misure di prevenzione!!!
Il ricorso alle intercettazioni diventa così sempre più mastodontico ed incontrollato, anzi incontrollabile. Orlando potrà redigere qualche regolamentazione per impedire che restino in circolazione le intercettazioni dell’affare Banca Etruria, quelle su Papà Renzi e Papà Boschi. Ma non ha né la mente né il coraggio di mettere i bastoni tra le ruote alla grande macchina dell’abuso. Il suo decreto, infatti, ne legalizza le peggiori espressioni.
Bisogna abolire questa Inquisizione satanica di cui l’Italia ogni giorno di più diventa preda. Le pezze colorate, le coperture viscide ed ipocrite degli abusi non cesseranno certamente con questi pasticcetti. Il difetto sta nel manico. E che manico!!


Mauro Mellini
29.12.2017

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