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Politica interna

Politica e giustizia

Per l'elaborazione e l'affermazione del concetto di "Legalità sostenibile"

Voglio scusarmi anzitutto con i miei affezionati lettori se verso sulla loro paziente benevolenza di cui mi danno tanta prova l’elaborazione di riflessioni cui la mia preparazione, la mia cultura, sono sicuramente inadeguate. Se oso farlo è perché “nel paese degli orbi beato chi ci ha un occhio”. E, se sono convinto di questa inadeguatezza, ben più fermamente lo sono di quella di molti altri che non solo parlano e scrivono, ma operano ed impongono a noi di operare e di sopportare, dando di quel che dico io, la prova quotidiana di una certa fondatezza, realizzando il contrario di quanto queste mie povere riflessioni imporrebbero a chi ha ben altre responsabilità.

Mi è capitato (mi sta capitando spesso) di sentirmi rimproverare l’”esagerazione” di una mia affermazione: quella espressa, ad esempio in un mio articolo del 6 ottobre 2017, incluso nella raccolta “Non è solo Saguto”.

“Esagerato” sarebbe affermare che le misure di prevenzione antimafia sono causa, chiudendo i rubinetti di altri fonti di credito, del rigoglio degli affari finanziari della mafia, cui garantiscono il monopolio della prestazione del credito e degli investimenti, in un “mercato parallelo” così privilegiato e protetto.

“Esagerato” è aggettivo che non esprime che un giudizio relativo. Esagerato rispetto a che cosa?

Questi miei non richiesti maestri, infatti, si mostrano scandalizzati del fatto che io affermi, in sostanza, che “addirittura” la “legalità” farebbe più danno della mafia stessa. Il che, oltre ad essere diverso da ciò che dico è affermazione in sé vuota a falsa.

Povera “legalità”!!! Da principio fondamentale del diritto penale dei paesi civili “nullum crimen, nulla poena, sine praevia lege penali” è divenuta una arbitraria espressione di ciò che è contrapposto al crimine, al “sistema criminale”. Ne è stato cioè invertito sconciamente il concetto, al contempo svuotandolo e banalizzandolo.

Legalità, sarebbe quella cosa che insegnano le mogli dei magistrati e dei poliziotti nelle scuole di Sicilia, di Calabria, di Campania.

Ed invece questo concetto di legalità dovrebbe essere nuovamente elaborato, approfondito, studiato da menti aperte, schiette ed acute. Quali, in verità poche se ne trovano oggi. Sento il dovere di cercare di farlo non essendo in condizione di potermi definire tale. Non è da escludere che da un ignorante forse un po’ presuntuoso, quale io sono, qualcosa di nuovo e di utile riesca a venire fuori.

Legalità è un sistema. Il sistema delle leggi, dei principi, così come emergono dalla lettera e dalle interpretrazioni ed, ahimè, applicazioni che se ne fanno. Un sistema che varia nelle sue caratteristiche fondamentali, che diventa il metro del bene e del male della società che lo adotta, che ha, deve avere, perché altrimenti non è che un sistema sgangherato, una sua coerenza che ha, limiti di flessibilità.

Se la legalità è metro di compatibilità di fatti, atteggiamenti, con situazioni del vivere civile, non è essa stessa priva di riferimenti ed esigenze di coerenza. Non ogni “legalità”, oltre che “legale” (ovviamente) può dirsi “buona”, adatta, compatibile. Sostenibile è il termine giusto. Con che cosa? Con le strutture materiali e morali dei popoli e degli Stati in cui deve spiegarsi. Con il loro sistema e con la realtà della loro economia.

Si può, anzi, affermare che la legalità non può che essere coerente e “sostenibile” rispetto alla realtà economica e sociale cui dovrebbe imporsi.

Questo è il punto.

Difficoltà ed attriti in questo rapporto esistono sempre. La loro entità, durata, qualità, segna il limite della “sostenibilità”, che è poi imprescindibile dato della legalità, della sua essenza ed “unicità”. Perché se la legalità, si fa per dire, numero 1 non è sostenibile, accanto ad essa inesorabilmente si crea un altro sistema ad essa analogo e contrario. Potremmo chiamarla la “legalità” n. 2 o illegalità.

Questo concetto si traduce, anzitutto in quello ben altrimenti espresso e sostenuto da una mente come quella del grande giurista Santi Romano (“La pluralità degli ordinamenti giuridici”). Che però non approfondì mai, sul piano sociologico, politico e su quello della loro conflittualità degli “ordinamenti”, inevitabile in questa pluralità, né, che io sappia, la sviluppò con adeguate indagini e riferimenti storici.

Uno sguardo alla nostra storia ed a quella di queste “entità parallele”, oltre che a quella della nostra economia e del suo sviluppo e dei suoi momenti di ristagno e di regresso può dare, io credo, risultati di enorme rilevanza ai fini della conoscenza della natura, degli sviluppi, della genesi e delle augurabili prospettive di estinzione di fenomeni come quelli della mafia, della camorra etc.

Essi sono tutti, chi più e chi meno evidentemente, in epoche e situazioni diverse, frutto “parallelo” di sistemi economici con ordinamenti e leggi insostenibili imposti dalla legalità “ufficiale”, dello Stato e di altre forme di potere dati ed accettati come “normali”.

Senza spingersi troppo addietro nel tempo, si può dire che certamente “insostenibile” si dimostrò negli Stati Uniti la legislazione proibizionista delle bevande alcoliche. Che, oltre a far crescere l’abuso dell’alcool, rafforzò la malavita facendone un sistema potente e capace di “autoproteggersi” con la corruzione e la violenza.

Tutta la storia della nostra Repubblica è segnata dall’istituzione di un sistema semi socialista imperniato sulle “partecipazioni statali”. Un sistema giuridico-economico insostenibile nel contesto generale italiano ed occidentale. L’effetto fu quello di un parallelo sistema di “adattamento” della democrazia e del sistema dei partiti ad una “spartizione” depredatoria del potere e del denaro pubblico profondamente radicato e tale da apparire inestirpabile con la “legalità di fatto” di tangenti, spartizioni, depredazioni.

Altri meno appariscenti fenomeni di legislazione “insostenibile” ve ne furono, quale quello, assai poco studiato, della “pressione sociale” sulla proprietà edilizia, già duramente provata dalle distruzioni belliche, sulla quale fu, di fatto, riversato gran parte del peso del problema casa. Ne seguì il passaggio di gran parte di quelle vecchie proprietà in mani di speculatori disposti a valersi di mezzi mafiosi per sfruttare le loro acquisizioni eludendo limiti e imposizioni. Alcune situazioni di criminalità organizzata da ciò ebbero origine in varie città.

Perché questa “economia sommersa” (alla cui floridezza si deve buona parte del “miracolo” economico italiano, finché ci fu, e, poi della sopravvivenza del Paese in periodo di crisi) finisce sempre per crearsi l’equivalente (criminoso) della protezione legale che, in quanto “sommersa” non ha nell’apparato dello Stato.

E l’”economia sommersa” è, in buona sostanza ed in parte notevole, la conseguenza di una insostenibilità di norme che impongono oneri, vincoli, condizioni e complicazioni burocratiche che nella realtà dell’economia e dell’assetto sociale non possono trovare adeguata applicazione.

La più evidente e grossa di queste situazioni è quella dell’evasione fiscale, frutto in misura cospicua dell’esorbitante livello della pressione tributaria. Se c’è un’economia che vive e sopravvive grazie all’evasione, ad un certo punto ad essa diventa “necessario” l’inserimento, la protezione, l’equivalente della “giustizia”, che può essere fornita solo dalle grosse organizzazioni criminali.

Ma chi ritenesse che per combattere le organizzazioni criminali, la mafia, la camorra etc. etc. bisognerebbe semplicemente arrivare a far scomparire l’evasione fiscale, commetterebbe un grosso errore di inversione dei termini della questione.

Sono considerazioni che assai meglio di me altri potrebbe sviluppare.

Temo, però, dia vere per occuparmene, una qualità purtroppo non troppo diffusa: quella di non temere di parlare e pensare controcorrente.

                  Mauro Mellini

16.11.2017

Mattarella e la paura della verità

Che cos’è questa storia della “promulgazione con lettera” che Mattarella ha fatto del codice antimafia?

E’ una brutta storia. Che ha tutto il sapore di un’incapacità di fare quel che si deve quando ci si trova di fronte al tabù dell’”antimafia devozionale e forsennata” e colora di assurdo e di cinismo una funzione che dovrebbe essere di supremo presidio della libertà, dei diritti delle vite dei cittadini.

E’ inutile ripetere quello che, è stato scritto non solo da noi, fino a poco tempo fa sparuti allarmisti delle malefatte dell’antimafia, sulle pericolose e rovinose baggianate di questo cosiddetto codice.

Quello che nessuno ha osato dire in questa occasione e che l’inconsueto e grottesco procedimento di “promulgazione” (quasi) condizionato da parte del Capo dello Stato ha confermato, è che ogni forma di discussione riserva, opposizione alle frenetiche pretese della parte più becera e dissennata del Partito dei Magistrati sono avvenute e avvengono sotto il segno della paura. Della paura di essere classificati come conniventi della mafia e dei corrotti, di cadere sotto i colpi di più o meno fantasiose imputazioni (caso Giovanardi) di ostacolare la “lotta” al male assoluto delle cosche, di essere dichiarati “incandidabili” (e “invotabili” a candidatura avvenuta) dalle demenziali omelie della congregazione di Rosy Bindi.

Il Presidente Mattarella con la sua innovativa procedura della “promulgazione quasi condizionata”, dà sostanzialmente atto delle gravi incongruenze, delle violazioni non solo delle normative comunitarie del codice antimafia.

Ammette, sostanzialmente, che sia, comunque, uno strumento pericoloso e letale. Ma invita nientemeno che un Gentiloni a non abusare di quell’abuso dei principi del diritto. Come il Governatore spagnolo di Milano di manzoniana memoria sembra voler dire “adelante, Pedro, con juicio!”. E questo gli basta per mettersi a posto la coscienza nel consegnare ad una magistratura, per almeno parte della quale, che è più direttamente interessato (fino ad oggi) all’uso di quello strumento, esso è addirittura troppo poco forcaiolo e devastante.

Ma il punto più grave della lettera di Mattarella, in cui, ci spiace dover dire ciò del Capo dello Stato cui dobbiamo, ratione muneris, reverenza e fiducia, affiora qualcosa che è difficile non accostare all’ipocrisia ed al cinismo.

E là dove invita il Governo a “monitorare” il funzionamento della legge.

Provatela, sembra dire, tanto, al più potrà rovinare qualche altra impresa, disonorare qualche altro cittadino, mettere sul lastrico altri operai e dipendenti di imprese devastate.

Una prova “in corpore vili” il corpo di questa povera nostra Nazione, quello di altre sue provincie e regioni.

E, poi chi dovrebbe fare il monitoraggio?

Rosy Bindi con i suoi confratelli? E chi dovrebbe rispondere se non i magistrati, e, soprattutto quegli energumeni togali per i quali quel cosiddetto codice è ancora troppo poco? E chi oserà parlare se il Presidente della Repubblica ha parlato a metà?

E, poi, questa trovata della “promulgazione con lettera di ammonizione” è, in realtà un favore fatto ad un Governo alle prese con una reazione imprevista della pubblica opinione, della stampa, della stessa parte ragionevole della magistratura.

C’è , dunque la “lettera di riserva e di ammonizione” del Presidente. L’invito, se c’è tale invito, ad “andarci piano” (a chi? a Di Matteo? A Gratteri?). State quindi tranquilli non arriveranno a toccare anche voi. Non fatene una tragedia. State tranquilli e tirate a campare.

Ed intanto già tutti stiamo subendo i danni, magari solo quelli indiretti del fanatismo antimafia. Ed aspettiamo il peggio.

A meno che…

                              Mauro Mellini

 18.10.2017

C'è forse uno spiraglio per la speranza

ED ALLORA CHE ASPETTIAMO?

Si direbbe che qualcosa si stia muovendo nella sconsolante immobilità del Paese, dei suoi giuristi, dei suoi imprenditori, dei suoi abitanti di buon senso e di buonafede di fronte allo scempio del diritto, dell’economia, della civiltà dei rapporti tra governanti e governati consumato in nome di un komeinismo antimafia e di un controriformismo inquisitorio che sono la negazione della nostra stessa società.

Abituati, ma non rassegnati a parlare al vento, a scrivere per esser letti da pochi e rassegnati amici da anni ed anni, può darsi che il nostro sia un sussulto di ottimismo ingiustificato. Ma è nostro dovere, è diritto della nostra non rassegnazione ad esporlo, a tentare di condividerlo con chi, rassegnato, ci ha magari fatti oggetto del suo affettuoso scetticismo.

Lo abbiamo già scritto: c’è un sussulto contro quella particolare ma essenziale forma di demolizione dei fondamenti civili e sociali del nostro diritto penale che sono le “misure di prevenzione”. Antimafia, ma non solo.

Perché il virus velenoso dello sprezzo dei principi, maturato in nome delle emergenze, è sempre destinato ad invadere ed infettare tutto l’organismo del diritto e della civiltà.

Si sono accorti anche i dormienti che sono migliaia gli innocenti, gli inutilmente assolti, le vittime stesse della mafia ad essere depredati dal meccanismo della c.d. “prevenzione”, oltre che dalle Saguto e dai suoi sodali, imitatori e maestri. Si sono accorti che quello delle misure “interdittive” prefettizie di messa al bando di imprese nemmeno indiziate di “infiltrazioni mafiose”, ma “esposte al pericolo di tali infiltrazioni” ha messo in ginocchio la provincia di Reggio Calabria, e quella di Palermo ed altre.

Perché sono giunti a perseguitare, (che in termini di utilità produttiva significa distruggere), imprese, appunto, “esposte al pericolo di infiltrazioni mafiose”. Così le vittime diventano colpevoli, cioè vittime anche di uno sciagurato sciacallaggio antimafia. Che ci ricorda il cinismo dei generali francesi (ma non solo di loro) che sostenevano nel 1917, cento anni fa, che bisognava fucilare un po’ di soldati “per incoraggiare gli altri”.

Potremmo fare volumi e volumi di mostruosità giudiziarie di questo tipo. E qualcuno di noi lo farà, come farà e faremo un’antologia delle cazzate di contorsionisti delle motivazioni con le quali lorsignori coprono questo letamaio con le loro toghe e, magari, con i loro ermellini.

Ma ormai se ne parla. Non siamo solo noi a denunciare lo scempio. Quale che sia il motivo di questo risveglio, solo in questi giorni sulla stampa nazionale, nelle televisioni, qualcuno osa alzar la voce, dire che così non va e non può andare.

E’ ora, però che a parlare siano tutti quelli, almeno, che sanno e, fino ad oggi non osano.

Occorre reagire duramente, contro la Rosy Bindi che, idealmente in pantaloni rossi come i generali francesi del 1917, gracchia che bisogna decimare le imprese “per incoraggiare le altre” sulla via di un radioso avvenire antimafia. Basta con la perfida e ridicola retorica che sa di Sant’Uffizio, di questa antimafia mafiosa e beghina!!!

Bisogna che le vittime di queste soperchierie, quelle che la Santa Inquisizione tornata ad imperversare con i suoi roghi, debbano andare in giro solo col “sambenito”, l’abito del penitente. Comincino col passa-parola a darsi il segnale della ribellione all’ingiustizia della messa al bando e riconoscano chi si batte per far cessare lo scempio che, oramai, è una sciagura, una palla al piede per tutto il Paese. Facciamo circolare gli scritti ribelli.

E basta con le proposte, le invocazioni, di un “miglioramento” di una “correzione”, magari, del codice antimafia. Basta con i ridicoli tentativi di cavar sangue dalle rape, ragionevolezza da un Orlando e di magistrati “moderati”.

Un appello speciale agli avvocati: mettano da parte i loro studi, le loro analisi, (parlo, ad esempio quelli del Consiglio Nazionale Forense) per “correggere” il codice antimafia. non si riducano ad umiliarsi in un dialogo con un Orlando. Parlino invece alla gente. Scrivano sui giornali. Adoperino internet. Diventino agitatori in nome della legalità vera.

L’antimafia, le leggi speciali, la cosiddetta prevenzione sono diventate la vera matrice del rinnovato potere odioso della mafia.

Basta con l’Antimafia-Mafiosa. E basta con gli sciacalli dell’Antimafia.

                        Mauro Mellini

 10.10.2017

Antimafia mafiosa: come reagire

C’è, è inutile ripeterlo troppe volte, una certa presa di coscienza della turpitudine della legislazione antimafia, che meglio sarebbe definire “legge dei sospetti”. Anche i più cocciuti cominciano ad avvertire che non si tratta di “abusi”, di dottoresse Saguto, di “casi” come quello del “Palazzo della Legalità”, di fratellanze e cuginanze di amministratori devastanti.

E’ tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa.

Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà.

Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? E’ già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto.

Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare?

Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo.

Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero.

Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica.

E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo.

Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano.

                                Mauro Mellini

 26.09.2017

Dove deve fermarsi il lavoro di un parlamentare?

di Maurizio Tortorella (*)

Da anni Carlo Giovanardi, senatore modenese di Idea, popolo e libertà, si batte in Senato e sul territorio contro i disastri che in tempi di crisi e di alta disoccupazione le interdittive stanno combinando alle imprese della sua regione e oltre.

Il problema è che dallo scorso aprile il senatore, che pure è membro delle due commissioni Antimafia e Giustizia, e quindi è più che titolato a occuparsi di questi temi, è indagato dalla Procura di Bologna per rivelazione di segreti d'ufficio e per minaccia o violenza a un corpo politico-amministrativo, con l’aggravante di avere agevolato la 'ndrangheta emiliana.

Secondo l'accusa, Giovanardi sarebbe stato troppo zelante nel contestare, da parlamentare, i due controversi istituti giuridici: per l'appunto l’informativa antimafia e la white list.

In maggio l’ufficio di presidenza della commissione Antimafia, presieduta da Rosi Bindi, ha addirittura formulato a Giovanardi un “invito” ufficiale a “valutare l’opportunità politica” di “autosospendersi”.

Anche di tutto questo, sicuramente, si discuterà in un convegno intitolato: "Le opinioni e i voti espressi dai parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni sono penalmente perseguibili?". Il convegno si terrà giovedì 21 settembre, a partire dalle ore 16, all'Hotel Nazionale in piazza Montecitorio a Roma.

I lavori saranno introdotti dallo stesso Giovanardi e dal suo collega senatore di Idea, Gaetano Quagliariello.

Interverranno: l'avvocato Raffaele Della Valle, che fu il legale di Enzo Tortora; Mario Esposito, professore di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma; Mauro Mellini, avvocato ed esponente radicale; e il giornalista Fabio Cammalleri.

Ai lavori parteciperà anche Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, oltre che deputato del Partito democratico e magistrato in aspettativa.
(da www.panorama.it)

Dietrologie, archeologia, miopia

VIZI, PRETESE, COMPROMISSIONI DEL P.d.M.

Un giorno o l’altro qualche P.M. fantasioso e “coraggioso” farà riesumare le salme di chi sa chi per contestare loro (cioè alle salme) cosa, del resto, già avvenuta nientemeno, con un papa dichiarato eretico “post mortem”, l’imputazione di concorso nell’omicidio che so, di Giacomo Matteotti, o, magari, di quello di Giulio Cesare.
C’è una spiccata vocazione archeologica tra i magistrati italiani, che si aggiunge a quella dietrologica. Non è uno scherzo che si stia discutendo tra i magistrati assai di più “di chi vi fosse dietro” l’omicidio di Falcone, di Borsellino, dietro le stragi mafiose degli anni novanta del secolo scorso che non di cose che sono avanti agli occhi di tutti nei nostri giorni nonché a dar sfogo, almeno, alla vocazione dietrologica andando a vedere un po’ chi ci sia, dietro le certe strampalate trovate “rivoluzionarie” di Crocetta, dietro gli incendi degli impianti di differenziazione dei rifiuti in Sicilia. Poiché oltre che la mania per le dietrologie e la mitizzazione dei “mandanti occulti” e la relativa archeologia, c’è tra i magistrati italiani, oggi come e più di ieri, la diffusione della miopia, che, contrariamente alle opinioni correnti tra medici ed oculisti, si direbbe sia una malattia contagiosa con manifestazioni intermittenti.
L’archeologia dietrologica è un ausilio della miopia, sia di quella dei solerti archeologhi, sia della miopia o, addirittura della cecità, pure temporanea ed intermittente, di quelli che dovrebbero tenere occhi aperti e ben funzionanti sulle attività di archeologhi e dietrologhi.
A tutto ciò mi è accaduto di pensare leggendo dell’audizione del magistrato più costoso del mondo (oltre che più scortato e più onorcittadinato) Nino Di Matteo alla Commissione Antimafia. Il candidato ministro della Giustizia, invece di parlare della sua strenua difesa delle “rivelazioni” di Scarantino, rese, secondo la tesi dell’accusa da lui sostenuta al processo per l’assassinio di Borsellino, “ottenuta” da Di Matteo, più attendibile per le ripetute ritrattazioni, buttandola, magari, come si suol dire, sulla questione generale del “sistema” pentitocentrico della giustizia antimafia e non solo, ha, invece, fatto presente alla Commissione la necessità di estendere ed approfondire le indagini su “ciò che c’era dietro” quegli assassini e quelle stragi del 1992. Non ha, seguendo l’esempio dell’ineffabile presidente del Senato, manifestato la “speranza” che venga fuori chi, oltre alla mafia vi sia stata (dietro) qualche altra mano organizzatrice e qualche mandante e che venga fuori qualche pentito ad autorizzare una tale tesi. Autorizzato Di Matteo si sente comunque a questo e ad altro.
Dietrologia ed archeologia giudiziaria, chi sa che qualche Università non provveda ad istituire una Cattedra e un corso di laurea di tale scienza. Così Di Matteo, ma anche a diversi altri magistrati, potrebbe essere attribuita una laurea honoris causa.
E, se lo facessero diverse Università, Di Matteo potrebbe farne la collezione.
Mauro Mellini

18.09.2017

Antimafia e devastazione dell'economia

Un caso emblematico del carattere sciagurato assunto oramai dall’Antimafia (con le sue derivazioni indiscutibilmente mafiose, devastanti l’economia non solo siciliana), ha “bucato” il silenzio della stampa, ma non ha provocato la minima reazione della classe politica.

E’ il “caso Niceta”: l’efferata distruzione di una delle “storiche” imprese commerciali palermitane, mandata in rovina con le cosiddette “misure di prevenzione”.

Dire che il caso ha “bucato” il silenzio della stampa è, peraltro, una ottimistica esagerazione. Ne abbiamo notizia per un servizio di Salvatore Parlagreco sul sito “Sicilianinformazioni.com”. Giornali e riviste siciliane e non tacciono su questo caso e, quel che è peggio, sulla questione delle “misure di c.d. prevenzione” e sui loro effetti letali, discettando, al più, su problemi marginali e sulle solite proposte di un’amministrazione “socialmente utile” e meglio organizzata dei beni oggetto delle disinvolte depredazioni giudiziarie.

Neppure il “caso Saguto”, che ha messo a nudo una immonda trafila mafiosa (proprio così: la mafia dell’antimafia) di cui è stata frettolosamente circoscritta la portata, ha indotto stampa e classe politica ad affrontare il vero nocciolo della questione, di cui le ruberie familiari e le incrostazioni parassitarie varie sono il corollario, ha rotto il silenzio fatto di complicità e di paura (non è questa mafia?) sulla “punizione” dell’”indizio di mafia” con la pena dell’esproprio e della distruzione dei beni.

I Niceta, Mario, padre, ed i figli Massimo, Olimpia, Piero, sono stati fatti oggetto di un processo penale per il reato di mafia. Ne sono usciti assolti. Ma la stessa giustizia, si fa per die, che li ha dichiarati non mafiosi, li perseguita come indiziati di essere tali, con le c.d. “misure di prevenzione”.

Queste dovrebbero, quindi impedire che chi mafioso non è e non è stato, mafioso diventi (questo dovrebbe essere il senso della “prevenzione”). Ma la “prevenzione” si realizza, oltre che in misure limitative della libertà personale, essenzialmente con la depredazione dei patrimoni, sul patrimonio esistenti e, quindi, realizzati in precedenza quando la stessa giustizia (tale per modo di dire) ha accertato che l’”indiziato” non era mafioso. Acquisito, dunque, legittimamente.

Questa catena di sciocchezze porta ad una sola conclusione: che oltre ad aver inventato il ruolo di “concorso esterno ad associazione mafiosa” è stato creato anche un altro reato, quello di essere indiziato di essere mafioso. Reato punito con la confisca dei beni. E poiché di ogni reato si può essere sospettati o, per non offendere troppo vistosamente la pudicizia dei popoli civili, “indiziati”, così si può essere indiziati di indizio di mafiosità. Cosa che comporta una pena non da poco: quella del sequestro, in attesa dell’accertamento definitivo che il loro proprietario sia davvero indiziato e non solo sospettato di esserlo, dei beni del presunto colpevole di indizio. Sequestro che non dovrebbe comportare necessariamente, l’esproprio dei beni. Ma che, trattandosi di aziende commerciali o industriali, comporta quasi sempre la loro distruzione, la cessazione dell’attività, il licenziamento dei dipendenti, la dispersione della clientela. E ciò non solo nei casi in cui la curatela del compendio sequestrato sia affidato a personaggi del tipo della figliolanza della Presidente Saguto, ma per il solo fatto della notizia, del sequestro, delle carenze di tutela dei diritti dei terzi etc. etc.

E’ questo il caso della Famiglia Niceta, inutilmente assolta dal reato di mafia, la cui catena di ben quindici negozi di abbigliamento ha chiuso i battenti. Ciò mentre il Tribunale Sez. delle misure di prevenzione, benché non più presieduto dalla dott. Saguto, prosegue alacremente all’opera di smantellamento, mandando per le lunghe il procedimento e quindi, il sequestro. Una perizia sul valore dei beni (c’è un sottile senso di sadismo in questo “accertamento” da parte di chi quei beni li ha massacrati!!!) che, malgrado la scadenza di tutti i termini (dal 2014!!!) ripetutamente prorogati, costituisce il pretesto per dar tempo alla più completa distruzione dell’Azienda.

Ai membri della Famiglia Niceta è stato negato dal Tribunale anche un assegno alimentare e ciò benché tra i beni sequestrati almeno una buona parte dovesse considerarsi necessariamente legittimamente pervenuta ad essi per successione ereditaria, dato che da più generazioni, sono i Niceta che si dedicano a tale attività commerciale. Si direbbe che, oltre alla distruzione del loro patrimonio si voglia il loro annichilimento personale e fisico. Sono rei di essersi fatti assolvere dall’imputazione di mafia.

Quel “caso Niceta” può essere considerato emblematico dell’assurdità e dell’efficacia catastrofica della legislazione antimafia. Ma non è detto che ancor più accuratamente ignorati, esistano altri casi, se non più scandalosi, più gravi e rovinosi.

Tempo fa, parlando di queste cose in Sicilia, mi accadde di dire che se oggi vi fosse ancora in piedi l’impero economico dei Florio, l’imprenditore fattosi siciliano, che, dopo l’Unità segnò una pagina di risveglio e di floridezza nell’economia dell’Isola, probabilmente lo avrebbero imputato almeno di concorso esterno, avrebbero confiscato navi, tonnare, enopolii dandoli in pasto ad una schiera di parassiti dell’antimafia.

Ma c’è poco da scherzare.

Piuttosto è giunto forse il momento che qualcuno in Sicilia ed altrove metta mano all’istituzione di una Associazione delle Vittime dell’Antimafia. Che tante ve ne sono che non sono fatte oggetto di culto e di commemorazioni, ovviamente, anche perché vivono nella paura del peggio. Perché queste ignominie, questo sciagurato sistema falsamente “antimafia” tendente sempre più a divenire mafioso, si fonda in larga misura sull’ignoranza in cui è tenuto il Paese di queste malefatte, della deprecabile demolizione del potenziale economico di intere regioni. E sulle paura. Paura di “essere indiziati”, spogliati, magari, dei beni e rivestiti del “sanbenito” delle vittime dell’Inquisizione.

E’ ora di porre fine a tutto ciò.

Pensiamo, nel nostro piccolo, ad una “Associazione Vittime dell’Antimafia”. Chi sa che non finiremo per ritrovarci tutt’altro che in pochi.

                                    Mauro Mellini

 11.09.2017

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