FacebookTwitterGoogleFeed

 

Politica interna

Politica e giustizia

Caso Giovanardi: un mio errore che mi fa scoprire ciò che è più grave

Ho commesso un errore nell’affrontare il caso Giovanardi; una deplorevole distrazione per la quale avevo ignorato che già a metà maggio, dopo lo sciagurato invito dell’Ufficio di Presidenza dell’Antimafia rivolto a Giovanardi a dimettersi perché “coinvolto” nell’altrettanto sciagurato processo per “eccesso di zelo” parlamentare, era uscito un articolo di Fabio Cammalleri su “Il Foglio” di serrata ed assai ben argomentata critica delle norme antimafia contestate dal Senatore e, delle quali gli si faceva addebito e, soprattutto, dell’intolleranza di ogni riserva che, attorno a certe “lotte” antimafiose sono diventate un pericoloso avvio alla soppressione della libertà di pensiero e di opinione politica “Ridestato germe inquisitorio” scriveva Cammalleri. Un concetto a me caro, ché da anni vado predicando: la discendenza diretta della nostra giustizia dalla Santa Inquisizione, con le sue teorie demonologiche dei “mallea maleficarum”.

Chiedo scusa a Cammalleri e, naturalmente a Giovanardi, per essermi mosso a difenderlo solo quando mi ha fatto avere le notizie essenziali del suo caso, ricavabili dal resoconto stenografico del suo intervento in Commissione del 4 luglio 2017. E, soprattutto chiedo scusa ai miei lettori, che spero, vorranno perdonare ad un novantenne una distrazione autentica (in mezzo al gran casino delle mie senili attività).

C’è però qualcosa che questa mia distrazione ed il ritardo con il quale mi sono investito della questione (che intendo portare avanti con tutti i miei poveri mezzi) mi consente di rilevare.

Non è poca cosa anche se non diminuisce di un et le critiche già da altri (Cammalleri, “Il Foglio”) avanzate contro i magistrati di Bologna per la sciagurata incriminazione.

Appena letto l’intervento di Giovanardi del 4 luglio ho subito lanciato un grido di allarme per quello che mi è apparsa ed è una aggressione alla funzione parlamentare ed al Parlamento con l’incriminazione di un Senatore per “eccesso di zelo” nell’esercizio delle sue funzioni, di quelle specifiche di componenti della Commissione sulla Mafia (che tale è, non una confraternita “devozionale”, come direbbe Vitiello, per riti e giaculatorie di sostegno alla “lotta” alla mafia).

Il carattere ambiguo e sempre potenzialmente arbitrario delle norme antimafia e l’uso che di esse fanno magistrati, funzionari e poliziotti, l’assurdità delle “interdittive” per mancanza di “affidabilità etico sociali” delle imprese, quello delle White list, mirabilmente trattati da Cammalleri, sono per me, che tale assurdità illiberale e incostituzionale ho sostenuto da anni, solo un di più, della già pesante e per sé intollerabile contestazione ad un Parlamentare dello zelo nell’esercizio delle sue funzioni. Che tali erano e sono quelle di un Commissario della Commissione Bicamerale che deve svolgere accertamenti ed avere contatti a tal fine, sul modo in cui vengono applicate certe assurde leggi. I magistrati di Bologna si sono però, anzitutto, messi sotto i piedi l’incensurabilità delle opinioni espresse dal Senatore nell’esercizio delle sue funzioni.

Ora è singolare che né Giovanardi in sua difesa, né Cammalleri nel suo pregevolissimo articolo su “Il Foglio”, abbiano ritenuto di dover sottolineare queste violazioni del principio di insindacabilità della funzione parlamentare, che non è solo quella nelle Aule del Parlamento, ma, caso tipico proprio quella dei Commissari di indagini Parlamentari, anche la cosiddetta “proiezione esterna”.

Non credo che ciò sia addebitabile ad ignoranza (me ne guardo bene) di Cammalleri o dello stesso Giovanardi. E’ piuttosto un riflesso dello sconforto per il discredito in cui si è ridotto il Parlamento.

Posso essere d’accordo con Fleres, che subito ha sottolineato ciò, ma se possiamo e dobbiamo condividere la valutazione del bassissimo livello che il Parlamento ha nella stima dei cittadini non dobbiamo tollerare che di ciò si approfitti per menomare le sue prerogative e la sua intangibilità e quella dei Parlamentari. I motivi di discredito sono di chi li ha provocati. Le prerogative del Parlamento sono del Parlamento, della Repubblica e, quindi ti tutti noi cittadini.

Ed è quindi soprattutto su questa violazione della Costituzione commessa con l’aggressione giudiziaria a Giovanardi che intendiamo batterci ed essergli vicini.

                 Mauro Mellini

 17.07.2017

Caso Giovanardi. Le Toghe: rinviare lo scontro

L’appello da noi lanciato ieri ad insorgere contro l’aggressione al Parlamento compiuta dal Partito dei Magistrati sulla persona del Sen. Carlo Giovanardi, ha trovato una rispondenza adeguata nei sentimenti dei nostri lettori, ma, come è ovvio e come ci impone sempre di prevedere il senso del limite dei nostri mezzi di comunicazione, ancora assai lontana da quello che deve essere, pena l’avvenire della nostra libertà, del nostro essere cittadini di una Repubblica democratica, una reazione adeguata. Per questo rinnoviamo il nostro caldo invito a tutti quelli che, pur condividendo i nostri sentimenti (c’è oramai tra noi qualcosa di comune, di “nostro”) non hanno ritenuto di manifestare e manifestarlo.

Se questo caso dovesse essere archiviato nell’attenzione della pubblica opinione sarebbe una irreparabile sciagura. Da tutti, dunque, un segno di consenso e di allarme. Nessuno dica “tanto quel che io penso conta solo per me”.

Rinnoviamo, dunque la solidarietà a Carlo Giovanardi, soprattutto contro il silenzio di quel tanto della stampa non ancora asservita.

Sono d’accordo, ancora una volta, con Salvo Fleres che ieri ha manifestato, assieme al suo allarme, motivato anche da precedenti preoccupanti (Fleres è stato Senatore, oltre che Assessore Regionale etc.) la sua sconsolata constatazione che in Parlamento, in cui prevalgono personaggi “con la coda di paglia”, l’acquiescenza all’oltraggio e la sopportazione dell’attentato sono inevitabili. Giustissimo. Ma siamo al punto che dobbiamo finalmente reagire all’attacco impudente alle nostre istituzioni per difendere noi stessi, qualunque sia la maggioranza di coloro che le rappresentano. Nel caso, poi, mi pare che Carlo Giovanardi, sia stato scelto come bersaglio proprio per quel qualcosa di buono che qualcuno fa persino come Commissario dell’Antimafia.

Detto tutto questo, poiché Giovanardi mi ha fatto pervenire la copia dell’Ordinanza della remissione alla Corte Costituzionale della questione, tutto sommato marginale ma certo tutt’altro che irrilevante, della necessità della autorizzazione a procedere per l’utilizzazione dei tabulati di comunicazioni telefoniche con il Parlamentare, anche nel caso in cui siano da utilizzare nei confronti della persona che con questi comunica e non di Parlamentari stessi. Questione, francamente, oltre che marginale, specie a paragone dell’enormità della questione principale del caso proprio “di lana caprina”, come si incarica lo stesso Giudice bolognese di dimostrarlo sospendendo il giudizio per la rilevanza specifica che ha in esso, il procedimento nei confronti del Senatore Giovanardi.

Ma non è di questioni squisitamente giuridiche che la mentalità propria del mio mestiere mi indurrebbe a porre e risolvere che occorre qui ed ora preoccuparsi.

Ho l’impressione che la decisione del Magistrato di sospendere il processo per l’investimento della Consulta di questa storia (del resto inesauribile…) delle intercettazioni, sia stata concepita nell’aria che tira nel Partito dei Magistrati, che non se la sente ancora di arrivare allo scontro che l’udienza preliminare ed il processo avrebbero reso ineliminabile e tale da non essere “coperto” dal silenzio della stampa. Non sono ancora pronti e consci dell’enorme questione di principio (di libertà e di democrazia) che il caso implica.

Contano sul protrarsi della nostra distrazione, sulla connivenza delle varie Rosy Bindi ed anche di altri meno incredibili Presidenti, Uffici di Presidenza, Giunta delle Autorizzazioni a procedere. E della Stampa.

Per questo non è consentito a nessuno che voglia, poi, sentirsi a posto con la propria coscienza di cittadino, fare a meno di esternare con forza la propria protesta, con la solidarietà a Giovanardi e non solo con essa.

Chi sta zitto è connivente.

                       Mauro Mellini

 14.07.2017

L’indirizzo e-mail di Giovanardi è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Aggressione delle toghe al parlamento

Caso sen. Giovanardi: incriminato per eccesso di zelo

Un caso di inaudita gravità, che da solo basta a provare che il Partito dei Magistrati non tollera più la libertà e l’incensurabilità del Parlamento quando esercita la sua funzione di rappresentanza del Popolo sovrano, si è verificato con la sottoposizione ad indagine penale del Senatore Carlo Giovanardi per il fatto di essersi “con troppo zelo” speso per l’esercizio delle sue funzioni di componente della Commissione Parlamentare Antimafia rilevando e denunziando le malefatte delle Prefetture e dell’apparato di Polizia nel redigere le liste delle imprese “pulite”, cioè immuni da “infiltrazioni mafiose” e ‘ndranghetiste in Romagna con vere e proprie forme di persecuzione e “messa al bando” arbitraria di talune di tali imprese, così portate alla rovina ed al rischio del fallimento.

Una premessa. Conosco Giovanardi da quando ero Deputato e, pur lontano dalle sue posizioni politiche (era allora in D.C., credo c.d. di Destra), ho sempre apprezzato il suo zelo nella difesa di diritti di libertà e nella difesa di Cittadini da abusi giudiziari ed amministrativi.

Ricordo i suoi interventi contro un’ondata di provvedimenti manifestamente assurdi, del Tribunale dei Minori di Bologna che con sciagurata facilità disponevano la “sottrazione alla patria potestà” di bambini per strane elucubrazioni sui criteri educativi dei genitori, quelli che io chiamavo in varie analoghe interrogazioni “kidnapping giudiziari”.

Giovanardi, invece di intendere la sua funzione di componente della c.d. Commissione Parlamentare Antimafia come la celebrazione di un rito incensatorio di “magistrati lottatori” e funzionari della stessa stampa (la Commissione non è “anti-mafia” ma “sul fenomeno della mafia e sulle funzioni repressive dello Stato”) ha rilevato, con riferimento specifico alla sua Regione ed al suo Collegio, casi e fenomeni di carattere particolare o generale, di abuso dei provvedimenti con ingiustificabili messe al bando di imprese (il che implica il vantaggio di altre…) con conseguenze pesanti sull’economia e la salvaguardia di ragguardevoli entità di posti di lavoro.

Lo ha fatto, certamente con quell’impegno e, magari con quell’irruenza che rappresentano il lato migliore del suo carattere.

Giovanardi, e questo è il mio dissenso politico dalle sue convinzioni, che non per questo apprezzo e rispetto di meno, come altri avrebbe il dovere di fare anche, se non altro, per preciso disposto di fondamentali principi di democrazia parlamentare, è convinto che sia l’applicazione delle leggi antimafia e di certe loro disposizioni (di alcune delle quali, peraltro è riuscito ad ottenerne aggiustamenti e modifiche, con ciò “offendendo” i più sgangherati “lottatori” togati e non togati…). Io sono, invece convinto che tutto l’apparato antimafia, una legislazione “contro”, di “lotta”, cioè non equa e rispondente a criteri di obiettiva chiarezza e di certi limiti, sia una legislazione in sé pericolosa ed illiberale. Ma, ripeto, questo non ha la minima importanza per ciò che riguarda la figura del Senatore ed il rispetto e l’insindacabilità dovuta alla sua funzione.

Lo “zelo” di Giovanardi ha scatenato una ignobile intolleranza nei suoi confronti, che si è manifestata con una denuncia a suo carico da parte, nientemeno, di due ufficiali dei Carabinieri (Giovanardi è un ex Ufficiale dell’Arma!!) che si sono intesi “minacciati” dalla irruenza di certi suoi interventi ed inoltre, in un procedimento a suo carico, direi per “concorso parlamentare in attività imprenditoriale indiziariamente mafiosa” (non c’è limite alla scempiaggine delle contestazioni in un Paese in cui certe figure di reato possono inventarsele gli stessi magistrati che debbono applicarle).

Il fatto in sé è gravissimo. Si tratta della incriminazione per una attività propria delle funzioni parlamentari e di quelle più specifiche di Commissario di una Commissione Parlamentare.

E’ una vera aggressione al Parlamento che in un qualsiasi Paese libero e democratico avrebbe suscitato un putiferio. Ma da noi a voler fare delle Aule Parlamentari “un bivacco per le camicie nere” o per le toghe nere o rosse non è stato solo Mussolini. La stampa, i partiti di governo o sgoverno o della cosiddetta Opposizione, hanno ignorato questo episodio che non è un episodio qualsiasi ma un attentato mortale alle libere istituzioni.

Nelle “informative” relative al processo al “concorrente esterno”, si legge che “l’attività parlamentare del Senatore Giovanardi, è di per sé non giustificabile (!?!!????!!!!) perché la critica alla normativa delle interdittive (i provvedimenti di messa al banco di imprese “sospette”) si risolverebbe in agevolazione alla mafia…

Ma neppure finisce qui. L’Ufficio di Presidenza della Commissione Parlamentare sul fenomeno della mafia (la cosiddetta Antimafia) ha deliberato di indirizzare al Sen. Giovanardi una lettera “perché, a partire dalla sua posizione giudiziaria valutasse se era ancora opportuna la sua attiva partecipazione alla Commissione”.

Un modo ipocrita e “gentile” per invitarlo a dimettersi ed a togliersi di mezzo.

Già: la Presidenza, cioè Rosy Bindi e Compagni. Non si cava il sangue dalle rape, mi direte. Ma con questa lettera l’ineffabile Signora ed i suoi sodali dell’Ufficio di Presidenza hanno dato il loro “concorso interno” (più interno di così!) all’attentato alle istituzioni parlamentari.

Il “concorso esterno” lo hanno dato i giornali, in particolare l’Espresso.

Al Senatore Giovanardi tutta la nostra solidarietà che spero vivamente gli sia manifestata singolarmente dai nostri lettori.

Non ci limiteremo a questo scritto.

Occorre difenderci da tali attacchi alla nostra associazione. E da certi ineffabili imbecilli.

Liberiamoci!!!

L’indirizzo e-mail di Giovanardi è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Renzi paga i Magistrati con leggi infami

Ormai è chiara la politica di Renzi (e del bamboccio “recalcitrante” Orlando) nei confronti del Partito dei Magistrati.

Già da prima del referendum del 4 dicembre avevamo dato notizia del progetto di riforma penale e procedurale, elaborata da una “Commissione Gratteri” giacente al Ministero della Giustizia, della quale avevamo denunziato la pericolosità, in particolare per la prevista-estensione delle “misure preventive antimafia” ad ipotesi di corruzione ed altri reati contro la P.A.

Il Governo Renzi tenne prudentemente coperto questo progetto fino al referendum, probabilmente conoscendone l’effetto negativo sull’opinione pubblica.

Poi le cose sono andate come sono andate. Il Ministro Orlando, che è andato a Via Arenula proprio per l’impresentabilità di Gratteri, estremista antimafia inviso persino a Napolitano, procuratosi a buon mercato la fama di “garantista”, con qualche presenza con discorsi di “umanità carceraria” agli scimuniti marcianti “per lo Stato di diritto”, e fatta la sua parte di spalla alla pagliacciata delle “primarie” del P.D., ha sfoderato il progetto Gratteri che, sostanzialmente, coincide con quello degli ultras antimafia della Congrega Palermitana, Ingroia, Di Matteo, Bongiovanni, etc. Abbiamo così il rischio imminente di una svolta giustizialista che trasformerebbe definitivamente la nostra giustizia penale in una “caccia all’indiziato”, con la fine del principio di legalità di cui all’art. 25 comma 2° della Costituzione, con la sottoposizione di ogni azienda, impresa, patrimonio al rischio sequestri e confische per “indizi di corruzione”. La fine della certezza e della stabilità del sistema economico.

Così il P.D. di Renzi, complice l’ignoranza facilona del Centrodestra ed il forcaiolismo becero ed ottuso dei Cinquestelle, cerca di accontentare la parte più sordamente “pangiustisdizionalista”, ostile ad ogni garantismo della magistratura e della sete di potere, che per tal via si scatena, del Partito dei Magistrati. Che cosa ne ricavi il P.D. è presto detto: farsi preferire da questi potentati occulti, dai Cinque Stelle e dalla Destra, crearsi qualche “garanzia” contro colpi e sputtanamenti giudiziari.

Il P.D. mette in vendita le nostre libertà. Ma, quel che è peggio, gli altri, in particolare Berlusconi con la sua mania del culto dei “moderati”, non vedono, non sentono, non capiscono. O fanno finta di non capire.

Occorre un moto di liberazione nazionale.

Liberazione da chi vuole rubarci le nostre libertà. E dagli scimuniti. Che sono non meno pericolosi.

Se, come abbiamo ipotizzato, potremo proclamare il 4 dicembre “Giornata della Liberazione” (e sempre più evidente appare la necessità di doverci “liberare”) ricordiamo che queste leggi asininamente infami erano nei disegni di Renzi quando il voto popolare lo ha sonoramente battuto.

Consentire ad un Renzi sconfitto e ridicolizzato dalla sua pretesa “che non è successo niente”, di consegnare l’Italia ad una congrega di magistrati assatanati sarebbe una follia.

Liberiamoci: da leggi sgangherate e perverse, da magistrati assatanati e fanatici, da governanti incapaci e servili, da falsi oppositori ignoranti e presuntuosi.

Se di un partito c’è bisogno esso è il PARTITO DELLA LIBERAZIONE!!

Mauro Mellini

10.07.2017

Corciano sta con Di Matteo. Cronaca dell'ultima buffonata

Fare il Consigliere comunale non è impegno di poco conto. Non si direbbe proprio che chi è investito di questa carica, alla base di tutte altre istituzionali della Repubblica, abbia di che preoccuparsi di dover stare a passare il tempo girando i pollici. Nei piccoli comuni, oltre tutto, c’è l’assillo dei compaesani, sempre scontenti e pronti a battute salaci e ad esprimere pretese magari impossibili non solo purché inconciliabili tra loro.

Non credo che abbia ceduto all’assillo dei cittadini di Corciano (Perugia) la Consigliera dal nome significativo: Checcobelli. Simonetta Checcobelli, naturalmente del Movimento 5 Stelle, che nello scorso dicembre presentò in Consiglio la proposta, pensate un po’, di conferire al P.M. palermitano, ma in via di travagliato trasferimento a Roma, dove però alla Procura Nazionale Antimafia è solo, o quasi, “in organico” perché sarà in pressoché perenne trasferta a Palermo (con relativa indennità) quando non sarà in trasferta per cerimonie, convegni, commemorazioni, onoranze, congressi che non gli lasciano troppo tempo a disposizione per il suo (doppio??) lavoro e, magari, nemmeno per quei rituali che sembra più gli stiano a cuore.

Ed infatti “per motivi di lavoro e di sicurezza” (già la “sicurezza” impossibile al poliedrico e multiforme magistrato, avere senza il doppio incarico che potrà addirittura imporgli di correre in giro per l’Italia) Di Matteo non è andato, giovedì 22 giugno, a ritirare la cittadinanza onoraria di Corciano (la novantesima, o, forse, la centesima) solennemente conferitagli da quel Comune su proposta della vispa Checcobella. In suo luogo e vece è andato il Vicedirettore di “Antimafia 2000”, il vice, cioè del Guru Bongiovanni, quello con la croce dipinta sulla fronte, che parla con gli extraterrestri, la Vergine Maria, Gesù etc. con il quale Di Matteo è pappa e ciccia.

Benché una cerimonia del genere sia tutt’altro che una novità (la Checcobella non deve possedere una grande originalità e nemmeno il Sindaco e gli altri Consiglieri) essa è stata narrata, con puntualità dalla Cronaca di “Antimafia 2000”, il giornale on line del Guru, e ciò ci consente di renderci conto anche del tono e del valore delle altre consimili.

Diamo voce ad associazioni – ha detto la Consigliera Checcobella, come le Agende Rosse, Scorta Civica…”. La ragazza se ne intende di cose palermitane. Le “Agende Rosse” sono una tifoseria organizzata dell’Ing. Fratello, fratello cioè di Borsellino, che così ne sintetizza la funzione: Noi, Agende Rosse (la famosa agenda rossa di Borsellino, quella buona, che sarebbe scomparsa) leviamo in alto l’Agenda Rossa e voltiamo le terga (si fa per dire) alle Autorità”.

Il Sindaco di Corciano, Cristiano Betti (nel P.D. ma ex Dipietrino ed ex Rifondatore comunista) nel corso della cerimonia ufficiale, ha ribadito la sua volontà di appoggiare il P.D. Di Matteo.

Pensate un po’ che sarà capace di combinare il “bicollocato” P.M. con tale “appoggio”.

Lo ha definito “un partigiano moderno”, qualifica che dovrebbe esser respinta da un magistrato, ma che forse si addice ad un magistrato “lottatore”.

Lorenzo Baldi, il viceguru, incaricato di ritirare il brevetto di cittadinanza onoraria, ha evocato il grandioso (ed interminabile) processo per la cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia” processo in cui da anni è impegnato il pluricollocato P.M. in cui per la prima volta nella storia del nostro Paese siedono nello stesso banco degli imputati mafiosi, membri dello Stato (!!!???), forze di Polizia (!!??) e Servizi Segreti. Una sorta di processo di Norimberga (!!!!!).

Da ultimo è stata donata a Di Matteo (tramite il Vice Guru) “una preziosa medaglia raffigurante San Michele Arcangelo che sconfigge il diavolo.

Viva San Michele Di Matteo. Abbasso il diavolo!

Nota: chi ha pagato le spese? Quanto è costata la commedia?

                                   Mauro Mellini

30.06.2017

P.d.M.: il successo lo spacca

Nei giorni scorsi, parlando con alcuni amici, ho avuto modo di prendere atto di una sensazione, che anche per altri versi so essere diffusa, di una certa meraviglia, anticipatrice di un qualche ottimismo, per le ripetute manifestazioni di dissenso e di preoccupazione che si rilevano in seno alla Magistratura, per quel che riguarda lo “scendere in campo elettorale”, l’affrontare direttamente la competizione politica da parte di taluni dei suoi componenti, fenomeno, a quanto pare, destinato a crescere, e, soprattutto per la possibilità, che conservano questi loro colleghi, sia in caso di insuccesso, sia a compimento del mandato politico-istituzionale conseguito, di tornare a svolgere funzioni giudiziarie.

Io non credo affatto che questi atteggiamenti critici siano un sintomo di resipiscenza contro la politicizzazione della giustizia e la sua espressione più singolare, pericolosa ed eversiva che è l’esistenza, oramai indiscutibile, di un Partito dei Magistrati. Credo, invece, che tali riserve siano dettate proprio dalla coerenza con la concezione della magistratura come partito politico e come, allarme per quella che, in fondo, è una “devianza” dalla funzione strategica che è propria della magistratura-partito.

La natura abnorme e intrinsecamente eversiva in un normale ordinamento democratico e costituzionale, del Partito dei Magistrati è rappresentata proprio dalla concezione di un ruolo politico generale, condizionatore e padrone delle altre funzioni ed istituzioni dello Stato conquistato dalla magistratura come corpo e, dalla stessa funzione giudiziaria (ricordate “l’uso alternativo della Giustizia, caro a M.D. che di tale devianza è stata la matrice).

Rispetto a tale fenomeno ed a tale aspirazione, la “scesa in campo elettorale” di alcuni magistrati può eventualmente rappresentare un espediente tattico o strategico di cui il partito-istituzione può avvalersi, addirittura promuovendolo in certi casi. Ma in sé è “altro”, rispetto alla militanza “ortodossa” nel partito. Ed alla sua abnorme e pericolosa esistenza.

Le battaglie, purtroppo vincenti, del Partito dei Magistrati, non sono quelle di singole appartenenti alla categoria, passati o no agli scranni parlamentari. Né sono le vittorie degli appartenenti, magari formalmente non iscritti a taluni partiti, i successi rappresentati dallo sterminio della classe politica della Prima Repubblica ed il disarcionamento del Cavaliere con la frantumazione del Centrodestra. Sono successi, vittorie del partito-istituzione. Due esempi di “eversione all’italiana” che andrebbero analizzati e studiati anche comparativamente, ad esempio, all’altro, assai meno tipico e più complesso, del colpo di Stato militare per interposta persona  che ci portò il fascismo.

Berlusconi fu vittima di un suo madornale errore quando, di fronte alle tempeste giudiziarie che si scatenarono sul suo capo, continuò a sostenere di essere vittima di una sorta di un complotto di “alcuni P.M. comunisti”. O non aveva capito nulla o aveva paura di far capire che aveva capito. Era destinato a perdere.

Detto ciò il fatto che, a seguito della dispersione e distruzione dei partiti e della evanescenza crescente della loro entità e funzione, sembri crescente la fregola di alcuni esponenti della magistratura di insediarsi nelle legittime e maltrattate istituzioni politiche scendendo sul terreno delle competizioni elettorali, schierandosi con qualche (residuato di) partito o, magari, alla testa di qualche nuova formazione, non può considerarsi l’inizio di una nuova fase, quella dell’occupazione diretta del potere legislativo ed esecutivo (politici) da parte del Partito dei Magistrati. E ciò anche se molti di quelli che così si comportano credono sia oramai il momento di prendere quella strada. Ma non può neppure considerarsi resipiscenza, ma diverso giudizio sui tempi e sulle modalità del golpe, la riserva dei magistrati sulle candidature di loro colleghi.

Il Partito dei Magistrati attraversa, ed è naturale, un momento di disorientamento a seguito delle sue vittorie e della mancanza di un “nemico da abbattere”, punto di riferimento insostituibile in molte situazioni e per molte entità e correnti politiche.

Ma l’occupazione diretta del potere, la sostituzione dei “nemici istituzionali”, partiti, governi, uomini politici, come entità create, si può oramai dire, dalla stessa azione deviata della giustizia, la generalizzazione, come “nemico” da battere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo e, quindi con l’invenzione dei  “poteri occulti”, delle massomafie”, e la stessa entità fluida e multiforme di una mafia meta-criminale etc. sono per il partito nella sua più massiccia maggioranza, più che prematuri, pericolosi per l’essenziale condizione dell’esistenza e di ogni funzione e potere del partito: quella di non far notare o, almeno, di profittare della stolta volontà altrui di non notare, l’esistenza di esso, la sua azione, il suo peso.

Ingroia, Di Matteo, Scarpinato, De Magistris, rappresentano una grossa preoccupazione per gli “ortodossi” del P.d.M. anche se molti suoi esponenti, sceglierebbero volentieri, se ne avessero possibilità e sicurezza di successo, di prendere quella strada.

Mi dicono che la “scheggia impazzita” (come io la chiamo), che però non è solo una scheggia palermitana, sia, con le sue stravaganze, i suoi riti e miti e le sue iniziative balorde e petulanti, una grossa preoccupazione per i “moderati” (ahi! ahi!) del P.d.M. I quali, però non osano far trapelare all’esterno questa loro ostilità e queste loro preoccupazioni che, se avvertite dal grande pubblico, comporterebbero un’attenzione pericolosa anche per l’esistenza dello stesso partito della magistratura. Che, guarda caso, è la vera “forza occulta” della politica italiana. Forza che è tale perché è occulta e finché sarà occulta. Starei per dire che c’è da sperare in Di Matteo.

                                    Mauro Mellini

20.06.2017

Inaugurazione del partito giustizialpopulista

Mentre pare che, con l’inciucio sulla legge per manipolare le prossime elezioni, vengono fatti fuori una serie di partitini, il più grosso e grossolano dei partiti celebra una sorta di “sdoganamento” istituzionale ed, al contempo, la prima uscita della sua “naturale” alleanza con il partito dell’estremismo giudiziario, quello, per intenderci, del Duo Ingroia-Di Matteo, di rito antimafia e celebrativo, che già ne giorni scorsi, come avevano scritto in queste pagine, aveva offerto ai 5 Stelle l’“uscita dall’isolamento”, con la partecipazione alla sceneggiata per un nuovo diritto penale a base di repressione degli “indizi”, etc. etc.
Nientemeno che nell’”aula dei gruppi” a Montecitorio si è tenuto un convegno dal titolo “Questioni e visioni di giustizia - prospettiva di riforma”. Quale siano le riforme dei visionari Cinquestelle lo dice la presenza (e le benedizioni) del Duo palermitano Ingroia-Di Matteo (con il loro progetto di confisca dei beni degli “indiziati” di corruzione ed altri reati (e molto altro lavoro per dottoresse Saguto, preti Ciotti, casi “palazzo della legalità” etc. etc.). Ma presenti o dannunziamente “assenti ma presenti” altri magistrati “significativi”, come Cantone e qualcuno un po’ meno e, poi Marco Travaglio, che più significativo di così non potrebbe essere.
Da tempo andavamo denunziando la pantomima delle “cittadinanze onorarie a Di Matteo perché condannato a morte dalla mafia”, e della rete politico-giustizialista, che, con le iniziative tutte dei Grillini, si andava tenendo in giro per l’Italia. E’ noto (o quasi, perché potremmo scriverne di più) il defilarsi di tanti parlamentari (con l’eccezione del Sen. Luigi Campagna) di fronte al dovere, ad essi ricordato, di presentare interrogazioni parlamentari sugli abusi quanto meno disciplinari di quella pantomima. Oggi parecchi di quelli stanno per essere “sbarrati”, mentre uno dei partiti dell’inciucio stringe apertamente il suo bravo patto preelettorale con il “braccio armato giustizialista” dell’autoritarismo oramai non solo strisciante.
I signori sono serviti. Anzi si sono serviti da soli.

Mauro Mellini
01.06.2017

Video In Evidenza

newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

social

Giustizia Giusta utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.