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Politica interna

Partiti

PD: in mancanza di primogeniture litigano per le lenticchie

Prosegue la polemica tra le correnti del P.D.

Non so se parlare di “correnti” sia esatto, perché si ha piuttosto l’intenzione che tutto si svolga in acqua stagnante, in una palude malsana.

La polemica e le spinte e controspinte per o contro la scissione, del resto sembrano riguardare tutto fuorché ciò che una volta caratterizzava anche il loro interno, i partiti: una Destra, una Sinistra etc. etc.

L’impressione di chi guarda dal di fuori (ma c’è chi dice che dal di dentro ciò è ancora più evidente) è che si tratti e ci si accapigli per questioni molto particolari e “concrete”: tu mi vuoi fottere il seggio in Parlamento, io ti batto il consenso al premio di maggioranza di partito, tu mi dai qualche seggio in Direzione se no io me ne vado. E, magari anche per qualcosa di più concreto, per la “roba” del partito, delle federazioni e sezioni.

Credo che tutto ciò, che, in passato sarebbe stato sintomo e conseguenza di una disgregazione e di una “perdita della faccia” di fronte alla gente, agli elettori, sia, tutto sommato, meno disastroso per quello che è e sarà il P.D., unito o scisso che sia. E ciò perché oramai questa miseria di lotte e sgambetti non sorprende più nessuno: a forza di dare per scontato che i partiti sono degli aggregati di ladri e profittatori, la gente, magari, darà per scontato che, se in seno ad un partito si litiga, ciò avvenga per attribuirsi una fetta più consistente della refurtiva.

Ma proprio questo è il punto. Il Partito Democratico, beneficiario dell’assalto alla diligenza da parte del Partito dei Magistrati e dello sfascio del sistema D.C. prima, e, poi del Berlusconismo aspirante alla successione di quel sistema ed alla “gestione” dei famigerati “moderati”, è assurto ad aspirante “Partito della Nazione”, monocratico più che democratico, attribuendosi il compito di “diga” contro il “populismo” dello scempio grillino (così come una volta la D.C. visse e sopravvisse in funzione della sua funzione di “diga” contro il comunismo, finita come è finita!!).

Anche se il P.D. ha, di fatto, scelto di combattere il grillismo “tagliandogli l’erba sotto i piedi”, facendogli cioè la concorrenza nelle sue peggiori espressioni e tendenze e cavolate varie, ed, anzi proprio per questo, certe espressioni troppo evidenti di un certo modo di far politica corrispondenti al modello generalizzato e demonizzato dai Cinquestelluti, il P.D. deve stare molto attento a non lasciarlo trapelare.

Insomma, le conseguenze del triste spettacolo che dà il P.D. in questa fase critica della sua esistenza, alla resa dei conti del dopo referendum, è difficile prevedere quali siano nei riflessi tra la gente.

Scrivevamo l’altro giorno che il disegno renziano di un “Partito della Nazione” è tramontato e sepolto. E’ difficile capire cos’altro resta a questa coalizione delle forze antiliberali che si sono ritrovate in quella formazione politica.  Non ce ne importa più che tanto. Dovremo, invece, preoccuparci di più di quel che avviene o, piuttosto, non avviene, nel resto dell’orizzonte politico.

Staremo – starete – a vedere.

                                                                                      Mauro Mellini 

17.02.2017

Che succede nel PD?

Che succede? Succede nel P.D. quel che sempre si verifica quando si prende una brutta botta: si cerca di buttare la responsabilità sugli altri. E, poi, qualcuno vorrebbe rilanciare, qualcun altro ritiene che prima occorre leccarsi le ferite.
Ma quanto più i giornali, le televisioni, dimenticando quanta parte dei malanni di quella gente siano stati conseguenza del loro servilismo pressoché unanime, dedicano titoli cubitali ai dissensi ed alle polemiche che travagliano il partito di Renzi (ammesso che ancora si possa chiamare così), tanto più mi convinco che quel che accade nel P.D. è quello che dovrebbe accadere altrove, in un confronto risolvibile con una consultazione elettorale (con una legge appena decente, che non fosse fatta per l’occasione) tra diversi partiti.
Oggi la “resa dei conti” (che poi sarà fatta con un’aritmetica che manco in prima elementare), le polemiche, la rissa, avvampano nel P.D. perché altrove manca persino il più pacato confronto. La rissa, i coltelli sotto il tavolo in cui si giuoca la partita, sono tipici dei regimi autoritari. Nel P.D. c’è questo casino perché Renzi non era una “minaccia”, di deriva autoritaria. L’aveva già realizzata, “senza colpo ferire” (tranne che alla logica, al buon senso, alla democrazia, alla Costituzione). Aveva vinto trasformando il P.D. in un balordo “Partito della Nazione”, miraggio di tutti gli imbecilli e, purtroppo, di tutti i troppo intelligenti. Ha voluto stravincere, avere la “legittimazione” (per quanto manipolata e truccata) del voto popolare. Ha perso. Però non si trova chi ha vinto. La gente ha fatto a meno di etichette, di leader, di idee, di ideologie. Bella cosa. Cioè la migliore che potesse venir in essere con questa classe politica.
Se mi domandate, quindi, che succede nel P.D., alzo le spalle e poco me ne preoccupo.

Mi preoccupo che non succeda altrove, che un’altra occasione per la gente di dire chiaramente, saggiamente, quello che pensa è assai difficile che l’avremo e che l’avranno anche i meno decrepiti di me. Per molto tempo ancora. Oggi dovremo vedercela con le leggi elettorali fatte dalla Corte Costituzionale (in proprio e per conto terzi) combinate e concepite, come prima manche di ogni elezione, completate con pezze colorate, negoziate sul mercato del sottogoverno con le cosiddette forze politiche. C’è poco da “esprimersi”.
Ma facciano attenzione: a tutto c’è un limite.

Mauro Mellini
30.01.2017

Berlusconi: proporzionale senza preferenze

Che Berlusconi voglia che si voti con il sistema proporzionale è comprensibile, una volta che sembra normale che la legge elettorale ciascuno debba cercare di farsela aggiustare alla vigilia del voto secondo la propria convenienza del momento.
A favore della proporzionale c’è, in realtà, solo un argomento indiscutibile: che il peggio è venuto dopo la sua abolizione, dopo che aveva funzionato per più di quarant’anni.
Ma Berlusconi non vuole che gli elettori possano scegliere i candidati sulle liste a confronto da far eleggere. A scegliere tra i candidati quelli da eleggere dovrebbero essere (come lo sono stati in questi ultimi anni) i partiti che presentano le liste, stabilendo la “graduatoria”. Attribuiti “proporzionalmente” (rispetto alle altre) tre seggi ad una lista devono essere eletti il primo, il secondo, il terzo dei candidati nell’ordine in cui sono presentati nella lista stessa. Un sistema che esclude automaticamente gli ultimi e, stabilisce preventivamente chi deve essere eletto se la lista raggiungerà uno o più quozienti.
Che con tali sistemi si possa parlare di eletti e rappresentanti dal Popolo e del Popolo è un’evidente menzogna.
Sostenere, come ha sostenuto Berlusconi l’altro ieri, che questo sia il modo migliore per assicurare la rappresentanza popolare, più che una menzogna è una sfida arrogante alla ragionevolezza.
La storia degli anni successivi all’abolizione del sistema proporzionale (con l’abolizione pure delle preferenze) vale pure qualcosa. Il livello qualitativo dei Parlamentari è scaduto enormemente. La loro autorevolezza è scaduta ancora di più. Benché nominati dal partito o da chi ne faceva le veci, la tendenza a “trasmigrare”, a cambiar casacca ha toccato record impressionanti.


Berlusconi ripetendo la tesi fatta valere con quel mostro di sistema elettorale che è l’Italicum (ci si perdoni l’involontario insulto alla Nazione Italiana) afferma che per assicurare la genuinità della rappresentanza popolare, invece che alle preferenze si deve ricorrere a collegi assai piccoli “dove i candidati possono essere meglio conosciuti”. Così, dovendo votare un testadicazzo lo si può fare in piena coscienza!!
La solita solfa dell’interferenza del voto mafioso che sarebbe particolarmente pesante nel giuoco delle preferenze è un’altra bufala.
Anzitutto la mancanza del voto di preferenza rende meno evidente la responsabilità personale (ché personale è la responsabilità penale) di pasticci con gruppi malavitosi. Ci sarebbe poi da aggiungere che oggi il fenomeno di una mafia (e di una camorra) che disponga di una vasta clientela elettorale è assai diminuito e probabilmente sono certi eletti che sostengono e “scelgono” i mafiosi e non viceversa.
Ma la storia del voto di preferenza “mafioso” è in sé assurda e pericolosa. Se si deve abolire il voto di preferenza perché consente condizionamenti mafiosi, si dovrà arrivare ad abolire del tutto le elezioni perché i condizionamenti possono estendersi anche alla scelta tra le liste.
D’altra parte, se i “padroni delle liste” ritengono di poter garantire una scelta dei candidati da eleggere migliore di quella che farebbero gli elettori, potrebbero anche presentare agli elettori stessi liste di galantuomini dei quali non sia da temere che si avvalgano dell’aiuto della mafia per guadagnarsi le preferenze.
Intanto Berlusconi, mentre così platealmente diffida della capacità degli elettori che scelgano le liste da lui redatte, di scegliere anche i migliori candidati delle liste, sembra, poi voler fare di tutto per farci intendere che lui con Renzi finirà con intendersela.
Così, impediti di esprimere le preferenze tra i suoi candidati, dovremmo votare liste “a scatola chiusa” sia per quel che riguarda i parlamentari, sia per quanto riguarda il pericolo di trovarsi ad aver votato per i tirapiedi del Capataz che il 4 dicembre abbiamo così nettamente e sonoramente mandato a quel paese.
Berlusconi ritiene dunque che gli Italiani siano così decisamente autolesionisti?
Mauro Mellini
24.01.2017

Il "coso" di Parisi è Forza Italia?

Sarà perché sono diventato proprio vecchio, ma forse sarebbe stato lo stesso se avessi avuto cinquanta anni di meno. Questo “coso” di Parisi non l’ho capito. Ho tirato un sospiro di sollievo quando mi è sembrato di capire che, almeno, Parisi non è il Commissario confalonierconfindunstriale del Partito di Berlusconi e che, intanto ha dichiarato di essere per il NO al referendum.

Ma, sarà perché questa storia della “società civile” l’ho sempre ritenuta una baggianata quanto e più dei “moderati”, questo “missus dominicus” che è nominato per “rimettere a posto” e far ripartire Forza Italia, che non è (Dio ne guardi!) la badante aziendale di Berlusconi, che convoca la “grande assise” ma (glie lo ha detto Berlusconi) non ci vuole esponenti di Forza Italia (o, almeno, non vuole che siano troppo visibili) che non vuole riformare Forza Italia, ma vuole, comunque, fare un “coso” forte, bello e, soprattutto, nuovo, non è che me la conti proprio giusta. Leggo e rileggo quel tanto che dovrebbe esserci nella stampa “vicina” e non capisco (colpa mia, certo, ma…) Forza Italia ed il “coso” di Parisi sono due cose diverse?

Sembrerebbe proprio di sì. Che significa?

E’ difficile che lo sappia Parisi. Ed anche Berlusconi.

Ho militato nel Partito Radicale. Un bel giorno Pannella, incavolatissimo perché la stampa ci (e lo) ignorava, tirò fuori come un coniglio dal cilindro, la soluzione: “Sciogliamo il partito così non potranno fare a meno di scrivere e parlare di un fatto tanto inconsueto. E così imparano…”. Le cose sono andate come sono andate. Quando giornali, televisioni e padroni di giornali capirono finalmente che se non il partito come sigla, una posizione politica definibile partito, capace di dar fastidio non c’era più, non solo ne parlarono e parlarono di Pannella, ma ne dissero anche un gran bene.

Il metodo è, dunque, sopravvissuto a Pannella ed all’ectoplasma del Partito Radicale. Berlusconi pare che dica: Forza Italia va male? E’ ridotta al lumicino? Bene, facciamone due, così anche i magistrati che ci perseguita(va)no si confondono e non sapranno più che pesci pigliare. E “moderati” e “società civile” avremo da scegliere. Il metodo Pannella si è sviluppato.

Io fui cacciato dal partito perché mi opponevo al suo scioglimento. Speriamo che qualcuno non sia cacciato da Forza Italia perché non appezza il fatto che “raddoppia”.

Mauro Mellini

20.09.2016

Alfano e' l'amico del delfino?

Nei giorni scorsi un putiferio di “voci”, di sintesi e di dettagli di intercettazioni telefoniche, di accuse e di insinuazioni si è abbattuto su Angelino Alfano che, benché privato della qualifica di “vicepresidente del Consiglio”, continua ad essere la principale “stampella” (nota ed esibita) del governo Renzi.

Francamente quello che “è venuto fuori” (si fa per dire) sul Ministro dell’Interno, non è cosa, con i tempi che corrono, degna di gran rilievo.

Si tratta, intercettazioni a parte, di voci e notizie che da tempo corrono in Sicilia ed altrove. Che un Ministro dell’Interno e capo-partito (o, a dir meglio, partitino, gruppetto, conventicolo) non abbia e non coltivi, specie in Sicilia, rapporti clientelari, sarebbe affermazione più sospetta che poco attendibile.

Del resto anche le “voci” siciliane sul personaggio sono assai più variegate, pesanti e specifiche di quelle che hanno fatto scalpore sulla stampa nei giorni scorsi.

Ad onor del vero sono altre le cose che, con altra parvenza di fondatezza e di gravità, sono state dette e ripetute su Alfano in Sicilia e nella sua zona d’origine in particolare.

C’è, ad esempio tutta una azione “antimafia” svolta a sua iniziativa o, almeno, col suo autorevolissimo avallo, che è venuta a coincidere con la “svolta mafiosa” dell’antimafia imprenditoriale siciliana.

Lo scioglimento per “condizionamenti mafiosi” di qualche Comune, ha di fatto liquidato, ad esempio, il tentativo di fare progredire la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, con vantaggio e giubilo dei “munnizzari” sicindustriali, cioè di quell’organismo che della preoccupante “svolta” può considerarsi il simbolo.

C’è, dunque, clientelismo e clientelismo.

Quello di Alfano si direbbe essere di più alto livello e di più tranquillo esercizio.

Perché, dunque, la “tempesta” mediatica dei giorni scorsi su Angelino Alfano?

Alfano era considerato fino ad alcuni anni fa un probabile “delfino” di Berlusconi. Io stesso così lo definii in un articolo pubblicato su “L’Opinione” addirittura una quindicina di anni fa, aggiungendo: “Dio salvi l’Italia”.

Passato ad altra sponda, malgrado la posizione di tutto rilievo nel Governo, Angelino non può certo ipotizzarsi “delfino di Renzi”, e non solo per una quesitone di età. Ha tante probabilità di succedere al Boy-scout quante ne ho io di succedere a Papa Bergoglio.

Ma proprio i fatti dei giorni scorsi ci consentono di affermare che, anziché di “delfino”, sia destinato ad assumere e ne abbia, appunto, fatto l’esperienza, il ruolo di “amichetto del Delfino di Francia”.

Il figlio ed erede del Re di Francia, che della sacralità della maestà del padre era già partecipe, doveva pur essere educato ed istruito. Era allora considerato elemento necessario ed indispensabile di una buona educazione dei pargoli la somministrazione di una buona dose di busse. Ma sculacciare il futuro Re di Francia era una sorta di sacrilegio, di poco meno grave portata che l’offesa all’augusto genitore. Si rimediava mettendo accanto al Delfino (come veniva chiamato il principe ereditario) un altro ragazzino che come lui stringesse affettuosa amicizia, incaricato di ricevere le busse in suo luogo e vece quando il Delfino si fosse dimostrato un po’ discolo e poco assiduo nello studio.

Il presupposto di tale “delega” era che l’animo sensibile di Sua Altezza, soffrisse nel vedere l’amico ricevere l’alto onore di essere sculacciato in suo vece, traendone beneficio per la sua educazione. Più probabile era che ne ricavasse l’abitudine di aver sempre qualcuno su cui scaricare i propri errori e le proprie colpe. Privilegio dei Sovrani e dei potenti.

Oggi, dunque, si direbbe che Angelino Alfano è destinato a ricevere le sferza dei media che intendono imporre il “ravvedimento” o notificare qualche avvertimento all’augusta persona del Boy-Scout-Presidente per più versi e motivi intoccabile direttamente (almeno per ora).

Bel privilegio, mi direte. Ma ciascuno finisce per avere il ruolo che si merita.

Staremo a vedere.

Mauro Mellini

15.07.2016

Un neogarantismo poco convincente

Non c’è dubbio che da ultimo, a fronte di una riacutizzata propensione all’arroganza del Partito dei Magistrati nei confronti di tutta la classe politica, che significa anche e soprattutto arroganza nei confronti del “Partito della Nazione” e del Governo Renzi, si stia manifestando una certa reazione da quella parte politica.
Una reazione cui non eravamo più abituati, dato che, fin dal suo nascere il P.D. era allineato con i vincitori togati della guerra a Berlusconi ed al suo sistema politico. Inoltre Renzi sembrava impegnato soprattutto a “tagliare l’erba sotto i piedi” ai Grillini, espressione telematica-trinariciuta anche dell’oltranzismo giustizialista.
C’è dunque da domandarsi, senza correre a facili conclusioni, quale sia la reale portata di questo atteggiamento nuovo e, soprattutto, se esso rappresenti realmente una “svolta” (espressione abusata nelle discussioni politiche) o sia il riflesso automatico e, quindi, precario e velleitario delle batoste subite dal renzismo e dal suo sistema “etrusco” di cui la cronaca giudiziaria ci fornisce notizie ad un ritmo che sembra crescente.
Una risposta in ordine alla consistenza ed alla prevedibile durata o precarietà di questa contrapposizione può e deve essere data valutando soprattutto la natura delle contestazioni che i “politici” dell’area Renziana oggi fanno ai loro ex amici e “compagni di lotte” togati.
Dico subito che il fatto in sé del passato assai recente, in cui la “Sinistra” ha rappresentato, di fatto assai poco di più che la beneficiaria, il prodotto della lunga e variegata battaglia di una Magistratura complessivamente impegnata a demolire la divisione dei poteri ed a perseguire la demonizzazione prima del sistema politico della Prima Repubblica e poi di quello Berlusconiano, non è sufficiente a fornire argomenti determinanti per una risposta.
E’ certo, però, che se in astratto un complesso umano, un ambiente, una corporazione, può cambiare ruolo ed opinione politici e così può mutare l’atteggiamento che altri ambienti debbono assumere verso di essi, è pur vero che anni di “supplenza” politica della Magistratura, di “lotte” spavaldamente manifeste per ottenere risultati politici, con il ricorso al tecnicismo giuridico-istituzionale, per quanto distorto e strumentalizzato, ed anzi proprio perché tale, non passano senza cambiare non solo mentalità, rapporti sociali, propensioni politiche di fondo, ma anche quel complesso di condizioni, di strumenti e di funzioni che, di fatto, nel caso, la Magistratura è venuta “adattando” ed accumulando negli ultimi decenni.
Ora una reviviscenza di garantismo della cosiddetta Sinistra, che un certo ottimismo liberale aveva atteso così a lungo, non ha alcuna consistenza, alcun significato rilevante, alcuna prospettiva che non sia quella di un rapido spegnersi o di una banale ed occasionale strumentalizzazione se non investe non solo in superficie le questioni più appariscenti e discusse dalla gente, ma tutto il sistema che l’apparato ed il partito della giurisdizione hanno creato ed imposto allo Stato ed alla Società per poter esercitare il ruolo di cui si torna a sentire il peso intollerabile.
Ora leggere le espressioni del “neogarantismo” di un Renzi, di un Orlando (l’Orlando Penoso!), di un Alfano, di uno dei tanti del “sistema etrusco”, infastiditi o preoccupati dalla “mancanza di riguardo” della Magistratura (che, scopre ora Alfano, “deve combattere i crimini non i governi”!!) ci si accorge facilmente che da quella parte il livello ideologico, le conoscenze e le sensibilità per le questioni tecnico-giuridiche fondamentali poste in essere dalle esigenze di un ruolo politicizzato della Magistratura negli anni della loro quasi simbiosi, non è tale da dare consistenza e prospettiva di serietà e di successo nelle singole questioni e nel complessivo confronto con la Magistratura-partito.
Questa gente che oggi dovrebbe darci un ridimensionamento del ruolo politico-istituzionale dei magistrati non conosce, non capisce, non ha il senso dell’importanza di tutta una serie di fatti erosivi delle libere istituzioni, della divisione dei poteri e delle libertà dei cittadini con i quali, giorno dopo giorno la Magistratura, da una parte, si è trasformata in partito-istituzione, dall’altra ha messo partiti ed istituzioni dello Stato in condizione di non saper come reagire.
Solo qualcuno di questi “strumenti” di prevaricazione è noto a questa gente, senza, peraltro che ne abbia la capacità di valutarne il peso ed il valore come strumento politico. Il “concorso esterno in associazione mafiosa” è, oltre che “inventato”, reato “aperto”, una fattispecie in bianco” disponibile per ogni abuso, che Renzi non si sognerebbe di mettere in discussione. Ma non è, questa che una tra le tante. “L’abuso d’ufficio”, fatto consistere in ogni atto dell’Amministrazione illegittimo o semplicemente sospettabile di essere tale o, magari, inopportuno è un altro strumento di “polizia politica”. Potrei continuare per pagine e pagine.
Ma debbo dire che è nella concezione stessa del processo penale che i guasti “strutturali” arrecati alla Giustizia ed alle Libere istituzioni sono più complessi, evidenti e pericolosi. E meno avvertiti e discussi da gente come i Renziani.
Leggete le nuove “prese di posizione” dell’ex Boy-scout e dei suoi sulla giustizia: invano cercherete una presa di posizione sul problema del ruolo istituzionale complessivo della Magistratura, invano una parola di preoccupazione per l’enorme cumulo di poteri che essa, anche e soprattutto per l’incapacità della classe politica, si è accaparrato.
Ma ciò che oggi dobbiamo tenere ben presente è che la reviviscenza garantista del “Partito della Nazione” renziana non è solo una espressione di velleitaria ed inconcludente insofferenza per le “mancanze di riguardo”.
Sarà forse eccessiva ed un po’ maniacale la mia attenzione, la mia valutazione delle rilevanze del referendum di ottobre, ma non è certo eccessiva l’attenzione per la battaglia politica complessiva che, malgrado tutto, è nelle cose del Paese.
Renzi sa che il suo originario proposito di “tagliare l’erba sotto i piedi” ai Grillini oramai ha esaurito le sue possibilità di ulteriore realizzazione. Sa che andiamo alla conta. Sa, soprattutto, che nel Paese, tra la gente, magari in modo confuso ed a volte contraddittorio, nell’ambito del suo stesso partito e del suo elettorato, cresce l’insofferenza per questa politica delegata ai magistrati.
Visto che a Sinistra (si fa per dire) c’è poco più da raspollare, che l’oltranzismo giustizialista ha oramai altre espressioni politiche anche tra quelli che saranno, i suoi avversari al Referendum, cerca di rendersi “digeribile” con una, tutto sommato, assai poco impegnativa e costosa “fase garantista”, buona anche per le cose ed i guai di casa sua.
Non è per questo che non credo ad una possibile “conversione” garantista di Renzi. Ma è per questo che dico a me stesso e vorrei dire agli altri che non è su questi falsi e strumentali dilemmi di un garantismo d’occasione che si può rompere il fronte del NO al Referendum.
Un fronte che, piaccia o no, è ora si delinei e che si muova.

28.04.2016
Mauro Mellini

Salvini, la Lega, il Partito dei Magistrati

SalviniSe c’è una pretesa grottesca di assunzione arbitraria di identità politica altrui, è, a ben vedere, quella di Salvini e della Lega di farsi passare per un Le Pen, col suo Fronte Nazionale, in versione italiana.
Salvini e la Lega hanno con Le Pen in comune solo una sconfortante rozzezza, una non dissimulata inadeguatezza di fronte alle questioni nodali della nostra epoca. Per il resto la Lega è, resta e resterà un movimento velleitariamente antiunitario, in senso geografico oltre che politico.

Un’ostilità alla Nazione che non ha neppure le radici nelle realtà preunitarie, nelle diversità marcate, e non sempre prive di valori positivi, tra i territori dei diversi Stati, spazzati via dal fenomeno risorgimentale Bossi, (che di fronte a Salvini era un gigante della politica) ha dovuto inventarsi, per il suo separatismo, la “Padania”, un’entità senza storia e senza neppure utilità toponomastica.
Il separatismo (né Bossi né Salvini, e, credo, nessun altro di quella parte, hanno un’idea plausibile del federalismo) della Lega non ha radici nelle resistenze al processo di unificazione nazionale. Resistenze che, se vi furono, furono più meridionali che settentrionali. Tra i Mille di Garibaldi la maggioranza era di Lombardi, Bresciani, Bergamaschi. E, poi Veneti, Genovesi.
E se la storia non è “acqua passata”, il presente, l’Europa, esige la nostra unità Nazionale, sia per una partecipazione dignitosa e conveniente all’Unione Europea, sia per qualsiasi forma, ipotesi, velleità di euroscetticismo e di riserva e di resistenza di fronte alle non poche incongruenze dei poteri europei.
La Lega è stata la palla al piede di Berlusconi. Certo, di un Berlusconi che aveva un obiettivo unico: quello di governare e non quello di farsi profeta di una nuova era ed il fondatore di una autentica forza politica.
La caduta del primo governo Berlusconi, non si deve dimenticare, da chiunque (ma, ovviamente, come direbbe Alfredo Biondi, qualcuno è più chiunque degli altri) progettata, ordita, pianificata, fu provocata dalla stolta defezione della Lega.
Del resto la Lega si gloriava di un atteggiamento di oltranzismo nell’adesione alla “rivoluzione giudiziaria” di “Mani Pulite” ed al “manipulitismo” più becero e fazioso.
Berlusconi, scelta la strada della grande coalizione dei “moderati”, della “diga” contro il Comunismo, della acquiescenza al ruolo arranfato dalla magistratura, la strada di “anzitutto governare”, si dovette tenere quella palla al piede, ma ebbe almeno il merito di congelare per qualche tempo la “presa politica” della Lega, portandola al di sotto della soglia per fruire della quota proporzionale secondo il “Tatarellum”.
La Lega, dal canto suo, fruì di una sorta di “legittimazione” della sua, altrimenti, marcata tendenza all’eversione per la sua partecipazione ai governi Berlusconi.
A farle, poi, riprendere vigore ed a consentirle di erodere la forza del partito del suo benefattore ci pensò la Magistratura, il Partito dei Magistrati.
Si vuole oggi dimenticare che la Sinistra (si fa per dire) è al governo ed è in maggioranza, grazie al “lavoro” strategicamente organizzato delle Procure e di tutto il P.d.M.
Ma si è dimenticato ancor più facilmente che la “demonizzazione” di Berlusconi, l’indebolimento di ogni sua iniziativa politica, l’erosione del suo prestigio, perseguiti sfacciatamente dal Partito dei Magistrati ha alterato le proporzione dei voti e del peso politico in favore della Lega, che, dopo essersi giovata dei governi Berlusconi e della sua partecipazione ad essi, si è giovata ancor più della “deposizione” del Cavaliere e della fine dei suoi governi.
Oggi Salvini si propone di “sostituire” Berlusconi a capo di un Centrodestra che, a tal fine, si fa carico di sfasciare e che la sua presenza, le sue velleità di oltranzismo reazionario e la sua grossolanità di per sé stesse indeboliscono. Demolisce il Centrodestra per divenirne il capo.
Che si tratti di una stupida pretesa senza senso e senza prospettive, solo uno come Salvini può non capirlo. Ma uno come Salvini può anche non capire che la distruzione completa di un Centrodestra con prospettive di governo potrebbe essere ancor più deleteria per lui che per Berlusconi.
Non parlo delle velleità dei “Fratelli d’Italia”, della Meloni, che si affanna perché l’Italia, anziché “destarsi”, si addormenti nel Renzismo, sperando di ricavarne un qualche ruolo in un briciolo di opposizione che il “Partito della Nazione” lascerebbe, magari, ad una sigla politica insignificante che evochi l’Inno Nazionale. E’ la reiterazione dello sciocco tradimento di Fini, dal quale essa si era dissociata.
La conclusione non è che il Centrodestra deve rassegnarsi e cercare qualcuno che gli pratichi una pietosa eutanasia.
La conclusione è, invece, che si torni anche a Destra a fare politica, a ritrovare il culto dei propri ideali, a buttar via il sistema dei contorcimenti, del tirare a campare.
Certo “politica”, è essenzialmente il governare.
Ma le libere istituzioni, mentre devono essere difese da tutti, anche da quelli che (ancora) non governano, impongono che chi non ha il potere ed il consenso delle maggioranze non solo abbia il diritto, ma anche il dovere di cercare di ottenerli. Con un’opera che è ancor più delicata e nobile di quella di “stare”, comunque, al governo.
Questo è il ragionare da liberali.
Per me, per noi, per molti è semplicemente “ragionare”. Liberalismo e fede nella ragione segnarono l’epoca moderna.
Potranno segnare un nostro futuro.

16.03.2016 Mauro Mellini

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