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Politica interna

Partiti

SONO TUTTI “CINQUESTELLE”?

In questi giorni in cui, un po’ per passatempo, un po’ per abitudine, un po’ per insuperabili confini delle capacità di intendere anche ciò che è più facilmente intellegibile, tutta l’Italia sta a far finta d’avere il fiato sospeso in attesa del risultato di un risultato elettorale che bene o male essa ha espresso, si ripete ancora il fenomeno del rovesciamento dei ruoli e delle fasi che sembra essere divenuto la costante della “politica all’Italiana”.

Una politica, almeno a partire dal golpe di “Mani Pulite”, in cui un po’ tutti giuocano attribuendosi una parte, una etichetta qualsiasi, un po’ come avviene (o avveniva ai miei tempi) nei giuochi “di massa” dei bambini, che (cosa che varrebbe la pena di essere studiata per trarne chi sa quale spiegazione) nel loro linguaggio proiettavano in un passato immaginario la scelta della parte da attribuirsi. Dicevano: “io, noi “eravamo” gli indiani…voi eravate i cow boys”.

Indiani e cow boys con poco diversa disinvoltura e spiccata propensione per accaparrarsi la parte di quelli “che hanno da vincere”. Oggi si danno le targhe delle più strane e poche fantasiose parti del giuoco fin quasi alla vigilia delle votazioni. Dovrebbero dire: noi eravamo la Sinistra. Noi eravamo la Destra. Noi eravamo tutti uniti per il caffè…etc. etc.

Se fino al 1994 non era molto facile capire chi fossero i partiti in lizza basandosi su denominazioni vecchie di quasi un secolo, passate in eredità o per vendite all’asta a gente non sempre riconoscibile in quelli che quei nomi avevano inventato, da allora in poi i nomi dei partiti (si fa per dire) sono di pura fantasia, un po’ come quelli in codice delle operazioni militari di guerra.

Ma non basta. Se il periodo pre-elettorale è caratterizzato da una corsa a “nomi nuovi”, non solo di candidati, ma di formazioni da etichettare con fantasia e senza offrire troppo il fianco alla “cojonella”, a ben vedere il vero sforzo per dare un’identità ai partiti, che la legge elettorale non sempre è capace di imporre come vincente o perdente, lo si compie adesso, a voto espresso.

Dopo che la gente ha votato, in base a conoscenze approssimative ricavate dai media e dai più o meno assurdi capricci, incomincia una serrata e disinvolta operazione per spiegare a quelli che hanno votato che no, il loro voto non significava questo, ma quest’altro, che il partito tale non era poi così forcaiolo, ma aperto ad esperienze progressiste, che quelli che strillavano che avevano loro rotto i coglioni si riferivano ai coglioni altrui, che la vera “affinità” non c’è tra quelli che dicevano di essere alleati, ma tra quegli altri che se ne dicevano di tutti i colori.

Che questo sia il sistema in cui la “volontà popolare” si manifesta e si impone, con il crisma della sovranità che la Costituzione ci assicura spettare al popolo, è almeno risibile.

Si dirà che, dunque, è il caso di gettare alle ortiche tutto l’armamentario delle libere istituzioni e che le uniche persone serie sono i furbastri, i forcaioli che di quelle libere istituzioni hanno fatto strame per le loro orrende dittature, per il ritorno al governo “autoritario”, alle forche, ai regimi totalitari.

Nossignori. E’ esattamente il contrario. Sono i regimi autoritari che hanno bisogno degli inganni, delle falsificazioni di volontà popolari che ne sarebbero la legittimazione.

Le istituzioni libere hanno bisogno come dell’aria da respirare di chiarezza, di verità, di sprezzo delle macchinazioni retoriche.

Il nostro Paese, dopo essere stato oppresso dalla dittatura più retorica e bolsa, distruttrice della razionalità e del pensiero oltre che delle istituzioni liberali, nel ventennio fascista, ha, nella divisione del mondo della guerra fredda, costituito un grottesco condominio, in cui il confine tra EST ed OVEST non era quello geografico e spaziale, ma quello strano  e non meno ferreo della contrapposizione nel nostro territorio di un potere politico e di un sistema economico occidentale, “Atlantico”, democratico e di contro, di una egemonia culturale lasciata al Partito Comunista ed alla dipendenza dall’EST. Una egemonia appena temperata dalla commistione e dall’inciucio con la cultura antiliberale cattolica.

E’ finita anche questa forma di “cortina di ferro”, questa egemonia culturale che però ha lasciato detriti inquinati ed inquinanti, che sopravvivono alla condizione politica che li ha generati. La distruzione del pensiero liberale, dello spirito della democrazia è stata da noi indiscutibile ed ha costituito la piattaforma comune di un cattocomunismo di cui oggi si coglie il frutto velenoso.

Ci sarà da ripartire da capo per conquistarsi una nostra vera libertà.

Speriamo che ci riescono.

Mauro Mellini

20.03.2018

AL P.D. NON RESTA CHE DISTRUGGERE SE’ STESSO

Si è compiuto un ciclo della storia. Di quella del nostro Paese in particolare. La Sinistra, che da noi ha, specie nel dopoguerra, avuto come obiettivo quello di sbarrare la strada e di distruggere un partito socialista di solida matrice liberaldemocratica, rimanendo stalinista anche dopo che Stalin era stato dannato e dimenticato anche in Russia, l’ipotetico ed equivoco “comunismo all’italiana”, erede, del populismo forcaiolo, antirisorgimentale di Padre Bresciani, ha realizzato il suo disegno politico.

L’alleanza con i “cattolici”, che, poi, è stata sempre e solo alleanza antiliberale antisocialista, espressione di un becero populismo da far scuola a Grillo, ha vinto la sua secolare battaglia distruggitrice. Contro la civiltà liberale, lo Stato di diritto, la civiltà delle istituzioni.

Il Movimento Cinque Stelle è la sedimentazione di questo sottoprodotto, il liquame di una Sinistra senza socialismo e, soprattutto, senza libertà.

La demonizzazione del liberalismo ha dato i suoi frutti velenosi. Il cattolicesimo “di Sinistra” ha rivelato l’antica anima populista o forcaiola.

Le etichette, i camuffamenti, sono caduti, la vera essenza dell’opera di demolizione della cultura liberale durata decenni ha rivendicato la sua identità e la sua vera essenza. Il P.D. è morto, dopo aver impersonato malauguratamente la Sinistra, aver tentato, forse prematuramente, la strada del “Partito della Nazione”. E’ morto perché ha vinto la sua secolare battaglia. Ci ha fatto toccare il fondo. Non ha più alcun significato, alcuna ragione di essere.

Quel che ne resta, potrà continuare ad ingombrare il Parlamento, le Amministrazioni. Ma non potrà che rappresentare il mondo culturale e politico per il quale ha battagliato e starnazzato in questi ultimi decenni.

Ci lascia, con il nodo politico e con l’eredità legittima e testamentaria al Grillismo ed alla cultura dell’incultura, con una struttura del potere già deformata, una oligarchia egemone di funzionari e soprattutto di magistrati, con la loro visione komeinista (senza il Corano) della società e del potere, con la ridicola tifoseria dell’analfabetismo ed il suo populismo.

Siamo arrivati al fondo del barile.

La catastrofe politico-culturale del Paese è spaventosa.

Che volete che conti la formula di governo che dovrà coprire questa discarica di rifiuti tossici della società e della politica?

Berlusconi, durante la campagna elettorale in un momento di politico abbandono al sentito dire di alti principi, “promise” la “rivoluzione liberale”. Il Governo del Centrodestra avrebbe dato all’Italia la rivoluzione liberale!

Commovente. Ma la rivoluzione liberale, la rivolta liberale, per essere più chiari, non ce la darà nessuno, tanto meno un governo, quale che ne sia la formula. Se non ce la facciamo da noi.

La rivolta liberale è ciò che tutti quelli che non hanno perso l’uso e la fede nella ragione possono e debbono farla. La Rivoluzione, la rivolta non ce la dà nessuno. Possiamo solo avere il coraggio, intanto, di volerla fare.

Mauro Mellini

13.03.2018

MODERATI: NO, GRAZIE!

Ogni evento politico dovrebbe essere considerato anche per gli aspetti meno appariscenti e per i risvolti più complessi.

La sconfitta di Berlusconi dovrebbe porre fine ad un grosso equivoco che si andava trascinando da anni, sostituendo e coprendo l’essenza di quello che avrebbe dovuto essere la funzione, il ruolo della forza politica che il Cavaliere aveva, con un colpo di bacchetta magica, creato dal nulla nel 1994.

L’indiscutibile merito di Berlusconi fu quello di aver impedito che il golpe politico-giudiziario di “Mani Pulite”, che aveva travolto la Prima Repubblica, il sistema spartitorio dei partiti, la classe politica italiana (tranne una “proroga” per quella del P.C.I. e di una frazione apertamente catto-comunista) andasse completamente a segno, con la consegna del Paese ad un Partito Comunista, benché travolto dalla storia europea e mondiale con la fine dell’U.R.S.S.

Quel salvataggio, sicuramente meritevole e fortunato, oltre che conforme ad una logica degli eventi internazionali, per i quali l’insediamento di un governo del P.C.I. avrebbe rappresentato un non senso, avvenne secondo una linea politica semplice: bastò raccogliere i cocci, fare appello all’anima del Paese, che, malgrado il crollo di quella che per decenni si era imposta come “diga” all’avanzare del comunismo, non intendeva certamente sperimentare proprio allora il potere comunista.

Erano effettivamente i “moderati” quelli cui la repulsione della Sinistra non imponeva ulteriori scelte, quelli che avevano consumato la loro pazienza nei confronti della D.C., della sua inamovibilità, senza formulare proposte di rivolta o semplicemente di alternativa. E che risposero all’appello di Berlusconi.

C’era un’Italia “moderata”, che benchè non più convinta di doversi “turare il naso” per votare D.C. ed il relativo “sistema”, altro non aveva bisogno di esprimere.

Quella fase, del resto datata un quarto di secolo fa, è chiusa. La “moderazione” non ha più quello specifico significato politico. Il potere non è stato conquistato né dal P.C.I., né dai suoi eredi più o meno legittimi. Distrutta la Prima Repubblica ed il sistema politico che l’aveva retta dal 1948 del tutto sono rimasti i liquami, le immondizie (senza che nessuno ne tentasse, almeno, la “raccolta differenziata”).

Ma il dato più rilevante, con il quale oggi dovremmo fare i conti, è che il golpe, la prevaricazione e l’emergenza giudiziaria che avevano ottenuto la fulminea vittoria con “Mani Pulite” è proseguita. Intanto portando contro Berlusconi e Forza Italia, sordamente in continuazione, la violenza giudiziaria. E approfondendo nel tessuto dello Stato e della cosa pubblica i tentacoli di una sorda ma nemmeno tanto occulta invasione del potere giudiziario.

Il golpismo del manipulitismo è divenuto Partito dei Magistrati. Quella che era una bizzarra pretesa di una minoranza di essi di battere la “via giudiziaria al socialismo”, messo da parte il socialismo è divenuto Partito dei Magistrati, espressione politica dell’intera corporazione.

I liquami della rovina del sistema politico hanno fatto anch’essi la loro trasformazione. I sussulti dell’antipolitica che hanno caratterizzato quel po’ di opposizione al sistema della Prima Repubblica (soffocando, anch’essi, magari, ideali e prospettive politicamente consistenti) sono stati sostituiti da un torrente di melma, tifoseria sciagurata dello squadrismo giudiziario del P.d.M.

Che significato può avere in un tale contesto, il termine “moderati, moderazione”?

Berlusconi aveva promesso una “rivoluzione liberale” della sua coalizione vincente.

In realtà di una “rivoluzione liberale”, di un abbandono naturale e totale dell’identificazione nel “moderatismo”, era necessario per poter sperare di vincere, di impedire una seconda volta che il golpismo giudiziario, vada a segno.

Non credo che Berlusconi lo capirà. Né avrà più il tempo per comportarsi di conseguenza.

Chi vivrà vedrà.

Con la speranza che non arrivare a vedere sia il meglio.

Mauro Mellini

08.03.2018

I cretini diventano "ragionevoli"?

Cretini si nasce. Cinquestelle si diventa.
Si tratta però di vedere se chi è stato Cinquestelle, possa cessare di essere o anche di dichiararsi cretino.
Intanto tengo a precisare che se uso un termine così crudo non è per una mia tendenza ad estremizzare e ad aggredire chi non la pensa come me, ma piuttosto per un doveroso omaggio a Leonardo Sciascia, che su un tale termine e su una sua derivazione inusuale ha scritto cose di ineguagliabile valore.
Negli ultimi tempi, da quando cioè la campagna elettorale è uscita dalla fase meramente preparatoria, i Cinquestelle stanno facendo l’impossibile per darsi un nuovo volto, accreditare un diverso ruolo nella politica nazionale in caso di successo elettorale.
Accantonato, come sembra (chè questo significa il ruolo di “garanzia morale” che gli resterebbe) la leadership del trogloditico comico (che porta a casa un bel gruzzolo) e, a quel che sembra il suo ossessivo slogan, hanno fatto “aperture”, sia pure supponenti, a collaborazioni con altri partiti, cosa fino a qualche settimana fa consideravano un’eresia da purgarsi col fuoco del rogo.
Una prima interpetrazione del nuovo atteggiamento è quella che, oramai convinti di non avere più a Sinistra l’avversario da battere per il naufragio annunziato del P.D., essi non hanno più bisogno di presentarsi con quelle sembianze e quei programmi che ad essi sembrano rivoluzionari.
Come se a Sinistra ci fosse ancora qualcuno che crede alla rivoluzione.
Sanno che debbono vedersela con il Centrodestra, nella cui area culturale (si fa per dire) l’antipolitica ha sempre attecchito, ma assai di più è desiderato l’adattarsi, il compromesso, la “moderazione” (sempre riaffiorante nelle parole di Berlusconi).


Quali che potranno essere altre considerazioni, questa motivazione ha almeno una parte rilevante nella “svolta” cinquestelluta.
Più che quella che potrebbe passare per una resipiscenza, un primo passo per un ritorno alla ragione è da valutare la rapidità del cambiamento.
E’ bastato il “contrordine compagni” per cancellare l’articolo di fede nel dogma del rifiuto di ogni alleanza e così pure di quello della pratica “sospensione” da ogni incarico e funzione per i destinatari un qualsiasi avviso di garanzia.
Si tratta di riconoscimenti di cose di cui è difficile negare un minimo di ragionevolezza.
Si tratta però di vedere se sia ragionevole una così disinvolta e rapida conversione. E l’assenza di un qualsiasi dibattito tra gente che sembrava voler mandare al rogo chiunque osasse sostenere l’assurdità di quelle proposizioni che venivano esibite come prove della diversità” dagli altri, dai “politici”.
Certe conversioni ad opinioni in sé un pochino più ragionevoli fanno dubitare della ragionevolezza dei convertiti non meno che la loro pertinacia nel sostenere le opinioni dismesse.
In altre parole se Cinquestelle si diventa senza necessariamente essere cretini, l’abiura disinvolta di una o di tutte quelle poco brillanti Stelle, fa pensare all’appartenenza alla categoria alternativa. O, almeno alla precarietà di quei convincimenti e alla solita, buona dose di strumentalità e di senso furbetto della convenienza. Tutti aspetti tutt’altro che rari del carattere della gente non meno, anzi di più fastidiosi dell’esser cretini.

Mauro Mellini
25.01.2018

Cinquestelle: l'alleanza che svanisce

Nel gran vuoto della politica italiana ha fatto rumore la cosiddetta virata di bordo dei 5 Stelle con la disponibilità per possibili alleanze, così come la “flessibilità” annunciata sulla candidatura eventuale di “indagati”.
Che si tratti di un primo passo verso la ragionevolezza ed i necessari adattamenti alla realtà con la quale il Movimento deve pur fare i conti, è una interpetrazione, tutto sommato, ottimistica ed, al contempo di scontata ovvietà.
La ragionevolezza non si conquista con le dichiarazioni preelettorali ed il confronto degli isterismi dell’antipolitica con la realtà non è cosa che si ponga solo alla vigilia delle elezioni politiche.
C’è invece una questione più concreta e di grande rilevanza per il Partito di Grillo, una assai più specifica questione di un’alleanza che non si pone oggi, ma che è da tempo esistente e di importanza determinante per il ruolo ed il futuro dei grillini. E che, semmai, oggi svanisce o rischia di svanire.
E’ l’alleanza o, se vogliamo specificarne la natura, la “combine”, con il Partito dei Magistrati, che da almeno un anno a questa parte, benché mai esplicitamente ammessa, era la più rilevante e concreta prospettiva del partito di Grillo. E che oggi sembra dissolversi e svanire.
La vocazione per il ruolo di claque dello squadrismo giudiziario della fazione “tutto e subito” del partito delle toghe è fortemente radicato nella natura e nella struttura mentale del Movimento Cinquestelle. Ma gli appelli di un Ingroia all’uscire dall’isolamento per marciare con l’estremismo giudiziario era e rimane qualcosa di più e di diverso. Era la prospettiva di una grossa formazione in cui le schiere grilline sarebbero state guidate da i vari sciacalli togati dell’antimafia e del forcaiolismo, che hanno avuto un momento di pressante popolarità, oggi sembra si siano sgretolate.


Se tra i Di Matteo ed i paladini dell’antipolitica e dello sterminio giudiziario dei “politici”, i Cinquestelluti che hanno tessuto la pagliacciata delle “Cittadinanze Onorarie delle cento città”, tra i seguaci del Comico di quart’ordine e i teorici di una giustizia di lotta, di una rancorosa concezione di uno “Stato della giurisdizione” in luogo dello Stato di diritto sono stati tessuti progetti di conquista del potere con una sorta di “marcia giudiziaria su Roma”, quel progetto è, almeno nella sua espressione elettorale ed immediata, venuto meno, senza che siano scomparse e troppo attenuate le efferatezze e le distorsioni mentali su cui esso si fondava.
Per questo Di Maio proclama la disponibilità ad altre intese, altre alleanze. Perché di sostituzione si tratta, non di “scoperta” che le alleanze sono necessarie.
Non credo che l’“apertura” grillina troverà, prima del voto, qualche segno di risposta positiva, se non, magari, come minaccia, prospettiva strumentale ricattatoria nelle diatribe all’interno di altre coalizioni.
Ma il problema non è elettorale o solo elettorale. Sin dal primo apparire del fenomeno politico del Comico del turpiloquio, ho scritto (veda, chi lo vuole, le ultime pagine di “Gli arrabbiati d’Italia”) che il vero problema, il vero pericolo, era ed è il populismo, l’”antipolitica”, il fanatismo per la palingenesi di un fantastico repulisti giudiziario che sono fuori dal Movimento del Comico, magari in quella forza, in quegli ambienti che si propongono come suoi antagonisti.
In altre parole e con significato non troppo diverso, il problema è il Partito dei Magistrati, l’Antimafia che si sostituisce allo Stato di diritto, l’abbandono e la banalizzazione dei valori etico-politici d libertà e di autentica democrazia.
La “rinascita” del Centrodestra che sembra caratterizzare queste giornate preelettorali non avviene con quella ferma denunzia del complotto sinistro-giudiziario che disarcionò il Cavaliere.

Il quale continua a fare appello ai moderati e, cerca di fare dimenticare le sue disavventure giudiziarie invece di denunziarne il carattere complottista ed eversivo, e sembra, inoltre voler garantire “moderazione” al Partito dei Magistrati anziché voler imporre moderazione ed abbandono di ogni squadrismo giudiziario.
Musumeci che dichiara di pensarla all’opposto di Sgarbi sulle pagliacciate dell’apoteosi di un Di Matteo, è un marchio di inconcludenza che pesa su ogni progetto politico del Centrodestra.
Detto questo, aggiungere che nulla di veramente buono e tranquillizzante potrà uscire da queste elezioni è persino inutile.
La politica non si fa solo con le elezioni.
Il pensiero politico, se è veramente pensiero e veramente politico, va oltre e non è lecito dimenticarlo. Non lo dimenticheremo.

Mauro Mellini
03.01.2018

Rappresentanza della nazione, addio!

Il Parlamento in corso di fabbrica, tra emendamenti con le previsioni di voto degli ultimi sondaggi alla mano, “esclusioni” ed “inclusioni” calcolate con lo stesso metodo, date del voto già fissate e spostate secondo gli andazzi delle previsioni di mobilità dei voti e soprattutto, le “nomine” dei candidati da parte di partiti inesistenti e, in effetti, di eletti da parte di leaders di ectoplasmi di partiti, sarà, alla faccia, della sentenza della Corte Costituzionale che ci ha lasciato senza una legge elettorale tra l’altro perché quella allora esistente, il “porcellum”, sottraeva agli elettori la scelta delle persone degli eletti, sarà una caricatura così sbracata della “rappresentanza della Nazione” da farla risultare inconcepibile e balorda persino, appunto, come caricatura.

Ricordo che, studente di giurisprudenza a Roma nel 1946, riuscii ad ottenere, con un complicato “giro di amicizie”, un biglietto di accesso alle tribune dell’Aula di Montecitorio, dove allora funzionava la “Consulta Nazionale”, una sorta di prova del ritorno al sistema parlamentare, assemblea costituita da rappresentati di partiti, sindacati, associazioni, ex detenuti politici ed ex parlamentari prefascisti nominati dal Governo. Le elezioni per la Costituente si sarebbero tenute a giugno. Si era alla fine dell’inverno e a quella di un oscuro periodo in cui la libertà civile ed il potere della “rappresentanza nazionale” era stato soppresso e sbeffeggiato. Si guardava ad un futuro che ci consentisse di dimenticare quella e molte altre sciagure. Vedere quell’Aula, tempio, così mi apparve, delle libertà e della sovranità popolare, profanata per un ventennio da una dittatura al contempo feroce e carnevalesca, di cui Mussolini aveva fatto peggio che il “bivacco per le sue camicie nere” mi fece sentire una profonda commozione. Quando vi tornai da Deputato trent’anni dopo non fui altrettanto commosso. Quei signori che, radi ed un po’ impacciati discutevano di cose che mi apparvero anch’esse una simulazione di ciò che si sarebbe dovuto discutere in un futuro oramai imminente, mi parvero un po’ fuor di luogo. Appunto perché erano lì nominati da un Governo e non dal Popolo, per esercitarsi ad una funzione che molti di loro non avrebbe mai avuto.

Oggi, proclamata la Repubblica e stabilita la Costituzione (sfuggita, or’è poco, per volontà del Popolo ad una banalizzante e blasfema manomissione) in quell’Aula si discute una nuova soppressione della rappresentanza popolare ed il ritorno in essa di signore e signori “nominati” neppure da un Governo, bene o male espressione, allora, di un Comitato di Liberazione Nazionale in un momento rivoluzionario e drammatico della nostra storia, ma da altri signori che la sorte e gli intrallazzi hanno posto alla testa di caricature di partiti.

Berlusconi che, almeno, un leader politico lo è stato e che oggi sembra voler assumere il ruolo del “nonno garibaldino” che, una volta, nelle occasioni delle feste nazionali si metteva la camicia rossa, ha dichiarato, ed i suoi giornali ne hanno titolato “pezzi” apologetici: “I candidati li scelgo io”. Con queste leggi è come dire: i Deputati ed i Senatori li nomino io.

Gli altri non sono da meno.

Se ripenso alla mia commozione di quel giorno di fine inverno 1946, compiango me stesso.

E’ difficile sopravvivere. E assai di più trovare ragione per farlo.

                              Mauro Mellini

07.06.2017

PD: in mancanza di primogeniture litigano per le lenticchie

Prosegue la polemica tra le correnti del P.D.

Non so se parlare di “correnti” sia esatto, perché si ha piuttosto l’intenzione che tutto si svolga in acqua stagnante, in una palude malsana.

La polemica e le spinte e controspinte per o contro la scissione, del resto sembrano riguardare tutto fuorché ciò che una volta caratterizzava anche il loro interno, i partiti: una Destra, una Sinistra etc. etc.

L’impressione di chi guarda dal di fuori (ma c’è chi dice che dal di dentro ciò è ancora più evidente) è che si tratti e ci si accapigli per questioni molto particolari e “concrete”: tu mi vuoi fottere il seggio in Parlamento, io ti batto il consenso al premio di maggioranza di partito, tu mi dai qualche seggio in Direzione se no io me ne vado. E, magari anche per qualcosa di più concreto, per la “roba” del partito, delle federazioni e sezioni.

Credo che tutto ciò, che, in passato sarebbe stato sintomo e conseguenza di una disgregazione e di una “perdita della faccia” di fronte alla gente, agli elettori, sia, tutto sommato, meno disastroso per quello che è e sarà il P.D., unito o scisso che sia. E ciò perché oramai questa miseria di lotte e sgambetti non sorprende più nessuno: a forza di dare per scontato che i partiti sono degli aggregati di ladri e profittatori, la gente, magari, darà per scontato che, se in seno ad un partito si litiga, ciò avvenga per attribuirsi una fetta più consistente della refurtiva.

Ma proprio questo è il punto. Il Partito Democratico, beneficiario dell’assalto alla diligenza da parte del Partito dei Magistrati e dello sfascio del sistema D.C. prima, e, poi del Berlusconismo aspirante alla successione di quel sistema ed alla “gestione” dei famigerati “moderati”, è assurto ad aspirante “Partito della Nazione”, monocratico più che democratico, attribuendosi il compito di “diga” contro il “populismo” dello scempio grillino (così come una volta la D.C. visse e sopravvisse in funzione della sua funzione di “diga” contro il comunismo, finita come è finita!!).

Anche se il P.D. ha, di fatto, scelto di combattere il grillismo “tagliandogli l’erba sotto i piedi”, facendogli cioè la concorrenza nelle sue peggiori espressioni e tendenze e cavolate varie, ed, anzi proprio per questo, certe espressioni troppo evidenti di un certo modo di far politica corrispondenti al modello generalizzato e demonizzato dai Cinquestelluti, il P.D. deve stare molto attento a non lasciarlo trapelare.

Insomma, le conseguenze del triste spettacolo che dà il P.D. in questa fase critica della sua esistenza, alla resa dei conti del dopo referendum, è difficile prevedere quali siano nei riflessi tra la gente.

Scrivevamo l’altro giorno che il disegno renziano di un “Partito della Nazione” è tramontato e sepolto. E’ difficile capire cos’altro resta a questa coalizione delle forze antiliberali che si sono ritrovate in quella formazione politica.  Non ce ne importa più che tanto. Dovremo, invece, preoccuparci di più di quel che avviene o, piuttosto, non avviene, nel resto dell’orizzonte politico.

Staremo – starete – a vedere.

                                                                                      Mauro Mellini 

17.02.2017

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