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Politica interna

Partiti

I cretini diventano "ragionevoli"?

Cretini si nasce. Cinquestelle si diventa.
Si tratta però di vedere se chi è stato Cinquestelle, possa cessare di essere o anche di dichiararsi cretino.
Intanto tengo a precisare che se uso un termine così crudo non è per una mia tendenza ad estremizzare e ad aggredire chi non la pensa come me, ma piuttosto per un doveroso omaggio a Leonardo Sciascia, che su un tale termine e su una sua derivazione inusuale ha scritto cose di ineguagliabile valore.
Negli ultimi tempi, da quando cioè la campagna elettorale è uscita dalla fase meramente preparatoria, i Cinquestelle stanno facendo l’impossibile per darsi un nuovo volto, accreditare un diverso ruolo nella politica nazionale in caso di successo elettorale.
Accantonato, come sembra (chè questo significa il ruolo di “garanzia morale” che gli resterebbe) la leadership del trogloditico comico (che porta a casa un bel gruzzolo) e, a quel che sembra il suo ossessivo slogan, hanno fatto “aperture”, sia pure supponenti, a collaborazioni con altri partiti, cosa fino a qualche settimana fa consideravano un’eresia da purgarsi col fuoco del rogo.
Una prima interpetrazione del nuovo atteggiamento è quella che, oramai convinti di non avere più a Sinistra l’avversario da battere per il naufragio annunziato del P.D., essi non hanno più bisogno di presentarsi con quelle sembianze e quei programmi che ad essi sembrano rivoluzionari.
Come se a Sinistra ci fosse ancora qualcuno che crede alla rivoluzione.
Sanno che debbono vedersela con il Centrodestra, nella cui area culturale (si fa per dire) l’antipolitica ha sempre attecchito, ma assai di più è desiderato l’adattarsi, il compromesso, la “moderazione” (sempre riaffiorante nelle parole di Berlusconi).


Quali che potranno essere altre considerazioni, questa motivazione ha almeno una parte rilevante nella “svolta” cinquestelluta.
Più che quella che potrebbe passare per una resipiscenza, un primo passo per un ritorno alla ragione è da valutare la rapidità del cambiamento.
E’ bastato il “contrordine compagni” per cancellare l’articolo di fede nel dogma del rifiuto di ogni alleanza e così pure di quello della pratica “sospensione” da ogni incarico e funzione per i destinatari un qualsiasi avviso di garanzia.
Si tratta di riconoscimenti di cose di cui è difficile negare un minimo di ragionevolezza.
Si tratta però di vedere se sia ragionevole una così disinvolta e rapida conversione. E l’assenza di un qualsiasi dibattito tra gente che sembrava voler mandare al rogo chiunque osasse sostenere l’assurdità di quelle proposizioni che venivano esibite come prove della diversità” dagli altri, dai “politici”.
Certe conversioni ad opinioni in sé un pochino più ragionevoli fanno dubitare della ragionevolezza dei convertiti non meno che la loro pertinacia nel sostenere le opinioni dismesse.
In altre parole se Cinquestelle si diventa senza necessariamente essere cretini, l’abiura disinvolta di una o di tutte quelle poco brillanti Stelle, fa pensare all’appartenenza alla categoria alternativa. O, almeno alla precarietà di quei convincimenti e alla solita, buona dose di strumentalità e di senso furbetto della convenienza. Tutti aspetti tutt’altro che rari del carattere della gente non meno, anzi di più fastidiosi dell’esser cretini.

Mauro Mellini
25.01.2018

Cinquestelle: l'alleanza che svanisce

Nel gran vuoto della politica italiana ha fatto rumore la cosiddetta virata di bordo dei 5 Stelle con la disponibilità per possibili alleanze, così come la “flessibilità” annunciata sulla candidatura eventuale di “indagati”.
Che si tratti di un primo passo verso la ragionevolezza ed i necessari adattamenti alla realtà con la quale il Movimento deve pur fare i conti, è una interpetrazione, tutto sommato, ottimistica ed, al contempo di scontata ovvietà.
La ragionevolezza non si conquista con le dichiarazioni preelettorali ed il confronto degli isterismi dell’antipolitica con la realtà non è cosa che si ponga solo alla vigilia delle elezioni politiche.
C’è invece una questione più concreta e di grande rilevanza per il Partito di Grillo, una assai più specifica questione di un’alleanza che non si pone oggi, ma che è da tempo esistente e di importanza determinante per il ruolo ed il futuro dei grillini. E che, semmai, oggi svanisce o rischia di svanire.
E’ l’alleanza o, se vogliamo specificarne la natura, la “combine”, con il Partito dei Magistrati, che da almeno un anno a questa parte, benché mai esplicitamente ammessa, era la più rilevante e concreta prospettiva del partito di Grillo. E che oggi sembra dissolversi e svanire.
La vocazione per il ruolo di claque dello squadrismo giudiziario della fazione “tutto e subito” del partito delle toghe è fortemente radicato nella natura e nella struttura mentale del Movimento Cinquestelle. Ma gli appelli di un Ingroia all’uscire dall’isolamento per marciare con l’estremismo giudiziario era e rimane qualcosa di più e di diverso. Era la prospettiva di una grossa formazione in cui le schiere grilline sarebbero state guidate da i vari sciacalli togati dell’antimafia e del forcaiolismo, che hanno avuto un momento di pressante popolarità, oggi sembra si siano sgretolate.


Se tra i Di Matteo ed i paladini dell’antipolitica e dello sterminio giudiziario dei “politici”, i Cinquestelluti che hanno tessuto la pagliacciata delle “Cittadinanze Onorarie delle cento città”, tra i seguaci del Comico di quart’ordine e i teorici di una giustizia di lotta, di una rancorosa concezione di uno “Stato della giurisdizione” in luogo dello Stato di diritto sono stati tessuti progetti di conquista del potere con una sorta di “marcia giudiziaria su Roma”, quel progetto è, almeno nella sua espressione elettorale ed immediata, venuto meno, senza che siano scomparse e troppo attenuate le efferatezze e le distorsioni mentali su cui esso si fondava.
Per questo Di Maio proclama la disponibilità ad altre intese, altre alleanze. Perché di sostituzione si tratta, non di “scoperta” che le alleanze sono necessarie.
Non credo che l’“apertura” grillina troverà, prima del voto, qualche segno di risposta positiva, se non, magari, come minaccia, prospettiva strumentale ricattatoria nelle diatribe all’interno di altre coalizioni.
Ma il problema non è elettorale o solo elettorale. Sin dal primo apparire del fenomeno politico del Comico del turpiloquio, ho scritto (veda, chi lo vuole, le ultime pagine di “Gli arrabbiati d’Italia”) che il vero problema, il vero pericolo, era ed è il populismo, l’”antipolitica”, il fanatismo per la palingenesi di un fantastico repulisti giudiziario che sono fuori dal Movimento del Comico, magari in quella forza, in quegli ambienti che si propongono come suoi antagonisti.
In altre parole e con significato non troppo diverso, il problema è il Partito dei Magistrati, l’Antimafia che si sostituisce allo Stato di diritto, l’abbandono e la banalizzazione dei valori etico-politici d libertà e di autentica democrazia.
La “rinascita” del Centrodestra che sembra caratterizzare queste giornate preelettorali non avviene con quella ferma denunzia del complotto sinistro-giudiziario che disarcionò il Cavaliere.

Il quale continua a fare appello ai moderati e, cerca di fare dimenticare le sue disavventure giudiziarie invece di denunziarne il carattere complottista ed eversivo, e sembra, inoltre voler garantire “moderazione” al Partito dei Magistrati anziché voler imporre moderazione ed abbandono di ogni squadrismo giudiziario.
Musumeci che dichiara di pensarla all’opposto di Sgarbi sulle pagliacciate dell’apoteosi di un Di Matteo, è un marchio di inconcludenza che pesa su ogni progetto politico del Centrodestra.
Detto questo, aggiungere che nulla di veramente buono e tranquillizzante potrà uscire da queste elezioni è persino inutile.
La politica non si fa solo con le elezioni.
Il pensiero politico, se è veramente pensiero e veramente politico, va oltre e non è lecito dimenticarlo. Non lo dimenticheremo.

Mauro Mellini
03.01.2018

Rappresentanza della nazione, addio!

Il Parlamento in corso di fabbrica, tra emendamenti con le previsioni di voto degli ultimi sondaggi alla mano, “esclusioni” ed “inclusioni” calcolate con lo stesso metodo, date del voto già fissate e spostate secondo gli andazzi delle previsioni di mobilità dei voti e soprattutto, le “nomine” dei candidati da parte di partiti inesistenti e, in effetti, di eletti da parte di leaders di ectoplasmi di partiti, sarà, alla faccia, della sentenza della Corte Costituzionale che ci ha lasciato senza una legge elettorale tra l’altro perché quella allora esistente, il “porcellum”, sottraeva agli elettori la scelta delle persone degli eletti, sarà una caricatura così sbracata della “rappresentanza della Nazione” da farla risultare inconcepibile e balorda persino, appunto, come caricatura.

Ricordo che, studente di giurisprudenza a Roma nel 1946, riuscii ad ottenere, con un complicato “giro di amicizie”, un biglietto di accesso alle tribune dell’Aula di Montecitorio, dove allora funzionava la “Consulta Nazionale”, una sorta di prova del ritorno al sistema parlamentare, assemblea costituita da rappresentati di partiti, sindacati, associazioni, ex detenuti politici ed ex parlamentari prefascisti nominati dal Governo. Le elezioni per la Costituente si sarebbero tenute a giugno. Si era alla fine dell’inverno e a quella di un oscuro periodo in cui la libertà civile ed il potere della “rappresentanza nazionale” era stato soppresso e sbeffeggiato. Si guardava ad un futuro che ci consentisse di dimenticare quella e molte altre sciagure. Vedere quell’Aula, tempio, così mi apparve, delle libertà e della sovranità popolare, profanata per un ventennio da una dittatura al contempo feroce e carnevalesca, di cui Mussolini aveva fatto peggio che il “bivacco per le sue camicie nere” mi fece sentire una profonda commozione. Quando vi tornai da Deputato trent’anni dopo non fui altrettanto commosso. Quei signori che, radi ed un po’ impacciati discutevano di cose che mi apparvero anch’esse una simulazione di ciò che si sarebbe dovuto discutere in un futuro oramai imminente, mi parvero un po’ fuor di luogo. Appunto perché erano lì nominati da un Governo e non dal Popolo, per esercitarsi ad una funzione che molti di loro non avrebbe mai avuto.

Oggi, proclamata la Repubblica e stabilita la Costituzione (sfuggita, or’è poco, per volontà del Popolo ad una banalizzante e blasfema manomissione) in quell’Aula si discute una nuova soppressione della rappresentanza popolare ed il ritorno in essa di signore e signori “nominati” neppure da un Governo, bene o male espressione, allora, di un Comitato di Liberazione Nazionale in un momento rivoluzionario e drammatico della nostra storia, ma da altri signori che la sorte e gli intrallazzi hanno posto alla testa di caricature di partiti.

Berlusconi che, almeno, un leader politico lo è stato e che oggi sembra voler assumere il ruolo del “nonno garibaldino” che, una volta, nelle occasioni delle feste nazionali si metteva la camicia rossa, ha dichiarato, ed i suoi giornali ne hanno titolato “pezzi” apologetici: “I candidati li scelgo io”. Con queste leggi è come dire: i Deputati ed i Senatori li nomino io.

Gli altri non sono da meno.

Se ripenso alla mia commozione di quel giorno di fine inverno 1946, compiango me stesso.

E’ difficile sopravvivere. E assai di più trovare ragione per farlo.

                              Mauro Mellini

07.06.2017

PD: in mancanza di primogeniture litigano per le lenticchie

Prosegue la polemica tra le correnti del P.D.

Non so se parlare di “correnti” sia esatto, perché si ha piuttosto l’intenzione che tutto si svolga in acqua stagnante, in una palude malsana.

La polemica e le spinte e controspinte per o contro la scissione, del resto sembrano riguardare tutto fuorché ciò che una volta caratterizzava anche il loro interno, i partiti: una Destra, una Sinistra etc. etc.

L’impressione di chi guarda dal di fuori (ma c’è chi dice che dal di dentro ciò è ancora più evidente) è che si tratti e ci si accapigli per questioni molto particolari e “concrete”: tu mi vuoi fottere il seggio in Parlamento, io ti batto il consenso al premio di maggioranza di partito, tu mi dai qualche seggio in Direzione se no io me ne vado. E, magari anche per qualcosa di più concreto, per la “roba” del partito, delle federazioni e sezioni.

Credo che tutto ciò, che, in passato sarebbe stato sintomo e conseguenza di una disgregazione e di una “perdita della faccia” di fronte alla gente, agli elettori, sia, tutto sommato, meno disastroso per quello che è e sarà il P.D., unito o scisso che sia. E ciò perché oramai questa miseria di lotte e sgambetti non sorprende più nessuno: a forza di dare per scontato che i partiti sono degli aggregati di ladri e profittatori, la gente, magari, darà per scontato che, se in seno ad un partito si litiga, ciò avvenga per attribuirsi una fetta più consistente della refurtiva.

Ma proprio questo è il punto. Il Partito Democratico, beneficiario dell’assalto alla diligenza da parte del Partito dei Magistrati e dello sfascio del sistema D.C. prima, e, poi del Berlusconismo aspirante alla successione di quel sistema ed alla “gestione” dei famigerati “moderati”, è assurto ad aspirante “Partito della Nazione”, monocratico più che democratico, attribuendosi il compito di “diga” contro il “populismo” dello scempio grillino (così come una volta la D.C. visse e sopravvisse in funzione della sua funzione di “diga” contro il comunismo, finita come è finita!!).

Anche se il P.D. ha, di fatto, scelto di combattere il grillismo “tagliandogli l’erba sotto i piedi”, facendogli cioè la concorrenza nelle sue peggiori espressioni e tendenze e cavolate varie, ed, anzi proprio per questo, certe espressioni troppo evidenti di un certo modo di far politica corrispondenti al modello generalizzato e demonizzato dai Cinquestelluti, il P.D. deve stare molto attento a non lasciarlo trapelare.

Insomma, le conseguenze del triste spettacolo che dà il P.D. in questa fase critica della sua esistenza, alla resa dei conti del dopo referendum, è difficile prevedere quali siano nei riflessi tra la gente.

Scrivevamo l’altro giorno che il disegno renziano di un “Partito della Nazione” è tramontato e sepolto. E’ difficile capire cos’altro resta a questa coalizione delle forze antiliberali che si sono ritrovate in quella formazione politica.  Non ce ne importa più che tanto. Dovremo, invece, preoccuparci di più di quel che avviene o, piuttosto, non avviene, nel resto dell’orizzonte politico.

Staremo – starete – a vedere.

                                                                                      Mauro Mellini 

17.02.2017

Che succede nel PD?

Che succede? Succede nel P.D. quel che sempre si verifica quando si prende una brutta botta: si cerca di buttare la responsabilità sugli altri. E, poi, qualcuno vorrebbe rilanciare, qualcun altro ritiene che prima occorre leccarsi le ferite.
Ma quanto più i giornali, le televisioni, dimenticando quanta parte dei malanni di quella gente siano stati conseguenza del loro servilismo pressoché unanime, dedicano titoli cubitali ai dissensi ed alle polemiche che travagliano il partito di Renzi (ammesso che ancora si possa chiamare così), tanto più mi convinco che quel che accade nel P.D. è quello che dovrebbe accadere altrove, in un confronto risolvibile con una consultazione elettorale (con una legge appena decente, che non fosse fatta per l’occasione) tra diversi partiti.
Oggi la “resa dei conti” (che poi sarà fatta con un’aritmetica che manco in prima elementare), le polemiche, la rissa, avvampano nel P.D. perché altrove manca persino il più pacato confronto. La rissa, i coltelli sotto il tavolo in cui si giuoca la partita, sono tipici dei regimi autoritari. Nel P.D. c’è questo casino perché Renzi non era una “minaccia”, di deriva autoritaria. L’aveva già realizzata, “senza colpo ferire” (tranne che alla logica, al buon senso, alla democrazia, alla Costituzione). Aveva vinto trasformando il P.D. in un balordo “Partito della Nazione”, miraggio di tutti gli imbecilli e, purtroppo, di tutti i troppo intelligenti. Ha voluto stravincere, avere la “legittimazione” (per quanto manipolata e truccata) del voto popolare. Ha perso. Però non si trova chi ha vinto. La gente ha fatto a meno di etichette, di leader, di idee, di ideologie. Bella cosa. Cioè la migliore che potesse venir in essere con questa classe politica.
Se mi domandate, quindi, che succede nel P.D., alzo le spalle e poco me ne preoccupo.

Mi preoccupo che non succeda altrove, che un’altra occasione per la gente di dire chiaramente, saggiamente, quello che pensa è assai difficile che l’avremo e che l’avranno anche i meno decrepiti di me. Per molto tempo ancora. Oggi dovremo vedercela con le leggi elettorali fatte dalla Corte Costituzionale (in proprio e per conto terzi) combinate e concepite, come prima manche di ogni elezione, completate con pezze colorate, negoziate sul mercato del sottogoverno con le cosiddette forze politiche. C’è poco da “esprimersi”.
Ma facciano attenzione: a tutto c’è un limite.

Mauro Mellini
30.01.2017

Berlusconi: proporzionale senza preferenze

Che Berlusconi voglia che si voti con il sistema proporzionale è comprensibile, una volta che sembra normale che la legge elettorale ciascuno debba cercare di farsela aggiustare alla vigilia del voto secondo la propria convenienza del momento.
A favore della proporzionale c’è, in realtà, solo un argomento indiscutibile: che il peggio è venuto dopo la sua abolizione, dopo che aveva funzionato per più di quarant’anni.
Ma Berlusconi non vuole che gli elettori possano scegliere i candidati sulle liste a confronto da far eleggere. A scegliere tra i candidati quelli da eleggere dovrebbero essere (come lo sono stati in questi ultimi anni) i partiti che presentano le liste, stabilendo la “graduatoria”. Attribuiti “proporzionalmente” (rispetto alle altre) tre seggi ad una lista devono essere eletti il primo, il secondo, il terzo dei candidati nell’ordine in cui sono presentati nella lista stessa. Un sistema che esclude automaticamente gli ultimi e, stabilisce preventivamente chi deve essere eletto se la lista raggiungerà uno o più quozienti.
Che con tali sistemi si possa parlare di eletti e rappresentanti dal Popolo e del Popolo è un’evidente menzogna.
Sostenere, come ha sostenuto Berlusconi l’altro ieri, che questo sia il modo migliore per assicurare la rappresentanza popolare, più che una menzogna è una sfida arrogante alla ragionevolezza.
La storia degli anni successivi all’abolizione del sistema proporzionale (con l’abolizione pure delle preferenze) vale pure qualcosa. Il livello qualitativo dei Parlamentari è scaduto enormemente. La loro autorevolezza è scaduta ancora di più. Benché nominati dal partito o da chi ne faceva le veci, la tendenza a “trasmigrare”, a cambiar casacca ha toccato record impressionanti.


Berlusconi ripetendo la tesi fatta valere con quel mostro di sistema elettorale che è l’Italicum (ci si perdoni l’involontario insulto alla Nazione Italiana) afferma che per assicurare la genuinità della rappresentanza popolare, invece che alle preferenze si deve ricorrere a collegi assai piccoli “dove i candidati possono essere meglio conosciuti”. Così, dovendo votare un testadicazzo lo si può fare in piena coscienza!!
La solita solfa dell’interferenza del voto mafioso che sarebbe particolarmente pesante nel giuoco delle preferenze è un’altra bufala.
Anzitutto la mancanza del voto di preferenza rende meno evidente la responsabilità personale (ché personale è la responsabilità penale) di pasticci con gruppi malavitosi. Ci sarebbe poi da aggiungere che oggi il fenomeno di una mafia (e di una camorra) che disponga di una vasta clientela elettorale è assai diminuito e probabilmente sono certi eletti che sostengono e “scelgono” i mafiosi e non viceversa.
Ma la storia del voto di preferenza “mafioso” è in sé assurda e pericolosa. Se si deve abolire il voto di preferenza perché consente condizionamenti mafiosi, si dovrà arrivare ad abolire del tutto le elezioni perché i condizionamenti possono estendersi anche alla scelta tra le liste.
D’altra parte, se i “padroni delle liste” ritengono di poter garantire una scelta dei candidati da eleggere migliore di quella che farebbero gli elettori, potrebbero anche presentare agli elettori stessi liste di galantuomini dei quali non sia da temere che si avvalgano dell’aiuto della mafia per guadagnarsi le preferenze.
Intanto Berlusconi, mentre così platealmente diffida della capacità degli elettori che scelgano le liste da lui redatte, di scegliere anche i migliori candidati delle liste, sembra, poi voler fare di tutto per farci intendere che lui con Renzi finirà con intendersela.
Così, impediti di esprimere le preferenze tra i suoi candidati, dovremmo votare liste “a scatola chiusa” sia per quel che riguarda i parlamentari, sia per quanto riguarda il pericolo di trovarsi ad aver votato per i tirapiedi del Capataz che il 4 dicembre abbiamo così nettamente e sonoramente mandato a quel paese.
Berlusconi ritiene dunque che gli Italiani siano così decisamente autolesionisti?
Mauro Mellini
24.01.2017

Il "coso" di Parisi è Forza Italia?

Sarà perché sono diventato proprio vecchio, ma forse sarebbe stato lo stesso se avessi avuto cinquanta anni di meno. Questo “coso” di Parisi non l’ho capito. Ho tirato un sospiro di sollievo quando mi è sembrato di capire che, almeno, Parisi non è il Commissario confalonierconfindunstriale del Partito di Berlusconi e che, intanto ha dichiarato di essere per il NO al referendum.

Ma, sarà perché questa storia della “società civile” l’ho sempre ritenuta una baggianata quanto e più dei “moderati”, questo “missus dominicus” che è nominato per “rimettere a posto” e far ripartire Forza Italia, che non è (Dio ne guardi!) la badante aziendale di Berlusconi, che convoca la “grande assise” ma (glie lo ha detto Berlusconi) non ci vuole esponenti di Forza Italia (o, almeno, non vuole che siano troppo visibili) che non vuole riformare Forza Italia, ma vuole, comunque, fare un “coso” forte, bello e, soprattutto, nuovo, non è che me la conti proprio giusta. Leggo e rileggo quel tanto che dovrebbe esserci nella stampa “vicina” e non capisco (colpa mia, certo, ma…) Forza Italia ed il “coso” di Parisi sono due cose diverse?

Sembrerebbe proprio di sì. Che significa?

E’ difficile che lo sappia Parisi. Ed anche Berlusconi.

Ho militato nel Partito Radicale. Un bel giorno Pannella, incavolatissimo perché la stampa ci (e lo) ignorava, tirò fuori come un coniglio dal cilindro, la soluzione: “Sciogliamo il partito così non potranno fare a meno di scrivere e parlare di un fatto tanto inconsueto. E così imparano…”. Le cose sono andate come sono andate. Quando giornali, televisioni e padroni di giornali capirono finalmente che se non il partito come sigla, una posizione politica definibile partito, capace di dar fastidio non c’era più, non solo ne parlarono e parlarono di Pannella, ma ne dissero anche un gran bene.

Il metodo è, dunque, sopravvissuto a Pannella ed all’ectoplasma del Partito Radicale. Berlusconi pare che dica: Forza Italia va male? E’ ridotta al lumicino? Bene, facciamone due, così anche i magistrati che ci perseguita(va)no si confondono e non sapranno più che pesci pigliare. E “moderati” e “società civile” avremo da scegliere. Il metodo Pannella si è sviluppato.

Io fui cacciato dal partito perché mi opponevo al suo scioglimento. Speriamo che qualcuno non sia cacciato da Forza Italia perché non appezza il fatto che “raddoppia”.

Mauro Mellini

20.09.2016

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