FacebookTwitterGoogleFeed

 

Estero

Europa

Europa: sovranisti e sopranisti

(E nodi al pettine)

Un’ondata di antieuropeismo d’accatto serpeggia in un po’ tutte le formazioni di una sostanziale “antipolitica” (che non è solo quella Grillina) in Italia ed altrove.

Che la politica europea, federalista, unionista, trovi resistenze e susciti malumori è, di per sé, del tutto fisiologico.

A ben vedere ci sarebbe stato da dolersi del fatto che la politica europeista sia stata per lunghi anni accettata passivamente ed acriticamente da tanta parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche, salvo l’ostilità pregiudiziale, finché è durata ed ha avuto un qualche senso, di quanti rifiutavano il carattere difensivo antisovietico che pure ebbe l’Unione.

Oggi vengono al pettine i nodi di troppi aspetti dell’evoluzione dell’Unione Europea accolta con indifferenza e senza una adeguata riflessione in ordine degli effetti sui nostri interessi nazionali.

Ma torniamo, per un momento all’antieuropeismo venuto di moda. C’è in esso, più che una visione “campanilistica” dei problemi politico-economici, una totale mancanza di quadratura politica.

Una questione di enorme rilievo come quella della costituzione di una nuova grande comunità politico-economica, non può essere oggetto di vicende, interessi, culture “alla giornata”. Sentir predicare certi “sovranisti” che l’Europa ci impoverisce farebbe ridere se non fosse motivo di allarme e di grave preoccupazione. Come lo sono, in generale, tutte le baggianate che tendono a divenire dogmi.

Tale affermazione è assurda e falsa, perché avrebbe senso solo se potesse riferirsi ai settant’anni che oggi compie l’Europa comunque Unita. Un simile giudizio espresso sul breve periodo, sia pure di un paio di decenni, non ha senso. Nei settant’anni l’Italia ha trovato nell’Unità Europea la fonte e la forza di un progresso economico che, bene o male, l’ha portata tra le prime potenze industriali del mondo, che da secoli non era neppure pensabile. E questo dopo l’Autarchia sciagurata e la guerra disastrosa.

Il fatto è che di questo prezioso progresso la nostra classe dirigente è stata cattiva custode.

Il contributo italiano all’indirizzo politico-economico europeo è stato, negli ultimi cruciali anni, del tutto trascurabile e, comunque, inadeguato e miope.

Le cose sono andate avanti alla meno peggio finché l’incombere della minaccia sovietica ha imposto alla U.E. un ruolo non troppo dissimile da quello della N.A.T.O.

Ma la dissoluzione dell’U.R.S.S. e del blocco sovietico ha dato luogo ad una trasformazione pressoché totale della struttura e dei compiti dell’Unione. Questa ha reagito in modo elementare e non meditato e l’Italia non ha avuto da dir nulla in proposito, benché ne fosse totalmente stravolto il suo ruolo e le sue condizioni economiche e politiche nel contesto Europa.

L’unificazione tedesca ha già alterato gli equilibri interni dell’Unione. Ma era inevitabile. Non altrettanto lo era l’espansione frenetica ad EST con l’ingresso di una quantità di Stati destinati a far da clientela alla Germania, sbilanciano l’Unione in una direzione cara alla tradizione dell’imperialismo tedesco e certamente, malgrado le apparenze, tale da far concorrenza al ruolo dell’Italia, così implicitamente declassata.

E’ poi sopravvenuta l’emergenza dello scontro con l’EST islamico (che diversamente è inutile voler definire).

Mentre nel contrasto degli anni della guerra fredda con l’U.R.S.S., l’Italia ha potuto stare in seconda linea, fruendo a buon mercato della protezione militare americana e di quella europea, nel nuovo scontro epocale ci troviamo in prima linea, a subire anche e soprattutto il flusso migratorio che accompagna lo scontro e ne è strumento.

Si grida contro l’Europa. Ma si dovrebbe gridare e non solo gridare contro una classe dirigente italiana che non ha saputo muovere un dito perché l’Europa non si comportasse come si è comportata e si comporta, cioè male, malissimo. La passività del nostro atteggiamento, sia nella questione della creazione dell’euro, con i relativi vincoli, sia in quella della risposta all’ondata migratoria, di fronte alla quale nulla potremo ottenere dall’Europa finché andremo predicando gesuiticamente “il dovere dell’accoglienza”, magnificando una società multietnica prossima ventura, non potrà che darci delusioni e danni gravissimi.

Di fronte a tutto ciò, l’antieuropeismo alla giornata di chi cerca di farne strumento di demagogia è miserevole e sciagurato.

Ora hanno inventato una definizione della loro posizione: “sovranisti”. Definizione essa stessa stupida, perché non è questione di “sovranità”. Sto diventando cattivo e un po’ volgare, ma quando sento parlare di “sovranisti” corro subito al cambio di consonante: “sopranisti”. Termine che non è un neologismo, ma che ha invece una lunga storia. Così si chiamavano fino al secolo XIX quei cantanti che sfoderavano meravigliose voci di soprano. Ma erano uomini, o, almeno, quasi. Erano stati castrati da bambini, per essere ceduti a caro prezzo soprattutto ai cori delle Chiese, ma che toccavano i vertici del successo e della notorietà quando giungevano a cantare in teatro. In ruoli femminili.

Oggi i “sopranisti” esprimono ruvida e fiera virilità. 

Se è questo il mondo che cambia…

                                                                        Mauro Mellini 

23.03.2017

La questione macedone agli occhi di Bruxelles

di Giovanni Di Carlo

Il decennale dibattito riguardante l’adesione della Repubblica di Macedonia all’Unione Europea, generato dalle controversie riscontrate con il governo bulgaro e quello greco, è tutt’oggi una fra le più delicate questioni politiche che la regione balcanica si trova a dover affrontare. Sin dai primi anni novanta, le autorità elleniche hanno dimostrato fermezza riguardo la disputa nominale che vede coinvolti i due paesi, durante la quale la Grecia si è duramente dimostrata contraria al fatto che la Repubblica di Macedonia avesse assunto tale nome successivamente alla dissoluzione della Jugoslavia.
La disputa, che ha raggiunto una fase di stallo grazie all’intervento del’ONU, verteva inoltre sul radicale rifiuto della bandiera macedone da parte di Atene, la Stella di Vergina, simbolo della dinastia di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, personaggio di fondamentale rilievo culturale all’interno della storia ellenica.

Una controversia storico-nominale di scialba entità di fronte alla possibilità di integrare nella comunità europea uno fra i pochi paesi che pacificamente hanno preso le distanze dalla Jugoslavia dopo lo scioglimento della Repubblica Federale, ma egualmente legittimata dal diritto di veto che investe le autorità greche.
Intenzionata inoltre a far fronte ad una complessa situazione politica interna, l’Unione Europea continua a sostenere il ritorno alle urne dei macedoni a favore dell’elezione del Primo Ministro dopo le costrette dimissioni del leader del Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone, il conservatore Nikola Gruevski.
L’ormai ex premier, già Ministro delle Finanze, il quale era stato accusato di brogli elettorali e di intercettazioni a danno di 20.000 fra giornalisti e politici macedoni, non era visto di buon occhio neppure dalla minoranza albanese che abita il paese, corrispondente a circa un quarto della popolazione totale; a quanto sembra trapelare, con l’intento di distogliere l’attenzione mediatica dalla preoccupante protesta popolare contro il suo governo cominciata nel maggio del 2015, Gruevski ha infatti giudicato un gruppo di albanesi kosovari responsabile dei tragici eventi di Kumanovo.

Dopo l’elezione ad interim di Emil Dimitriev nel gennaio scorso, il malcontento popolare continua ad essere espresso nei riguardi delle scelte governative che prevedono la concessione della grazia verso manifestanti ed esponenti politici come Gruevski stesso, nella comune preoccupazione per le condizioni di una democrazia che continua a sgretolarsi a discapito di una imprescindibile tutela dei diritti civili, in attesa delle elezioni politiche fissate - grazie alla mediazione diplomatica di Bruxelles e degli Stati Uniti - nel mese di dicembre.

La comprensione di Bergoglio non basta

Per la prima volta in Europa il terrorismo islamico colpisce specificamente i Cattolici e la Chiesa.

C’era una diffusa convinzione che la “comprensione” di Papa Bergoglio non certo per il terrorismo, ma per l’assalto musulmano all’Occidente, e poi le “attenuanti” che il Papa sembra portato a riconoscere ad esso, la “provocazione” che secondo lui le vittime del primo massacro in Francia, avrebbero messo in atto avendo osato irridere a Maometto, affermata nella famosa parabola del “carc’in culo” santissimo a chi “offende i miei genitori”, avrebbero indotto gli strateghi della jihad ad indirizzare la loro ferocia su obiettivi diversi da quelli specificamente cattolici.

L’episodio di Saint Entienne du Rouvray, primordiale per la ferocia e per la rozzezza dell’organizzazione, e per gli strumenti (i coltelli) nonché per la “tattica” fa, certamente, pensare ad un attacco intervenuto al di fuori di programmi organizzati dall’Isis o da altra sigla.

Ma proprio questo è, forse, il fatto più grave ed allarmante. Il terrorismo mostra di avere ramificazioni incontrollabili, vaste e profonde.

A ben vedere anche la strage compiuta dal folle ragazzo tedesco-iraniano a Monaco è, anch’essa, espressione del dilagare del terrorismo che domina anche le menti dei folli indiscutibilmente tali. Se l’odio primordiale dei musulmani per il Cristianesimo, la Chiesa, il Clero si espande nella periferia incontrollata del terrorismo, c’è il rischio che ne sia influenzata, poi, anche la strategia degli attacchi meglio preparati e più attentamente diretti.

Se qualcuno ha fatto conto della posizione più “comprensiva” di Bergoglio come parafulmine per Roma, la Chiesa, le folle di Fedeli, dovrà rivedere questo suo ottimismo.

Al contempo il diffondersi e l’estendersi tra soggetti e in direzioni incontrollabili del terrorismo, l’accentuarsi della sua matrice (e della direzione verso obiettivi religiosi) dei suoi assalti, renderà sempre più difficile la pervicace predicazione dell’”accoglienza” indiscriminata e della risposta caritatevole all’invasione.

Non pretendiamo di fare pronostici, né di ipotizzare come la storia giudicherà domani il ruolo di Papa Francesco.

Ma quel che è avvenuto stamani a Saint Etienne du Rouvray sembra destinato a segnare una svolta.

Mauro Mellini

26.07.2016

Non sara' un menagramo ma e' ridicolo

Nei giorni scorsi, quando la stampa leccapiedi ha dato al mondo la notizia dell’ammonimento solenne di Renzi al popolo Britannico perché votasse contro l’uscita del Regno Unito dall’U.E., essendo un convinto sostenitore della necessità della presenza Inglese per la credibilità stessa dell’Europa, ho avuto una sensazione di sconcerto e, lo confesso, una subitanea spinta a fare scongiuri.

Ma, soprattutto quel gesto di supponente insegnamento agli Inglesi della giusta via da seguire per fare i propri interessi non è riuscita nemmeno a farmi ridere. Ho solo sperato che quella gaffe più ridicola che pretenziosa passasse inosservata in Gran Bretagna e altrove. Perché se la gaffe era di Renzi, il ridicolo, purtroppo finiva coll’estendersi a tutti noi Italiani.

Quel gesto era tipicamente “renziano”.

C’era da qualche giorno, aria di forte ripresa della parte favorevole alla permanenza britannica nell’Unione. Uno come Renzi, abituato a rincorrere quelli che sembrano gli umori prevalenti della gente, deve aver inteso una voglia irresistibile di saltare sul carro che sembrava del vincitore, a costo di sentirsi, magari, pregare di non dare fastidio e scenderne subito.

Non dico che se avesse vinto il no alla “secessione” Renzi si sarebbe vantato di averne il merito, ma certo non avrebbe mancato di esercitarsi in pavoneggiamenti per esaltare la sua lungimirante coerenza e nell’avanzare parallelismi tra il referendum britannico e quello italiano.

Ora lo sentiremo giuocare la carta del catastrofismo e della necessità di non “aggravare”, con un’altra sciagura rappresentata dalla crisi del suo governo e del suo sistema e, magari con il rigetto della sua ridicola riforma costituzionale, i grossi guai dell’Europa e del Mondo, il crollo delle Borse etc. etc.

Non è improbabile che l’esito del voto britannico giovi a Renzi, malgrado la gaffe della pretesa di insegnare agli Inglesi come fare i propri interessi, per superare, nel suo stesso partito, il brutto momento che deve affrontare. In fondo è andato al Governo grazie alla incombente “sciagura” del successo grillino.

Può darsi che riesca a rimanerci ancora un po’ agitando lo spauracchio del terremoto per la secessione britannica.

Ma il nostro problema non è quello della “discordia nel campo di Agramante” del renzismo e di qualche giorno o mese in più della sua permanenza a Palazzo Chigi, anche se gli espedienti che porrà in atto per protrarlo il più possibile ci potranno costare cari.

Il problema è, oramai, quello di una politica seria, di una rinascita del “partito della ragione”, di un nuovo illuminismo. 

In fondo Renzi sarebbe meglio poterlo soltanto dimenticare.

Mauro Mellini

24.06.2016

Il muro del pianto

di Alessandro Rinnaudo

Muro Pianto

Un’ondata di disperazione si sta riversando a ridosso del Vecchio Continente, un popolo è in fuga dalla morte e la distruzione di una guerra che sta dilaniando un territorio, la Siria, verso una speranza di vita migliore.

Un popolo in cammino, come recita un canto di chiesa, che, a differenza però del popolo ebraico, che fuggiva dalla schiavitù in Egitto, non ha un Mosè a guidarlo, ma spesso “trafficanti di anime”, né ha i flutti che si aprono al passaggio, come nell’episodio biblico del Mar Rosso, provocando la morte nelle traversate con imbarcazioni di fortuna o nel guado di fiumi a ridosso di frontiere. Ciò che più differisce l’esodo dei disperati rispetto all’esodo del “popolo eletto” , non è tanto la speranza quanto la certezza di una terra promessa che si infrange davanti un muro di filo spinato eretto da uomini armati. Un agghiacciante muro di filo spinato, che desta spaventose analogie verso un passato che pensavamo sepolto. Uomini disperati trascinano con se donne spaventate, in lacrime, e bambini, che invece di riposare in un caldo lettino, in una casa sicura, dormono nel fango…
L’Europa che non riesce a “costruirsi”, a trovare una identità, una comunità di intenti, riesce a costruire muri, di filo spinato per chiudere frontiere, muri economico-finanziari, muri ideologici che si contrappongono. Muri e quote, si perché nelle stanze dei bottoni si discute di come distribuire i profughi con quote per ogni paese, come se la disperazione si potesse contingentare come le quote latte, spogliando la vita umana della dignità e del valore che la differisce dagli oggetti…uomini valutati al pari di olio tunisino, di arance di Cipro.
Il colabrodo europeo, circondandosi di filo spinato, non riesce a contenere il demone del terrorismo fondamentalista, trovando come unica misura possibile, l’ulteriore chiusura di fragili confini, per mascherare le inefficienze di un sistema di intelligence che non riesce ad anticipare nemmeno le previsioni del tempo.
Guardando le immagini dei servizi televisivi e leggendo gli articoli dei colleghi che con grande passione documentano quanto sta accadendo, vengo avvolto da un freddo innaturale, nel corpo e nell’anima e mi dispero nel constatare che, nell’epoca dell’informazione a tutto campo, dei social, il lavoro straordinario dei colleghi, che testimoniano la disperazione dei profughi, si possa cancellare con un click di un telecomando o cambiando pagina web o più semplicemente voltando pagina. Siamo pronti ad esprimere cordoglio con un tweet, ma poi meglio non vedere, abbiamo già i nostri guai…abbiamo la connessione lenta…ci hanno bannato su facebook…è saltato l’aperitivo con gli amici.
Avendo ricevuto il dono di essere padre, mi immedesimo in quei padri che tentano di dare ai loro figli un luogo sicuro, sento il loro dolore, guardo i loro occhi imploranti e penso a mio figlio nel suo caldo lettino…al sicuro…
Mi vedo seduto…nel fango…di fronte al muro di filo spinato…il muro del pianto…con in braccio il bambino morto sulla spiaggia turca…con in testa le note e le parole di Auschwitz di Francesco Guccini…che è lontano anni luce dalla mia storia politica ma è un poeta e come tale ha saputo tradurre in versi e musica il germe del male nazista…e piango pensando a come il genere umano non abbia tratto alcuna lezione dalla storia…

 

Crisi greca: quel che ci insegna

di Mauro Mellini
Qualcosa di buono c’è in fondo ad ogni sciagurato avvenimento. Questo, almeno, ad essere ottimisti.
Una cosa ci ha dato la crisi greca.
L’ha data a chiunque non rifiuterà caparbiamente di prendere atto ed a chi non ne avrà avuto bisogno sapendolo già: la dimostrazione che la Sinistra, quella allo stesso tempo orfana del “Socialismo reale” e delle pretese ribelliste pseudolibertarie, ha toccato il fondo dei suoi equivoci e della sua inconcludenza.
In un tempo incredibilmente breve essa si è rivelata tutt’uno con il populismo becero e potenzialmente (e non solo) sanfedista e reazionario, il distacco dal quale era stata, già nel secolo XIX, l’atto di nascita del socialismo moderno e razionale.

La Grecia, l'Europa e la frutta acerba

di Mauro Mellini
Il referendum indetto in Grecia da Tsipras sulle proposte europee di regolamento dell’insolvenza di quel Paese è finito come doveva finire.
Era uno strano referendum su di un pacchetto di proposte dell’Europa (o meglio, dei suoi Stati padroni pro-tempore) pacchetto già modificato da offerte intervenute successivamente.
Ha vinto il no, come voleva Tsipras, che, forse, riteneva la vittoria ancora più facile.
Andate a domandare ad una popolazione, di un villaggio, di una regione o di uno Stato “Volete voi che vi aumentiamo le tasse, tagliamo le pensioni, diminuiamo la spesa sanitaria etc. etc.?”.

Video In Evidenza

newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

social

Giustizia Giusta utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.