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Giustizia inGiusta

Si sono succedete negli ultimi giorni le notizie di alcuni spaventosi errori giudiziari.

Spaventosi per la banalità degli equivoci in base ai quali dei disgraziati erano stati dichiarati colpevoli. Spaventosi per i lunghissimi periodi di carcerazione sofferti dalle vittime di questi errori.

Occorrerebbe aggiungere: spaventosi per la facilità, che tali episodi dimostrano, che la giustizia (cosiddetta) commette crimini del genere. Ché di crimini si tratta.

Eppure c’è nell’aria, nella stampa che ce ne dà notizia, un non celato sentimento di “fastidio”, non per questi “incidenti”, ma per il fatto che se ne debba parlare.

“L’errore giudiziario non esiste”: non è solo l’etichettatura di una pretesa idolatra di una giustizia autoreferenziale della sua infallibilità. Leggiamo i sapienti e sottili discorsi di qualche esemplare di magistrato “lottatore” e vedremo che quella non è una proposizione astratta di una fantasia letteraria.

Del resto è lo stesso codice penale a restringere i casi di “revisione” (cioè di accertamento dell’ingiustizia di una condanna definitiva) in modo tale da escluderne la possibilità quando tale ingiustizia dipende da un errore. La revisione è ammessa quando “sopravvengano nuove prove” che consentano un diverso giudizio. Ma se un poveraccio è stato condannato con una sentenza demenziale, in base alla prova di un’accusa di omicidio rappresentata dal fatto che un “testimone di giustizia” (denominazione assurda, che qualifica gli altri “di ingiustizia”) lo ha visto volare a cavallo di un asino sul luogo del delitto lanciando scariche elettriche etc. etc. quella sentenza se mai fosse “passata in giudicato”, non potrebbe essere oggetto di revisione. C’è poco da scherzare. Ho conosciuto magistrati matti capaci di sentenze del genere. 

C’è poi la categoria di condanne senza prove, in base a preconcetti, arzigogoli, coglionerie inconcepibili. Se non ci sono prove non ci possono essere “nuove prove”. E, poi le condanne per reati che sono “inventati” dalla “giurisprudenza”, che è, poi, “imprudenza” nel concepire una “giustizia di lotta”.

Se domani s’arrivasse a cancellare la vergogna del “reato giurisprudenziale” (tale riconosciuto e conclamato) di “concorso esterno in associazione mafiosa”, i condannati per quella “bella pensata” dei nostri magistrati non potrebbero adire la via della revisione dei loro processi.

Ci sono, poi delle “spie” del vizio di “disinvoltura” nel condannare: basti pensare che, quando nel codice di procedura è stata aggiunta la frase per cui la condanna può essere emessa quando “la colpevolezza” dell’imputato “è provata al di là di ogni ragionevole dubbio”, non è successo assolutamente niente. Non è aumentato il numero delle assoluzioni, non è intervenuto nei processi ancora in grado di appello una falcidia di precedenti condanne in casi assai dubbi. Semplicemente tutti i dubbi sulla colpevolezza sono divenuti “irragionevoli”. E tira a campà.

Ed allora, cari amici, anche di fronte alle mostruosità emesse in questi giorni non mi pare si possa parlare di “casi” di ingiustizia, di errori, ma di assassinio morale, questo sì.

E’ il sistema che fa dell’errore giudiziario “quello che non può esistere”. E del quale è scandaloso, quindi, lamentarsi.

Un’ultima considerazione: l’Orlandino Curioso, Ministro della Giustizia ha mandato gli ispettori a Torino per un caso di intervenuta prescrizione di un processo, tra l’altro, nato male. Non mi risulta che abbia mandato ispettori a rivedere le carte dei cosiddetti “casi” di errori giudiziari. Già, dopo tanto tempo (passato in galera dalle vittime) che c’è da andare a cavillare?

Sono cose che capitano. In Italia certamente sì.

                                                                                       Mauro Mellini 

24.02.2017

La notizia dell’assoluzione del Generale dei Carabinieri, Mori, è rimasta un po’ in ombra per altri fatti e situazioni accaduti in questi giorni.

Anche noi siamo in ritardo, ma il commento, quello oramai ineluttabile, lo avevamo, in sostanza, già fatto in precedenza.

Perché, in effetti, non è che con la sentenza di Palermo, cioè ora e solo ora, sia “risultato”, che Mori è innocente. Il fatto clamoroso, infatti; non è che Mori sia oggi assolto. Il fatto, la questione che si pone e che merita un commento non superficiale è che Mori è stato processato. Ripetutamente, così che credo solo gli ottusi e i faziosi possano non capire che l’accanimento contro Mori ha avuto ed ha carattere persecutorio, ma che, soprattutto, esso sia espressione di una pretesa di imporre su tutti, persino sullo Stato stesso, il cosiddetto controllo di legalità da parte della giurisdizione penale, cioè della Magistratura. Sempre “magistratura di lotta”, che ne ha fatto uno dei pilastri dell’ideologia del suo esser partito. Un controllo anche sul Governo, sullo Stato in quanto tale (si tenga presente la farneticante impostazione del “processo della Trattativa”.

Mori è divenuto una metafora dello Stato da censurare, condannare e riportare sulla “giusta” strada. Che dovrebbe, poi, essere quella indicata dalle Procure. Questa la sostanza dell’atteggiamento del Partito dei Magistrati o, quanto meno, di quella sua “scheggia impazzita” che è rappresentata da una certa magistratura siciliana e palermitana in specie.

Sciascia scrisse della “Sicilia come metafora”. L’atteggiamento di quella magistratura imperante in Sicilia è infatti una metafora del ruolo del Partito dei Magistrati e della grave anomalia istituzionale rappresentata dalla sua stessa esistenza.

E una metafora della platea giustizialista osannante nel resto d’Italia sono le “confraternite” di fans Siciliani della Procura di Palermo, magari capeggiate dal Guru che parla con gli extraterrestri, Gesù etc.

Certo, anche in Sicilia c’è chi ha posizioni più “moderate”, chi magari, nella stessa magistratura sente almeno un po’ di fastidio in questo frenetico “mostrare i muscoli” di quei colleghi così apertamente Komeinisti.

Ma la moderazione di quella porzione, del resto timida, non basta. E’ la moderazione che si esprime, al più, in un atteggiamento elusivo ed ambiguo. E che magari si esprime pure evitando la formula “il fatto non sussiste” come in quest’ultima sentenza Mori.

Ma c’è un altro, più evidente atteggiamento elusivo, che si traduce nella inconcludenza nel venire a capo della “questione giustizia”. Esso è quello di un po’ tutti i Governi, del Parlamento, della classe politica ma che oggi è impersonato da Renzi e dai suoi, da quell’”Orlando Curioso” che è il suo Ministro della Giustizia. Un atteggiamento elusivo che è tanto più grave e manifesto proprio per il tentativo di Renzi, è questa una delle sue tante bugie, di farsi passare per bersaglio delle intemperanze dei magistrati e di volere, magari con la caotica e sgangherata sua “riforma” costituzionale, “imbrigliare” l’estremismo e la faziosità giudiziari.

Varie volte abbiamo qui espresso il convincimento che, senza prendere atto della gravissima anomalia della esistenza stessa del Partito dei Magistrati, qualsiasi intervento “correttivo” delle esorbitanze giudiziarie si traduce nei classici, inconcludenti “pannicelli caldi”.

Il caso Mori, quello dell’accanirsi contro di lui, i processi contro di lui intentati (costati, anche in termini monetari, un’enormità, fatto di cui nessuno risponderà) confermano quel mio pensiero: è l’emblema di questo stato di cose.

Solo una forza politica autenticamente liberale e democratica, che si formasse e si imponesse nel Paese, potrebbe ovviare a tutto ciò.

Amici, spero che questo almeno voi possiate vederlo.

Mauro Mellini

24.05.2016

I piccoli errori possono essere corretti e rimediati in Appello ed in Cassazione, le assurdità clamorose “debbono” essere confermate. Lo “esige” la tutela del buon nome del P.M. o del Giudice di primo grado. “Accomodare” l’assurdo, ecco che cosa, al più si ripropongono i giudici delle impugnazioni quando proprio l’assurdo è evidente. E che l’imputato ringrazi Iddio per quell’atto di buona volontà. Nn pretenda l’impossibile, non “aggravi” la sua posizione protestando, pretendendo di “demolire il lavoro di tanti magistrati”, mancando cioè di rispetto alla magistratura.

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Vogliamo qui ripubblicare, in un momento in cui la claque ed i parassiti di “Mani Pulite” (e del suo seguito), pare vogliano usare un “garantismo peloso”, di cui scriviamo in altra parte, la lettera che Gabriele Cagliari scrisse alla Moglie prima di suicidarsi. Gabriele Cagliari si suicidò in carcere. Una delle tante vittime:

I motivi di questo infierire – scrive Cagliari – sono ben altri, e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare. L’obiettivo di questi magistrati […] è quello di costringere ciascuno di noi a rompere definitivamente con il proprio ambiente. Ciascuno di noi, già compromesso nella sua dignità agli occhi dell’opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito, e peggio, arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione”, che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inaffidabile, che lo rendano cioè quello che loro stessi chiamano un “infame” […]. A ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche quello che chiamano il nostro ambiente. La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze. Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati”.

Cagliari considerava, in questa “lettera testamento” questo comportamento il “metodo di Borrelli” da questi anche teorizzato. Oggi Borrelli ha dichiarato che è fallito il tentativo di “Mani Pulite” di debellare così la corruzione che è, anzi, aumentata. Insomma, pare che si sia pentito di aver creato una “massa di morti civili, disperati e perseguitati”. E di nuovi corrotti. Comunisti e giustizialisti applaudivano.

Mauro Mellini

18.05.2016

di Mauro Mellini
Rimestando nel cumulo di carte sulla mia scrivania per mettervi un po’ d’ordine (si fa per dire), ho trovato una nota di agenzia su di un comunicato dell’Associazione dei Parenti delle vittime di Via dei Georgofili, una specie di sede distaccata fiorentina delle “Agende Rosse” o della “Scorta Civica” di Palermo.
Un comunicato che è pressoché impossibile non definire imbecille. Di una imbecillità che fa paura. Cosa che dovremo aver imparato tutti, dopo un secolo di orrori consumati e predicati in nome di imbecillità varie.

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