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EDITORIALE

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Liberale, n. 14

radio radicaleSTAMPA O REGIME

di Giovanni Di Carlo

La centralità del tema della manovra ha inevitabilmente caratterizzato il dibattito politico delle ultime settimane, in un climax ascendente che, per decenza e rispetto verso l’istituzione parlamentare, si spera abbia nella notte fra il 22 ed il 23 dicembre raggiunto il proprio culmine.

Fra le più delicate questioni affrontate all’interno della legge di bilancio, v’è senza dubbio quella relativa ai finanziamenti pubblici destinati all’editoria, i quali, secondo il testo del maxi-emendamento in cui è confluita la manovra concordata con le autorità europee, verranno progressivamente ridotti a partire dal 2019, sino ad essere sostanzialmente azzerati nel 2021. Nel mirino del provvedimento compare anche Radio Radicale, la storica ed unica emittente radiofonica a trasmettere integralmente le sedute delle Camere e delle singole Commissioni parlamentari, sulla base di un contratto con il Ministero dello Sviluppo Economico che disciplina espressamente le modalità di programmazione e messa in onda.

La lampante trasparenza della convenzione in base alla quale a Radio Radicale è consentito accedere al finanziamento pubblico la rende a dir poco incomparabile alla frequenza Rai che del Parlamento si limita a portare il nome, trasmettendo quest’ultima una quantità infinitesimale di ore di sedute su base annuale, in forza di un contratto di servizio che non garantisce alcuna forma di controllo o rendicontazione.

Vito Crimi, grillino, sottosegretario all’editoria e principale promotore della proposta, affermando che il finanziamento pubblico non possa essere destinato al sostentamento di una «radio di partito», dimostra goffamente di non aver mai ascoltato Radio Radicale, e di aver dunque promosso tale riduzione di fondi animato da una motivazione a dir poco illusoria. Offrire sistematicamente sconcertanti testimonianze di inettitudine ed incompetenza, d’altronde, è la dote caratterizzante dei pentastellati.

Radio Radicale, per sua stessa definizione, «è la radio del Parlamento e di tutti i partiti», un’emittente che svolge il pubblico ed utile servizio di trasmissione integrale delle sedute, il quale motiva pienamente ed incontestabilmente il fatto che sulla base di tale presupposto venga finanziata pubblicamente. 

Ad esorcizzare ulteriormente, come non bastasse, le parole del sottosegretario, v’è il fatto che la radio promuova un’informazione di interesse generale anche al di fuori dei limiti descritti dalla convenzione con il Ministero, sostenendo concretamente ed ininterrottamente il diritto ad una conoscenza laica ed un’informazione transnazionale e transpartitica, attraverso rubriche, rassegne stampa estere, interviste e dibattiti.

Ridurre progressivamente i fondi destinati a Radio Radicale significherebbe soffocare la voce che anima quotidianamente la massima enaudiana del «conoscere per deliberare», la sola a sottolineare ed amplificare nelle sue frequenze il valore della consapevolezza politica e culturale, l’essenza di un’etica liberale che nel regime italiano risulta agonizzante, che nel silenzio di Radio Radicale esalerebbe il suo ultimo respiro.

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