Liberale, n. 10

QUEL FOLLE ASSILLO PROIBIZIONISTA

di Giovanni Di Carlo

La personale battaglia di Matteo Salvini alle droghe prosegue indisturbata, nella sua farsesca allucinazione d’onniscienza.

Il Ministro dell’Interno ha nei giorni scorsi dichiarato di avere intenzione di «quintuplicare le pene previste per lo spaccio e la detenzione», mirando a colpire ancor più  aspramente coloro che, a sua detta, andrebbero parificati ad «assassini», «a spacciatori di morte».

Siamo alle solite. L’inasprimento delle pene rimarrà sempre una delle più invitanti portate da servire all’affamato elettorato grillo-leghista, alla perenne e spasmodica ricerca del capro da sacrificare quotidianamente sull’altare del tafazzismo inconsapevole.

Le dichiarazioni del Ministro, oltre a dare riprova della più rozza ignoranza in materia, dimostrano il vile e totale disinteresse nei confronti della disperata situazione carceraria italiana. Secondo i più recenti dati forniti dal Ministero della Giustizia, i detenuti presenti negli istituti penitenziari sono circa 60.000, un quarto dei quali a causa del regime proibizionista, a fronte dei 50.000 posti disponibili.

Il sovraffollamento, oltre a violare palesemente l’ordinamento penitenziario, rende le carceri luoghi letteralmente criminogeni, del tutto estranei alle finalità rieducative ed idonee a favorire un corretto reinserimento del detenuto nella società civile. 

La spietata guerra proibizionista non può che gravare ulteriormente sulla tragicità di tale scenario.

Legalizzare le droghe, a partire da quelle leggere, regolamentarne la circolazione e cominciare, una volta per tutte, a combattere i veri criminali — che dal proibizionismo non traggono altro che lauti profitti — sembrerebbe in ogni ipotesi la più logica e razionale delle scelte. Il governo giallo-verde, però, animato da un’inadeguatezza patologica e — a quanto sembra — virale, preferisce non guardarsi indietro e continuare ad optare per il giustizialismo, l’unico vero assassino del caso, voce dell’irresponsabilità dell’esecutivo.

Marco Pannella diceva che dove non v’è responsabilità, non v’è libertà. In un Paese dove la libertà è ormai prerogativa, la responsabilità non è che l’espressione dell’istinto repressivo del regime, la cui arma è il taglione, il cui credo è la vendetta.

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