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EDITORIALE

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Liberale, n. 5

DOVE ANDRANNO LE NUVOLE?

Con un Paese che sembra muoversi a tappe forzate verso l’intolleranza, spinto lentamente ma instancabilmente dalla visione tribale che più intimamente caratterizza l’Homus Italicus (sapientemente convogliata e convertita in legittimazione istituzionale), la sopravvivenza di un modello controcorrente sembrerebbe nient’altro che la semplice espressione della libertà individuale — e collettiva, nel caso in esame  di  agire in senso contrario alla direzione governativa, opportunamente limitata dalla legge.

Le difficoltà legali per Domenico Lucano cominciarono ben prima del 2 ottobre scorso: un anno prima aveva visto recapitarsi un avviso di garanzia, ma le accuse furono poi smentite. Ma non sono né la truffa né la concussione a costituire il cuore della vicenda: il reato su cui la procura di Locri (e l’Italia intera) si concentra è il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Si potrebbe dunque affermare che il comune riacese, modello riconosciuto internazionalmente come in grado di combinare accoglienza e rinascita economica (oltre che demografica e sociale) possegga delle macchie di illegalità? Che nel suo tentativo di perseguire un futuro diverso per i propri cittadini, sia caduta in un eccesso di zelo?

Per rispondere a queste domande, esiste un apparato ben specifico, che non abbiamo il diritto di scavalcare (a dispetto di una tendenza tristemente consolidata). C’è tuttavia un’altra domanda a cui potremmo, o dovremmo, rispondere: se il Viminale ha disposto il trasferimento degli immigrati/rifugiati a causa delle “palesi irregolarità”, cosa resterà delle realtà quotidiane di uomini e donne che ormai fanno parte del tessuto sociale di Riace da anni se non decadi? 

Uno dei variopinti murali della cittadina recita «dove vanno le nuvole?», spiegando con un’immagine raffinata e calzante il fenomeno migratorio.

Ma se dall’orizzonte comincia a spirare un vento così forte da spazzarle via, dove andranno ora le nuvole?
L.T.

Politica interna estero

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    Ho già scritto dell’On. Giuseppe D’Alema, padre del più noto e simpatico Massimo D’Alema, che, Deputato comunista quando io ero a Montecitorio, era uno dei più fieri lanciatori di invettive contro noi Radicali. Lo ricordo bene urlare verso di noi le accuse più incredibili. Col dito accusatore proteso lo ricordo inveire “Siete i servi delle banche…israeliane”. Si capiva chiaramente che era stato per dire altro: “…delle banche ebraiche”. Ma la parola assai meno imbecille che non aveva pronunciato gli era Leggi tutto
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