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Liberale, n. 2

EUTANA...SIA!                                                                      
di Giovanni Di Carlo

«Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà».

Le parole di Piergiorgio Welby, contenute nella lettera che nel settembre del 2006 indirizzava al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, echeggiano ancora oggi nel cavernoso vuoto legislativo. Ad oltre dieci anni dalla straziante richiesta di vedersi semplicemente riconosciuta la disponibilità del proprio corpo, la realtà dello Stato italo-vaticano non appare affatto mutata. 

Nella mattinata del 13 settembre scorso, una delegazione della Associazione Luca Coscioni, composta, fra gli altri, da Mina Welby e Marco Cappato, ha consegnato al Presidente della Camera Roberto Fico, fra i grillini colui che — curiosamente — si è dimostrato maggiormente sensibile alla tutela degli istituti di democrazia diretta, le 130.000 firme raccolte per la promozione della proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia — già depositata cinque anni prima e mai esaminata — auspicando ad una calendarizzazione della discussione del provvedimento in aula.

Al tramonto della scorsa legislatura, il Parlamento aveva raggiunto un importante risultato in tale direzione approvando la legge sul testamento biologico, che Cappato aveva coerentemente definito come un «primo passo» verso la definitiva legalizzazione. 

L’ex europarlamentare radicale, attuale tesoriere dell’ALC, è salito agli onori della cronaca durante lo scorso anno, quando accompagnò Fabiano Antoniani — in arte, Dj Fabo — in Svizzera, esaudendo il suo desiderio di morire dignitosamente, liberandosi dalla schiavitù della tetraplegia che lo affliggeva già da anni.  

Fabiano, come tanti altri, fu costretto a morire lontano dal suo Paese, un’Italia cieca e clericale, che priva di vesti di laicità sceglie, ancora oggi, di adornarsi del cupo silenzio della trascuranza di principi giusnaturalistici. Il pulsare del cuore del Vaticano continua a bussare incessantemente alla porta della politica italiana, che troppo spesso viene spalancata a stroncare libertà essenziali legate alla ricerca scientifica, al fine vita ed a tutto ciò che possa collidere con l’invadente sfera spirituale. Ma la kháris chiesastica, si sa, è d’essenza sfuggente. Letteralmente.

Per lo Stato italiano, tale libertà non è che una squallida prerogativa che aleggia in un inaccessibile iperuranio, una sgradevole macchia sulla stola.

«Qui non c’è pietà», scriveva Welby. Qui non c’è laicità. Qui non c'è diritto.

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