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ANTIMAFIA: LA “TRATTATIVA” CONTINUA DIVENTA DOGMA

Quando si tratta di imporre alle folle ed ai popoli di accettare le più strampalate sciocchezze, i professionisti dell’indottrinamento ricorrono a metodi che rimangono costanti nei secoli e nei millenni.

Uno di essi è quello di ricorrere all’aggettivo “indiscutibile” ed al concetto di “indiscutibilità”, che è, poi, una sorta di sinonimo di “dogma”. Ogni volta che un fatto, una proposizione, una leggenda, di cui con gli anni vengono fuori prove negative assieme con il propalarsi del “sentito dire” ed esaurisce la sua credibilità e, magari, se ne perde il motivo per cui è stato inventato, esso viene riposto in un archivio che, invece di rappresentare una specie di sentina, di discarica dei rifiuti della storia, ne rappresenta l’esatto contrario: va a far parte dei “dogmi”. L’indimostrabile diventa indiscutibile e base del successivo e conseguente sviluppo di elaborazioni teologiche, ideologiche e delle imitazioni di esse.

L’Antimafia, che non a caso è stata definita “devozionale” dalla geniale intuizione di Guido Vitiello, oltre ai suoi santi ed ai suoi riti ha i suoi dogmi.

A far parte dei dogmi dell’Antimafia sembra oramai destinato quello della “Trattativa tra Stato e Mafia”.

Questo non sembra sia il probabile frutto di quella che sarà la sentenza sul grottesco processo nel quale, tra “papelli”, pentiti elevati agli altari dal culto antimafia, carriere ed apoteosi di magistrati imbrogliocencelli, colpi bassi contro uomini politici e contro la loro memoria e fiumi di denaro pubblico sprecati in anni di complicazioni ed inconcludentissime indagini, pare che, contrariamente all’abitudine intervenuta oramai alla “permanenza” di un simile  procedimento durato anni ed anni, esso si avvii alla conclusione.

Al contrario. Anche nel linguaggio esaltato e predicatorio di certi esponenti tipici dell’ala estremista dell’Antimafia palermitana e nazionale traspare la sensazione che la conclusione di quella grottesca pagliacciata possa essere più vicina alla ragionevolezza che alla “finalità di lotta” che in nessun altro processo è mai stata tanto palesemente sovrastante quella di semplice giustizia,

La “Trattativa” costruita da menti arditamente fantasiose più che nutrite di sapienza giuridica, che ha preso, con gli anni e con il battage mediatico non meno grottesco e spudorato che su di essa si è costruito (per non parlare delle carriere indecenti che vi hanno trovato pretesto e brodo di coltura) una fisionomia chiaramente eversiva, rischia di trovare nell’esito di quel mastodontico ed interminabile processo, una resa dei conti non solo giudiziaria (non è stato del resto, un fenomeno che del giudiziario abbia solo la patologia).

Ed è proprio per questo che sembra che l’ala estremista dell’Antimafia Devozionale, che è “vissuta di rendita” (senza allusione al significato originale della metafora) con questo processo, cerca disperatamente di elevare a dogma l’oggetto bislacco di esso: la Trattativa.

State contenti, umana gente al quia” ci gridano pennivendoli e guru da operetta da Palermo e dintorni. La trattativa? Ci fu! La prova? Perché ci fu e chi non ci crede non può invocare la buona fede: è un concorrente esterno!!

A sostegno della verità dogmatica della “Trattativa”, in mancanza del riconoscimento ufficiale di una categoria di teologi dell’Antimafia, la parola dai magistrati ed avvocati (antimafia) e giornalisti d’anticamera delle Procure passa ai professori. Ai professori di che? Ai professori di mafiologia, cioè di anti mafiologia, che ce ne sono a Palermo e dintorni, ben sistemati in cattedre di siffatta materia.

E’ rivenuto fuori, ne abbiamo notizia dal solito “Antimafia 2000”, il Professor Nando Dalla Chiesa. Rivenuto fuori è, in realtà termine improprio, perché è rimasto sempre sulla breccia di un’antimafia non solo devozionale, ma invasiva e non lontana da imprese come “Libera” (Don Ciotti) etc. Ma, intanto, forse per la prima volta, Nando Dalla Chiesa, invece che come “il figlio del Generale vittima etc. etc.” è indicato come il Professore Nando Dalla Chiesa. Non trascurandosi, peraltro l’altra e più vera qualifica di figlio etc. etc. Anzi, nella cronaca di una manifestazione antimafia tenuta a Milano attorno quell’altra icona del culto antimafia, dott. Nino Di Matteo, cronaca che ci è fornita da “Antimafia 2000”, organo (definizione di Ingroia) ufficioso della Procura di Palermo, Nando Dalla Chiesa, Professore, viene definito il figlio del “Padre della Patria” Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa etc. Quando i movimenti si fanno religione la profusione di titoli e di aggettivi non ha più limite.

L’insistere, per aumentarne o costruire dal nulla l’autorevolezza di certi soggetti sul fatto che sono figli di un gran personaggio è cosa pessima, perché poi, magari, comporta che critiche ed addebiti, sepolti o da seppellire con il defunto genitore, rivengano invece fuori.

Nel caso, accanto al dato dell’esser caduto vittima della mafia (ma il figlio Nando preferì ipotizzare che fosse stato soppresso perché in possesso (???) di documenti che avrebbero potuto essere usati contro, mi pare, Andreotti!!!!) si è, poi, portati a ricordare la sua vicenda con la P.2  e, soprattutto, quanto ridicola è stata la sua “giustificazione”, tra l’altro con l’affermazione che nei suoi rapporti col Venerabile Maestro Gelli avrebbe richiesto di essere assistito spiritualmente da un sacerdote, tale mons. Pironi (!!!).

Ma vediamo qual è stato l’intervento del Figlio del (nuovo) Padre della Patria al Convegno di Milano per l’”anniversario” di Libera, l’impresa di Don Ciotti di cui il prof. Dalla Chiesa è presidente.

La trattativa ci fu. E ci fu perché la trattativa c’è sempre”. Proposizione in sé assai meno stucchevole di quanto non lo sia il significato ad essa data dal Professore mafiologo.

La trattativa c’è sempre, secondo la tesi del Prof., perché lo Stato, quando sta per ottenere la vittoria definitiva sulla mafia, anziché sfruttare la vittoria ed andare a fondo nell’estirpazione del male, ripiega, si ritira, “tratta” per consentire alla mafia di sopravvivere, di prosperare etc. etc. Questa sarebbe stata la costante dell’atteggiamento dei pubblici poteri, nella storia della criminalità, non so se solo siciliana.

Di qui a dire che la mafia è prodotta (o riprodotta, rivivificata) dallo Stato il passo non è breve, è brevissimo. Lo Stato è, dunque il primo “concorrente esterno” di Cosa Nostra…Anzi, ne è il burattinaio.

Questa tesi richiama alla mente certe caratteristiche della teologia cristiana e della società del Medioevo, per le quali il Demonio entrava in competizione con Dio quasi alla pari e veniva con ciò conferito agli uomini ed ai lor signori, sovrani e sacerdoti il compito di far pendere la bilancia dalla parte buona arrostendo i cattivi e ricacciando così Satana nel profondo dell’Inferno.

Ma la teoria della ricorrenza perenne della “trattativa” ha un significato ed un ruolo più contingente. Insomma, anche se il processo di Palermo andasse male, negando o minimizzando la “trattativa”, questa sarà non il frutto delle cavolate dei signori magistrati, responsabili, tra l’altro, dei miliardi spesi per il processo e fatti connessi. Sarà qualcosa ascrivibile ad una nuova interpetrazione dei corsi e ricorsi storici da Vico a Dalla Chiesa. Corsi e ricorsi, come dire della trattativa. O, forse…trattabili..!!!!

Mauro Mellini

27.03.2018

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