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Dall'antimafia devozionale alla demonizzazione della ragione

Piccole storie di cretini irrilevanti consentono ed impongono riflessioni su alcune delle più gravi questioni della storia travagliata della ragione umana e del rifugiarsi dell’umanità nell’irrazionale e nella ridicola ed al contempo micidiale difesa intollerante di quel suo miserabile rifugio.

Non avesse altro merito, Vitiello dovrebbe sempre essere ascoltato e ricordato per quella sua definizione dell’antimafia: “devozionale”.

Culto, devozione, dogmi, giaculatorie, irrazionalità, intolleranza. E, poi, necessariamente potere, oppressione, demonizzazione, roghi, inquisizioni cavillose e crudeli. Tutte conseguenze di quella “devozionalità” della mitizzazione della lotta “contro il male”.

Ogni era ha avuto fenomeni del genere ed anche queste “devozioni”, questo rifugiarsi fuori della ragione non hanno mancato di avere, malgrado l’intrinseca vacuità del loro essere, momenti e funzioni di grandezza e, paradossalmente, di concorso ad un progresso del ragionare, della ricerca del meglio e del più nobile. Talvolta. Perché anche la “devozionalità” e tutto quando ad essa si riconnette ha le sue caricature. Quando, come per quella dell’Antimafia, la “devozionalità” diventa meschina, ottusa, indiscutibilmente strumentale, la sua stessa pretesa di ricalcare altri culti, altri dogmi, altre intolleranze ed altre violenze inquisitoriali diventa oltre tutto sconcezza ridicola.

In altre parole: c’è una graduatoria dell’offesa e del cattivo o nullo uso della ragione che non si fonda e misura tanto e solo sull’atrocità delle sue inquisizioni, quanto sulla statura del pensiero (si fa per dire) che la produce. Se l’Antimafia devozionale non ha ancora prodotto roghi di Sciascia e di Sgarbi, magari non soltanto per mancanza di un’“adeguata” disponibilità del “braccio secolare”, non è per questo “migliore”, meno irrazionale ed intellettualmente feroce dell’irrazionalità del pensiero medievale, che ha però prodotto anche  la Scolastica e non gli articoli di Antimafia 2000 del Guru fronte-crociato Giorgio Bongiovanni.

C’è, infatti, un’intolleranza dei miserabili accalappiatori di funzioni di tirapiedi di boja, di pennivendoli osannanti e salmodianti, di strenui difensori a buon mercato delle loro poltrone, di cultori della propria nullità, per la quale il discorso dell’umana, ricorrente rinunzia alla ragione è fin troppo generoso. Non è detto che la loro sia quella meno pericolosa, destinata ad essere passeggera.

Anzi.

Detto ciò è persino superfluo aggiungere che la conferma mi viene dettata dal caso dell’aggressione a Vittorio Sgarbi. Che solo i cretini potranno ritenere un episodio della vita tumultuosa di un polemista amanti degli scontri.

Quando un Presidente della Regione Siciliana arriva ad affermare che il suo pensiero è opposto a quello di Sgarbi e cioè che crede che Di Matteo senza la vera o presunta minaccia di morte di Totò Riina non sarebbe rimasto nell’ombra delle sue funzioni (da lui considerate poco meno che miserevoli) di Sostituto Procuratore a Palermo, impegnato faticosamente a far dimenticare qualche disavventura professionale e che le diecine di cittadinanze onorarie di Villaggi e Città Italiane gli siano state conferite per meriti scientifici e letterari (che questa, sarebbe, appunto, il “contrario” del pensieri di Sgarbi), c’è da preoccuparsi, e molto, della facilità con la quale la ragione viene messa da parte.

Sgarbi non è stato mandato al rogo, ma di nessuno dei suoi intolleranti persecutori sembra, anche se il rogo non fosse stato solo in senso traslato, si potrebbe dire che “deve avere una grande stima delle proprie opinioni, se non in nome di esse fa arrosti e vive delle persone”.

A qualcuno, anche tra i miei amici, queste mie assai preoccupanti considerazioni sembreranno eccessive, se non altro per la natura e la rilevanza dell’episodio che me le suggerisce… Ma anche questi tentativi, non so se di consolarmi o di compatirmi, assai mi preoccupano. Non ho rinunziato a valermi della ragione né, come si diceva quando ero ragazzo, ho portato la ragione all’ammasso.

Non me ne pento e non saprei di che pentirmi.

            Mauro Mellini

11.12.2017

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