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Lecce: il monumento al non pentito

In una piazza di Lecce, la splendida città barocca delle Puglie, si erge, udite! udite! il monumento “al non pentito”.
Su di un piedistallo in cui sono incisi i nomi dei più terribili “bagni penali” borbonici Montefusco, Nisida, Montesarchio, si erge la statua di Sigismondo Castromediano, fiero e severo nella sua redingote ottocentesca.
Una scritta “Ai compagni fidele – pari ne volle la sorte – rifiutò privilegio”.
Sigismondo Castromediano, patriota salentino di nobile famiglia, fu uno degli animatori dei moti liberali del 1848. Quando Ferdinando II di Borbone revocò la Costituzione concessa e giurata un anno prima, Castromediano redasse con altri patrioti liberali una vibrata protesta che contestava al Re Lazzarone il consumato spergiuro e la sanguinosa repressione contro il popolo di Napoli.
Arrestato e tratto a giudizio di un tribunale militare, fu condannato a trenta anni di galera che cominciò a scontare nelle orrende carceri borboniche, in cui sbirri e camorristi facevano a gara a rendere ancor più penoso il trattamento di quei disgraziati.
Interdette le visite dei famigliari, scarso e pessimo il cibo, insalubri e cupi i locali.
Il monumento allude ad un episodio della sua carcerazione che narrò in un libro in due volumi “Carceri e galere politiche” al capitolo XXII “L’ora più perigliosa della mia vita”.
Il governo borbonico preoccupato dello scandalo che le notizie sul trattamento disumano dei detenuti politici aveva cominciato a suscitare all’Estero, specie in Inghilterra, si adoperò per indurre al “pentimento” alcuni di quei disgraziati con la promessa di sollievo dalle pene loro inflitte.


Per intervento ruffiano di un Vescovo amico della Famiglia dei Castromediano, il tentativo fu compiuto anche con il Duca Sigismondo. Fu prelevato dal carcere di Montefusco e tradotto ad Avellino, dove si tentò di fargli sottoscrivere una domanda di grazia al Re spergiuro, che Castromediano rifiutò. Ad un certo punto gli fu suggerito, anche quale minaccia di aggravamento, se possibile, della sua condizione, di “confessare” che tra i detenuti politici “si era astretto un patto settario”. Tesi a dir poco ridicola, visto che quei poveretti, ammassati negli orrendi reclusori erano gli “astretti” tanto che di più non potevano in alcun modo.
Ma si voleva, oltre tutto, gettare il tarlo della diffidenza reciproca, oltre che crearsi alibi per il giudizio severo degli stranieri. E’ singolare come il circuito della falsità che i “produttori” di “pentitismo” sia sempre lo stesso, nel Regno borbonico come nello Stato del Papa, ieri, come oggi.
Di fronte agli sdegnosi rifiuti del Castromediano, questi fu riportato nel carcere d Montesarchio.
Ma nel marzo del 1859, Ferdinando II prossimo a morire di un diabete, male o per niente curato (mangiava solo dolci!) sentendo l’aria della ormai prossima Seconda Guerra di Indipendenza, pensò bene di “liberarsi” dei più noti detenuti politici. Emise quindi a Brindisi, dove si era recato per ricevere la sposa del figlio Franceschiello che di lì a poco gli succedette, un decreto di “condono” nei confronti di novantuno condannati all’ergastolo o a gravi pene, con l’intimazione, però, dell’esilio perpetuo ed, anzi, della deportazione in America.
Undici di quei “graziati” erano però già morti da tempo di stenti nelle galere. Tanta era l’attenzione di quel grasso e rozzo personaggio caricaturale per la sorte dei condannati, di cui, ora, valeva farsi passare per benefattore.

Portati a Napoli ed imbarcati con detenuti “liberati” anche da altri penitenziari, che avevano patito in luoghi diversi e lontani la loro tragedia, furono fatti partire. Tutti protestarono contro la “deportazione” addirittura in altri continenti, misura non prevista dalle leggi in vigore nel Regno.
Quella schiera di scampati non arrivò mai in America. Sulla nave americana che doveva sbarcarli, dopo una tappa a Cadice in cui fu loro impedito di lasciare la nave, nel porto di Nuova York, un giovanissimo ufficiale era riuscito a far parte dell’equipaggio. Era il figlio di Settembrini. Fu organizzato un mezzo ammutinamento, cui partecipò parte dell’equipaggio e, “obtorto collo”, il capitano sbarcò tutti a Cork, in Irlanda. Dove gli esuli italiani furono accolti con pietà ad affetto dalla popolazione. Affetto che li accompagnò prima a Londra, poi nel Continente ed infine nel Piemonte, che stava per realizzare la grande impresa di liberazione nazionale.
Molti anni fa pubblicai una foto di quel monumento “al non pentito” Peccato che non me ne ritrovi una copia. A Lecce esso figura in alcune cartoline illustrate della Città.
Potremmo e dovremmo farne un’icona delle nostre battaglie.
Ho la riedizione in copia anastatica di quelle memorie di Castromediano.
Vi leggo una dedica “A Mauro Mellini le memorie di un mio antenato che, forse, si pentirebbe, come tutti noi, dello scempio di quel patrimonio nazionale costato carceri e sangue”. Gaetano Gorgoni
Lo leggo non senza qualche contradditorio sentimento di ironica comprensione e di sdegno.
Gaetano Gorgoni, deputato repubblicano, era relatore, ed autore di un emendamento, alla legge di conversione di un decreto legge sul trattamento dei pentiti ed il relativo “servizio di protezione”. Emendamento che estendeva agli imputati di reato di mafia i “benefici”, fino ad allora limitati agli imputati di terrorismo “benefici”, magari già praticati o promessi dai magistrati “preveggenti” e “lottatori” ai “loro” pentiti.
Parlando in Aula a Montecitorio contro quell’emendamento, contestai al suo autore, Gorgoni, leccese, di tradire, l’onore che la sua città aveva tributato “al non pentito” con quel monumento.
Gorgoni mi rispose, interrompendomi “ma Castromediano era un mio antenato!”.
Credo di avergli risposto senza il dovuto rispetto ad una per altri versi, degnissima persona “bel discendente!”.
Poco dopo mi giunse il dono di quel libro difficilmente reperibile. E ne sono comunque grato a Gorgoni. Quella dedica mi convince ancor più che al disgustoso sistema dei pentiti, come a tante altre bassezze della nostra giustizia, si è arrivati nella più grande confusione di idee e di incredibili equivoci. Persino, forse, in buona fede.

Mauro Mellini
14.11.2017

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