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Partiti, ideologie, fusioni e confusioni

Ogni tanto qualcuno mi definisce “radicale” o, nientemeno, “esponente radicale”. Si tratta, evidentemente, di persone disinformate, che così mi “ringiovaniscono” e, non posso fare a meno di aggiungere, piuttosto “ringiovaniscono” o “resuscitano” il fu Partito Radicale. La cosa mi dà sui nervi, non perché io ci tenga di dover nascondere quella parte importante del mio passato, ma, piuttosto, perché confonde questo e la mia persona con un passato più recente e con un presente di squallore e di impostura.
Certo, le denominazioni di partiti, ideologie, movimenti non sono brevettati e non sono patrimonio esclusivo altro che di coloro che sanno farsene, bene o male, intendere come “titolari”. Nessuno può però vantarne o escluderne titoli ereditari. Magari quelli derivanti da qualche compravendita, ché il denaro può tutto. Se non la verità ne assicura l’apparenza. Del resto ognuno sembra che possa “prendersi dall’alfabeto” i più fantasiosi titoli di partiti e movimenti, come Casanova disse del suo titolo di Cavaliere di Seingalt.
Fui “Scomunicato” e costretto ad andarmene dal Partito Radicale nel momento stesso in cui esso cessava di esistere, camuffando la sua trasformazione in coro osannante o il personale di scena, anzi, in palcoscenico, di un esibizionismo privo di reali finalità oggettive, con baggianate come la “transnazionalità” e le “transpartiticità”, dandosi poi in prestito ad altri per compensi vari e proclamando sceneggiate per questioni assai importanti e vaghe, o piuttosto, per il sentito dire al riguardo.
Ho il torto di non aver sbattuto la porta e forse questa è la causa del perdurare di qualche spiacevole equivoco.
Le sigle che evocano la parola “radicale” dovrebbero far riconoscere idee ed ideologie che in realtà gli utenti di quelle sigle non diffondono e non elaborano, ma al sentito dire delle quali si attaccano per cercare di dare un senso alle sigle stesse e ad un proprio ruolo. Era l’esasperazione di una concezione dei partiti della Prima Repubblica, che ostentavano denominazioni e proclamavano la fede in ideali ed ideologie, per i quali nulla facevano se non valersene per diffondere la convinzione che essi rappresentassero qualcosa che non fosse, quale era, più o meno una gran clientela.
Altro sono i partiti ed i movimenti degni di questo nome che esistono (esistevano) per lottare per la realizzazione di certe finalità, magari un po’ vaghe e chimeriche, che propagandavano e delle quali si consideravano strumenti. Anch’essi hanno, poi, creato guasti e finito per trasformarsi in clientele con ideologie di mera “copertura”. E, così, si sono condannati alla estinzione.
Sono considerazioni certamente un po’ astratte e generiche e, credetemi, assai amare e tuttavia utili a capire i motivi della gravissima crisi in cui versiamo e non certo la meschina vicenda soltanto del fu Partito Radicale.
A tutto ciò ho avuto modo di riflettere sentendo dire (non valendo la pena di andarmi a documentare) che i cosiddetti Radicali Italiani, una delle entità “ereditarie” dell’ex non partito (trans) da tempo estinto, andranno con Emma Bonino alla testa, dopo aver bussato ad altre porte, a fondersi con la Sinistra credo di Pisapia e non so se anche di Bersani e, magari, di D’Alema.
Si tratta della fusione e confusione di due sedimentazioni, di residuati di due subculture. In particolare la subcultura di Sinistra è, in realtà, assai più estesa ed ammorbante. Quella ex Radicale è, invece, quella più distorsiva. E’ l’esasperazione del “sentito dire” di cui Pannella era impareggiabile manipolatore. Un residuato tossico che, non a caso, alimenta e copre responsabilità di quella Sinistra ottusamente illiberale che il vero Partito Radicale era nato per combattere.
Può darsi che queste mie parole possano essere qualificate solo uno sfogo. Non credo però che lo possano mai essere di un risentimento. Piuttosto di un sentimento di dolore profondo e di allarme. Certo, spero che nessuno, anche il più sprovveduto e disinformato, mi venga domani a domandare come mi trovo in compagnia dei Sinistri, magari del buon Pisapia.
Vorrei, ma non posso, augurare a quanti, bene o male, anzi, sicuramente male utilizzano una denominazione che ho ritenuto, seppure molto tempo fa, dovesse appartenermi, di trovare pace e conforto nella rumorosa nuova compagnia. Di tale augurio, del resto, non sentiranno certo la mancanza.

Mauro Mellini
17.10.2017

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