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Di Matteo e gli errori che sono sempre degli altri

Nino Di Matteo, con il cuore trafitto dalle parole di Fiammetta Borsellino (che, notate bene, gli hanno interrotto bruscamente la raccolta di cittadinanze onorarie per la sua impareggiabile collezione) è andato, il 13 settembre, come è noto, a sfogare il suo magone sulla spalla di Rosy Bindi alla quasi altrettanto incredibile Commissione Parlamentare Antimafia. Il giorno stesso ha scritto un “pezzo” sul sito del “Sole 24ore” giornale della Confindustria, solo ieri riportato, chi sa perché; da “Antimafia 2000” del guru Bongiovanni (quello con la croce dipinta sulla fronte).

In sintesi Di Matteo, con riferimento a quello che poi si rivelerà un falso pentito…Vincenzo Scarantino…che quelle indagini mossero da dichiarazioni ed indagini precedenti e dunque si tratta di capire chi condusse quelle indagini e quale siano stati eventuali depistaggi volontari…Mi si vuole coinvolgere…negli errori di valutazione di un soggetto che mise la giustizia al largo dalla verità.”.

E se la prende con una “certa politica e certi analisti” che vogliono “guardare al dito (Scarantino) e non alla luna (depistaggi e trattative).

La lagnanza del “cittadino di cento città” è singolare ed istruttiva. C’è da apprendere il modo di ragionare (e sragionare) di un po’ tutti i magistrati, della loro irresponsabilità, qualcosa del loro rapporto con i pentiti.

E c’è da considerare, poi, che Di Matteo non è uno qualsiasi di questi “magistrati in vetrina” di cui ora ha parlato persino Mattarella.

E da riflettere sulla particolarissima “copertura” (cui ha solo accennato) di una sua indiscutibile baggianata professionale, della quale ha saputo farsi un titolo per una sgangherata carriera politico-spettacolare.

Tutti così questi portavoce togati del Padreterno. Quando da un’indagine non riescono a tirar fuori il ragno dal buco di una conclusione appagante, tirano fuori i soliti “oscuri mandanti”, “quello che c’è dietro” che faccia dimenticare che altro c’è davanti e che non se ne è saputo o voluto accertare la consistenza: c’è, manco a dirlo, la Massoneria preferibilmente deviata, i Servizi Segreti deviati o deviabili, la C.I.A., le multinazionali, i poteri forti, “la politica corrotta” etc. etc. Quando viene fuori, come nel caso, che hanno preso un abbaglio, ci sono “evidenti” depistaggi, operati da altrettanto generiche e misteriose entità, le solite massonerie, Servizi, C.I.A., multinazionali, quanto basta deviati e deviabili. Ed il fatto di essersi fatti prendere per i fondelli da pentiti bugiardi e calunniatori, da perizie balorde, ma essenzialmente dalla loro stessa ignoranza, caparbietà, irragionevolezza, per loro non conta. Del resto per un po’ tutti i P.M., i pentiti e quel che essi dicono sono da prendere per oro colato. Sono da difendere contro ogni critica, contro ogni “tentativo di delegittimazione”. La casistica è spaventosa: un pentito colto in castagna e condannato per calunnia è ancor più credibile perché si è pentito due volte (P.G. e Corte d’Appello di Palermo). Se un pentito, come Scarantino ritratta è ancor più certo che quel che aveva detto era la verità, perché è evidente che lo hanno minacciato. Questa, in sintesi la tesi di Di Matteo e dell’Accusa in quel processo per l’assassinio di Borsellino. Ma che questa fosse una evidente cazzata non conta. Quel che conta, secondo Di Matteo è che c’è stato un depistaggio. Come se certe cazzate non fossero esse stesse il depistaggio.

Ma c’è poi quel che Di Matteo ha appena accennato avanti all’Aereopago dell’Antimafia.

Già, perché ha detto che invece di occuparsi di queste sue tesi apologetiche della verità sbugiardata di Scarantino ci si dovrebbe occupare oltre che del depistaggio (da lui sostenuto) dalla “trattativa”. Quella, naturalmente tra Stato e mafia, da lui del pari sostenuta nel processo più balordo del mondo, in cui si fa carico allo Stato di aver tentato di sottostare al ricatto della mafia. E quella è la specialità, la straordinarietà del personaggio, che non si limita a coprire i propri errori (spiegabili o inspiegabili, perdonabili o imperdonabili che siano) con i soliti argomenti, prassi e pareri degli altri magistrati in vetrina. Dalle sue perdonabili o imperdonabili cantonate ha fatto i titoli per il suo lancio futuribile in politica, direttamente come ministro della giustizia.

Non è da tutti poter contare sull’ausilio a tal fine di un Totò Riina che sussurra ad alta voce per farsi sentire da una guardia che lui, Di Matteo “è andato troppo oltre” e che bisogna eliminarlo. E non è da tutti trovare chi ci crede, ed, in conseguenza, gli procura una superscorta ed una macchina superblindata a tecnologia avanzata e chi, sempre in conseguenza, gli fa vincere il concorso per la Procura Nazionale e, poi lo accontenta lasciandolo dov’è ma in trasferta. E, poi, gli allocchi che lo nominano cittadino onorario di una cascata di città e di villaggi.

Prendere cantonate, sostenere che un pentito che ritratta e poi ritratta la ritrattazione è ancor più credibile indubbiamente conviene.

E, badate, non mi sono manco azzardato ad accennare ad un altro privilegio agli occhi dolci che gli avrà fatto Rosy Bindi.

                              Mauro Mellini

 11.10.2017

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