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La Parola di uomini illustri

(Il vanto di averli citati)

Ho tra le mani, come mi accade spesso in momenti di stanchezza, di malumore e, qualche volta di più o meno lecito compiacimento di me stesso, un mio libro edito (si fa per dire) nel 1999. “Nelle mani dei pentiti – Il potere perverso dell’impunità”. In ottima veste tipografica – malgrado il disegno in copertina fosse opera mia, non troppo più brutta, però di molti disegni di grafici professionisti – quel libro ebbe la diffusione che quell’Editore ritenne “sufficiente” mandandone delle copie a due librerie di Milano ed a due di Roma. Non starò a dolermene oggi, tanto più che questi anni mi hanno confermato che troppi occhi erano ostinatamente chiusi per non vedere quello che andavo predicando e troppe orecchie erano tappate. Né citerò nulla di quanto allora avevo scritto, ma ricorderò, invece, che in quel libro ogni capitolo portava in un occhiello che precedeva il titolo, una frase di un uomo illustre che, in qualche modo riassumeva concetti analoghi a quelli che nel capitolo si sarebbero potuti leggere. Ciò nella speranza di richiamare l’attenzione su questioni importanti che ritenevo avrebbero richiesto ben altra autorevolezza che non la mia per trovare attenzione e suscitare interesse.

Sbagliavo. Perché se quelli erano argomenti attuali e tali che ce se ne dovesse ancora occupare, era perché quelle proposizioni pur così chiare espresse da quelle menti eccelse erano state tuttavia dimenticate e spregiate.

Se, dunque, voglio ricordare quel libro, tanto vale che qui citi quelle frasi così autorevoli e dimenticate.

Eccone alcune:

   Ma ecco che d’un tratto queste armi si sono rivolte contro

  il sovrano, vale a dire contro la politica. Concepito per la

                     difesa del sovrano e poi per quella di una Repubblica

                     borghese, lo strumento penale cambia padrone per diventare

                     l’arma di tutti contro tutti.

                                                           ANTOINE GARAPON-DENIS SALAS,

                                                                                        La Repubblica penale

(precede l’Introduzione)

  Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o

     dovrebbero essere patti di uomini liberi, non sono state per

  lo più che lo strumento della passione di pochi, o nate da

  una fortuita e passeggera necessità; non già dettate da un

                     freddo esaminatore della natura umana…

CESARE BECCARIA, Dei delitti e delle pene (1764)

(cap. II: Vecchie storie di vita contemporanea)

  Si pone per fondamento nel Milanese che vi sia un corpo

                     di giudici padroni della legge e questo è il Senato, cui

    spetta il giudicare delle sostanze, della vita, della fama dei

     cittadini o secondo la legge, o contro la legge, o fuori della

                     legge.

                                                            PIETRO VERRI

                                                   Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese

(cap. IV: Lo scivolone verso il pentitismo)

        Una cattiva istituzione non s’applica da sé […] dell’esser la

    tortura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta

       soffrire a tutti gli accusati, né che tutti quelli a cui si faceva

  soffrire fossero sentenziati colpevoli […] e che anzi, per

   trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva

          ogni argomento […] dovettero fare continui sforzi d’ingegno

                      e ricorrere a espedienti de’ quali non potevano ignorar

                      l’ingiustizia.

                                  ALESSANDRO MANZONI, Storia della colonna infame

(cap. V: Leggi, prassi e fantasia)

                      Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariota, andò dai

  Capi Sacerdoti e disse loro: “Che mi volete dare e io ve

                      lo consegnerò?”. Ed essi gli contarono trenta scicli

                      d’argento.

                                      Vangelo secondo Matteo, 26,14-15

(cap. VI: Il prezzo dei pentiti)

           Per volere sapere tutto e scrivere tutta la serie della vita

                      d’un uomo e de’ delitti che ha commessi o veduti

        commettere ordinariamente si riempiono le prigioni di tanti

                      disgraziati e si vanno protraendo a somma lentezza i

                      processi. E’ men male l’ignorare un complice e punire

                      sollecitamente un reo.

                                                PIETRO VERRI, Osservazioni sulla tortura

(cap. VIII: Giustizia a misura dei pentiti)

      Da’ trovati del volgo la gente istruita prendeva ciò che si

      poteva accomodar con le sue idee, da’ trovati della gente

  istruita il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere e

       come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e

                       confusa di pubblica follia.

                                   ALESSANDRO MANZONI, Storia della colonna infame

(cap. XI: La cultura dei pentiti)

       Vi sono stati e vi sono tuttavia alcuni i quali per ultimo

       rifugio ricorrono alle locali circostanze del Milanese e

     asseriscono non potersi far senza della tortura presso

                          la nostra Nazione: incautamente […] in tal guisa

                          calunniano la nostra Patria.

                                          PIETRO VERRI, Osservazioni sulla tortura

(cap. XIX: Pentiti e società in bilancio)

                

Mi pare che basti.

Qualcuno, magari, dirà che questo voler riandare al pensiero dei grandi (grandi sul serio) uomini del passato è, in fondo, il marchio di una incapacità di “sentire” la modernità, il “senso del nuovo”. Dicano pure.  Ed è magari inutile ricordare a questi pensatori che le grandi rivoluzioni, quelle vere, si sono avute ad opera di chi sapeva legge nelle pagine della storia.

Leggere e, naturalmente, capire quel che esse ci insegnano.

                                    Mauro Mellini

 07.09.2017

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