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Leggi demenziali: il suicidio della democrazia

A questo punto non so più se siano l’ignoranza, la malafede, il fanatismo, la paura ed il servilismo a prevalere tra i nostri legislatori.

E’ con angoscia che mi tornano alla mente quelle date (3 gennaio 1925, ad esempio) che diedero forma scritta ed infame valore di legge alla violenza fascista che distrusse l’Italia liberale. C’è il rischio e ben più che solo il rischio, che tra qualche tempo questo inizio di estate del 2017 sia ricordato come quelle altre infauste giornate in cui furono approvate le leggi “fascistissime” che privarono gli Italiani della loro libertà. Oggi vogliono farci credere che le leggi che Camera e Senato stanno approvando siano “democraticissime”. Ma non sono meno deleterie di quelle di quasi un secolo fa.

Il “codice antimafia, la legge contro la tortura”, nella loro ipocrita veste di “difesa della sostanza dei diritti dei buoni cittadini”, hanno una caratteristica spaventosamente pericolosa: sono tali  da lasciarci in balia di magistrati che hanno perduto ogni ritegno sulla strada della “giurisdizionalizzazione” dello Stato e della cosa pubblica in genere e tra i quali serpeggia una non esigua presenza di fanatici settari spregiudicati che hanno invocato leggi del genere, minacciando e ricattando la classe politica. E, purtroppo, a Destra e a Sinistra, nelle Maggioranze e nell’Opposizione una letale incoscienza porta quasi tutti ad alzar le spalle e ad accontentarli.

Le leggi penali di questa infausta fase della nostra Repubblica sono tutte, più o meno, frutto di ignoranza o di condiscendenza, quasi sempre di paura di “non andare a collocarsi tra i sospetti” di mafia, di corruzione etc. etc., hanno la caratteristica della violazione del “principio di legalità” sancito dall’art. 25, comma 2° della Costituzione che, vietando che “chiunque” possa essere punito senza che il reato sia stabilito dalla legge precedente al fatto a lui addebitato, impone che sia chiaramente individuata e qualificata la fattispecie del reato, che essa non sia descritta in modo da risultare vaga e malamente circoscritta e che ad essere punito non sia il fatto ma, magari, la “qualità” della persona.

Ora la legislazione antimafia invocata dagli Ingroia e dai Di Matteo, dai Gratteri e da altri consimili soggetti sembra fatta apposta per negare e sopprimere tali principi essenziali.

L’ignoranza (se di ignoranza si tratta) dei legislatori nella formulazione delle leggi è così messa al servizio di una funzione giudiziaria che travalica i suoi confini. Apre la strada alla dittatura delle Toghe. E di quelle meno pulite.

Ma non basta. Per le “esigenze di lotta” alla mafia, è stata inventata da tempo la legislazione di prevenzione che prevede restrizioni delle libertà personali e confisca dei beni (che non basta certo affermare che abbia carattere “preventivo”, quasi a “difesa” di chi vi è sottoposto (!!!) per negare che si tratti di “punizione” per le persone indiziate di avere una qualità, di essere mafiose. In pratica, poi, per gli “indiziati di essere indiziati di mafiosità”, come è provato dal rilevante numero di sequestri di beni, non convalidati e trasformati in confische.

Ora con il “nuovo codice antimafia” in discussione al Senato, si vuole estendere il sequestro dei beni, patrimoni ed aziende agli “indiziati” di essere concussori, corruttori o corrotti. Cioè agli “indizi” di reati “istantanei”.

Con la certezza del diritto scompare così la certezza dei diritti. Ad esempio la certezza della proprietà, garanzia anche per i creditori (invano quando ero Deputato ho cercato di sollevare la questione della salvaguardi dei diritti dei creditori degli “indiziati”…).

Nella discussione alla Camera, Daniele Capezzone ha posto con fermezza la questione delle ripercussioni delle sciagurate leggi “Orlandine” sulla credibilità dell’economia, fondata sulla salvaguardia del credito, nel nostro Paese.

Una parentesi: Orlando ha cercato di accreditarsi come “garantista” andando a farsi applaudire dagli scimunuti “marciatori per lo Stato di diritto” riuniti in un grottesco congresso a Rebibbia. E’, in realtà, magari proprio per la sua pochezza, un pericoloso succube del Partito dei Magistrati. Lo sta dimostrando ora.

Siamo sull’orlo del baratro.

Possibile che non vi sia partito, forza politica, non vi siano personaggi accademici, giornalisti che vogliano aprire gli occhi e denunziare alto e forte al Paese il pericolo che sta correndo? Possibile che alle pretese delle sciagurate platee di ignoranti forcaioli, non vi sia nessuno capace di rispondere in nome dei principi di un diritto di cui il nostro Paese ha potuto un tempo vantarsi di essere la culla? Possibile che le leggi ammannite da questa subcultura populista di Destra e di Sinistra non trovino nessuno che le riconosca, come corrispondente alle teorie giuridiche della Germania nazista che pretendevano  di equiparare al colpevole la persona capace di rendersi tale?

Si vagheggiano nuovi partiti, nuove “geografie politiche”. Forse non ci resta che costituire un nuovo “Comitato di Liberazione”.

A costo di dover agire in onorata clandestinità.

Mauro Mellini

07.07.2017

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