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Parliamo un po' di frutta

Per una volta tanto invece che di argomenti con la a maiuscola, che, poi, sembra sempre che siano quelli destinati ad essere oggetto delle discussioni a vanvera in cui si impegnano soprattutto quelli che non ne capiscono niente, voglio parlare di una cosa che “mi sta sullo stomaco” non soltanto in senso metaforico: della frutta. Sissignori, della frutta, che da qualche anno a questa parte è sempre più cattiva e sempre più è difficile trovarne che sia appena mangiabile. Non dite che è brontolio di un povero vecchio cui la digestione è sempre più difficile. Pensateci su e vedrete che non è questione di vecchiaia di chi la mangia. Temo, però che tra un po’ i giovani non sapranno più che cos’è una buona pesca, una buona albicocca, una buona pera. Perché almeno da un paio di anni a questa parte la grande distribuzione “lavora” solo frutta colta completamente acerba, maturata, si fa per dire, in frigoriferi, esternamente bellissima che, poi, però quando si riesce ad addentarla senza lasciarci i denti, sa di patata cruda. E, infine, comincia a marcire dall’interno vicino ai semi ed al nocciolo. Insomma, uno schifo.

Ma lo schifo vero è quello delle associazioni dei consumatori. Ce ne sono tante. Sono potenti, diffuse al Nord ed al Sud, fanno “campagne” accanite, anche se, poi, talvolta, le interrompono misteriosamente. Si valgono di pareri allarmanti di medici, biologi, chimici. E di Avvocati. Di quest’ultimi ne conosco più d’uno, assai bravi e qualcuno di essi è anche un “marciatore”, pronto a lasciare la toga per prendere cartelli e striscioni. Fanno propaganda per l’agricoltura biologica. Che produce roba che, non diversamente da quella “contaminata” dalla modernità e dai concimi chimici, è stata colta magari acerba.

Ma della frutta acerba ne parlano in molti perché la bocca ce l’hanno tutti. Il “fruttarolo” al mercato se ne lamenta. E spiega che i grandi commercianti, la grande distribuzione, oramai non acquistano più frutta matura. Così i frutticoltori si sono abituati a raccoglierla quando ancora è verde “come un ramarro” (lucertolone) come si dice dalle mie parti. E, magari, ci guadagnano un pochino anche loro, perché incassano prima. Ma il guadagno di questa schifezza è quello dei distributori, dei supermercati, per i quali un po’ di giorni di più di “durata” (anche se durata schifosa) del prodotto rappresenta un vantaggio evidente.

Pare, poi (sempre opinioni del “fruttarolo”, perché io non ho consulenti merceologici etc. etc.) che con questo metodo (chiamiamolo così) la possibilità di vendita dei prodotti si allarga geograficamente. E’ possibile far mangiare all’estero robaccia che, se fosse buona all’origine, cioè colta matura o quasi, non potrebbe arrivare con mezzi ordinari in varie parti d’Europa. E, qui riviene fuori, anche negli ammaestramenti del “fruttarolo”, la politica, l’Europa. Già, perché l’Unione Europea si è occupata di frutta e verdura. Costa (il Padre dell’attuale Deputato)  scrisse un’esilarante ed allarmante elenco di norme sulla sua rivista, “Il Duemila”. L’Europa ci impone la lunghezza del gambo dei carciofi, la curvatura delle banane ed altre lepidezze. Ma non vieta mettere in commercio frutta che ad addentarla ci lasci i denti e che pare, quando matura, abbia il sapore delle patate.

Ma torniamo ai nostri bravi paladini dei diritti dei consumatori, sostenitori dell’agricoltura biologica, nemici giurati dei prodotti sospetti di essere “geneticamente modificati”.

Possibile che questa brava gente non provi mai a mangiare frutta, che non abbia tempo di osservare che quella che si trova nei mercati e nei negozi è stata colta anni fa, che è uno schifo?

Vorrei che i lettori di questi miei sfoghi senili ne chiedessero ragione a queste meritorie associazioni, magari ai Carabinieri del NAS chiedendo di essere “difesi”.

Difesi dal sapore acido ed acre di pesche verdi e di albicocche grigiastre e dal marcio interno di quelle che, maturando, diventano più o meno delle patate mollicce. E vorrei che ne scrivessero. In molti.

Mauro Mellini

05.07.2017

P.S. Se per caso accadesse che questo mio appello contro l’inerzia di autorità ed associazioni trovasse un’insperata rispondenza, sarebbe assai probabile che dalle pagine pseudoscientifiche di quotidiani e riviste fossimo informati che da uno studio dell’università di Haiti è risultato che una dieta a base di frutta acerba diminuisce notevolmente il pericolo di tumori e assicura protezione contro infarti cardiaci e malattie circolatorie. Scommettiamo?

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