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Elezioni: doppio turno all'italiana

C’è oramai un sistema elettorale tutto all’italiana. Con un doppio turno.

Sissignori. Un doppio turno senza ballottaggio (che c’è e funziona abbastanza bene per le amministrative ma che è giudicato “pericoloso” per le elezioni politiche).

Il doppio turno all’Italiana consiste in una prima fase in cui i partiti o sedicenti tali si scontrano, per stabilire chi, sondaggi sulle previsioni di voto alla mano, debba, con questo o quel marchingegno, vincere o perdere. O meglio si stabilisce ciascuno ritenendo chi deve vincere, chi deve “trovar posto” e chi no, una legge elettorale.

Altrove le leggi elettorali durano decenni o addirittura secoli. Da noi ce ne vuole una ogni elezione, se no, sarebbe tradito il gran gusto per il “nuovo”, in un Paese in cui “nuovo” significa quella cosa che si fa perché tutto resti come prima.

Questa si direbbe la fase più importante di ogni tornata elettorale. Si delineano coalizioni e maggioranze. Si inventano o si resuscitano demonizzazioni con la conseguente designazione di qualcuno che “deve perdere se no è un disastro”.

E’ questa la saga delle sigle e delle denominazioni fantasma. Le sigle di “forze” politiche inesistenti o, al più “personalizzate” e denominazioni più o meno consciamente ironiche della legge elettorale e dei relativi progetti.

In questa tornata legislativo-elettorale ne sono già scappati fuori due, che fanno pensare a vini localmente noti: “verdinellum” e “rosatellum”. Che già sanno d’aceto.

Dio ci salvi dal finale.

Il secondo turno, che non può definirsi un ballottaggio (semmai è il primo turno che potrebbe definirsi col termine dialettale familiare “sballottamento”) si ha con l’intervento degli elettori che, se corrisponderanno alle “intenzioni di voto” rilevate con i sondaggi usati dai legislatori, dovrebbero dar corpo e significato alle astruse disposizioni dei marchingegni escogitati per l’occasione.

La nuova legge elettorale, naturalmente, resterà in vigore fino alla fine della legislazione eletta con essa. Al massimo, quindi, fino al 2023.

Il nostro è un Paese che ama le novità.

                                         Mauro Mellini

18.05.2017

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