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Occhi chiusi su quel che avviene a Palermo

Tengono gli occhi chiusi e si voltano da un’altra parte di fronte a quel che avviene a Palermo (con la lodevole, isolata eccezione del Sen. Luigi Compagna) quanti avrebbero il dovere di vederci chiaro e di reagire adeguatamente, ciascuno nel proprio ambito ed a seconda delle proprie funzioni.

C’è, in Sicilia – ma si fa per dire – perché è qualcosa che accade in varia misura, in tutta Italia, un’antica abitudine dei pubblici poteri e della classe politica di tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate (e far finta di ciò) quando si tratta di “persone di rispetto”. Per molti, troppi anni, è avvenuto con la mafia, i mafiosi e gli amici dei mafiosi. Ora accade con l’Antimafia e, come in tutta Italia, con i magistrati, per i quali, come è noto, è stato inventato un principio di autentica irresponsabilità, che sta estendendosi anche al campo disciplinare. Ma non è tanto e solo una questione di principi e di prassi giuridiche.

G.G. Belli, a proposito di categorie di persone alle quali tutto era consentito e cui tutto doveva essere considerato lecito ed interpetrato come tale usò un’espressione efficacemente volgare: “Quanno pisceno a letto – hanno sudato”.

Ci sono troppi magistrati che “sudano”. Ma a Palermo c’è qualcosa di più. La concezione della “giustizia di lotta” alla mafia (come già altrove al terrorismo), il pericolo per le stesse vite cui molti magistrati sono esposti, mentre altri sono stati barbaramente trucidati, la nascita e la crescita di un’antimafia mafiosa ed affarista che si copre di un estremismo ipocritamente e cavillosamente intollerante, ha fatto germinare nello stesso Partito dei Magistrati una “scheggia impazzita” con atteggiamenti, che vanno dalle teorizzazioni fatte valere in certi processi simbolicamente assurdi, alle manifestazioni piazzaiole, alla ricerca (che è difficile escludere che di ricerca si sia trattato) di un consenso di schiere di fanatici di tifoserie organizzate. Il tutto ha impresso a questa fazione del partito-istituzione dei magistrati un’impronta indiscutibilmente eversiva.

Mi dicono che nella stessa A.N.M. siano state manifestate preoccupazioni per questa che può considerarsi una “devianza estremista del Partito dei Magistrati”. Un’altra preoccupazione pare, però, che imponga ai più moderati “colleghi” di tacere e di far finta di non vedere, per non aprire discussioni che rompano la beata irresponsabilità e insindacabilità della categoria.

Così può avvenire che il concorso per un posto a Roma di un magistrato diventi oggetto di manifestazioni di folle di suoi sostenitori e che nessuno contesti al concorrente la scorrettezza, quanto meno, di non opporsi a certe espressioni di supporto. Può avvenire, senza il minimo rilievo quanto meno dell’inopportunità, che una almeno discutibile voce di una “condanna a morte”, da parte della mafia di un magistrato sia divenuta un argomento per pubbliche manifestazioni che, man mano che la “voce” diveniva più vaga e inattendibile, divenivano più arroganti e tali da ridicolizzare quello stesso lugubre pretesto, fino ad imporre per il preteso condannato la scorta più forte e tecnicamente provveduta su quante ne siano fornite a qualsiasi personaggio e fino alla pubblica diffida al Presidente della Repubblica di “rendere omaggio al supposto condannato”. E il magistrato in questione non ha risparmiato a quei suoi custodi un supplemento di disagio portandoseli dietro in giro per l’Italia a presenziare a manifestazioni che, se il pericolo di attentato fosse proprio reale e così grave, sarebbero altrettante occasioni per gli attentatori.

E’ potuto accadere ed accade che, senza che i titolari dell’azione disciplinare si pongano la questione della liceità secondo le norme deontologiche, il magistrato in questione si presti ad accettare, chiunque abbia organizzato questa salmodiante sua beatificazione, la collezione delle “cittadinanze onorarie” di città (tra le quali le maggiori e la stessa Capitale, (dove il Consiglio comunale non ha, evidentemente altro a cui pensare) e di villaggi. Questo il tessuto di un “partito dimatteista”, si direbbe proprio.

Lo stesso magistrato ritiene di poter tranquillamente collaborare, al di fuori di incarichi istituzionali, alla redazione di progetti di leggi di stravolgimento del sistema penale fondato sulla certezza delle fattispecie di reato e sulla prova al di là di ogni ragionevole dubbio, introducente misure espropriative di indiziati di reati contro la pubblica amministrazione. E ciò a fianco di un suo ex collega, reduce da una poco gloriosa avventura politica, ma gratificato da incarichi dal più discusso ed anomalo dei Presidenti di Regione della Repubblica. Un progetto su cui si raccolgono firme (si dice già quarantamila) con l’adesione di uno dei magistrati già più “impegnati politicamente”, oramai a riposo.

Tutti distratti i titolari dell’azione disciplinare. E il C.S.M. che ha il potere, anche di iniziativa, per procedimenti di “incompatibilità ambientale” è, del pari, distratto.

Ma tacciono e sono caparbiamente distratti uomini e forze politiche, di fronte a quello che ha tutta l’aria della preparazione, con l’intervento di magistrati in servizio, ed a spese di Pantalone, di un nuovo partito. Ingroia, il “padre spirituale” di Di Matteo, l’autore del progetto di riduzione ad “indiziario” del diritto penale, esorta i “Cinque Stelle” ad uscire da loro isolamento ed a dare manforte alla sua eversiva proposta. Per fare un partito giudizial-populista.

Che è poi un tutt’uno con il movimento delle “cittadinanze onorarie” “condannamortis causa” di Nino Di Matteo. Sono distratti. E pensano che questi signori come direbbe G.G. Belli, stiano sudando. Beata incoscienza. Ma poveri noi.

                                         Mauro Mellini

16.05.2017

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