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Ancora a proposito di legittima difesa

Non si placano le discussioni e, magari, gli alterchi, sulla questione della legittima difesa.

E’ difficile che, allo stato delle cose, si arrivi ad una qualsiasi soluzione legislativa non dico del problema in sé, che per taluni versi è insolubile, come sono insolubili, almeno per legge, le questioni di coscienza e quelle relative a situazioni di cui coscienza ed incoscienza e mille altri sempre diversi particolari fanno un intricato campionario, ma neppure di qualche suo più rilevante ed immediato aspetto. Una soluzione che abbia, almeno il marchio della ragionevolezza e quindi, in primo luogo, di una qualche utilità per le persone dabbene e per la società.

Il problema, infatti è “altrove”. Non è tanto nel codice penale, quanto in quello di procedura penale e nella prassi e negli andazzi del modo di amministrare la giustizia da parte dei magistrati.

Qualcuno direbbe: nella obbligatorietà dell’azione penale. Ma questa è già una distorsione. Obbligatorietà, obbligo, sono concetti senza senso se non nella loro relatività. Obbligo: quando? in quale situazione?

Nel nostro Paese, che se altrove le cose vanno meglio non so se sia motivo di rallegrarcene o dolercene, l’obbligatorietà dell’azione penale è un pretesto per giustificare di tutto. Come se tale principio comportasse che sempre e dovunque si debba mettere in moto la cosiddetta macchina della giustizia, quanto meno per vedere se e come si possa fare a meno di evitare di farvi ricorso così che tutti debbano essere imputati di tutto, almeno quel tanto che giustifichi i padroni della giustizia di dimostrarsi tali. Ma è discorso troppo ampio (e, quindi, vago) per farlo qui ed ora.

Ci sono però aspetti di questa contesa che sarebbe bene non dimenticare se si vuole avere, almeno, una piattaforma di ragionevolezza su cui muoversi e discutere.

C’è indubbiamente chi si compiace di immaginare reazioni, pronte severe e fortunate delle vittime di furti, aggressioni, rapine, stupri. Anzi, si può dire che in tutti noi, in tutte le persone dabbene c’è una più o meno vaga reazione psicologica di fronte ad ogni sopraffazione, che vorrebbe ristabilire l’equilibrio delle sensazioni, dandoci la soddisfazione di vedere il cattivo bastonato ed impallinato, costretto a guaiti di pentito dolore. Le cose non vanno mai così. O molto, molto, raramente.

C’è chi, invece, ubbidendo ai dettami di una sottocultura che imita la fede, almeno per gli altri, nel dogma di una non violenza altrettanto fantasiosa e pericolosa, è pronto a vedere una vittima solo nell’ultimo che va a prendersi una pallottola o una legnata ed un bruto nell’ultimo che impugna un’arma o un bastone.

Io mi limito a dire che vedo nella seconda ipotesi una componente di ipocrisia più odiosa e sciocca di quanto non sia l’atteggiamento un po’ sadico dei sostenitori della prima.

Certo è che delle vittime dei delitti e dei soprusi da chi dovrebbe perseguirli, assai poco si tende a tener conto, al paragone di altre esigenze.

Così mi viene alla mente una ancor più grave forma addirittura di sadismo nei confronti delle vittime di gravissimi delitti.

C’era, spero di non sbagliare usando il tempo passato, l’ignobile forma di ironia, la diffidenza verso la donna violentata, alla quale spesso si rimproverava di non essersi “saputa difendere”. Ma penso anche all’obbrobrio sostenuto da vari mafiologhi e praticato, ad esempio da quella accolta di galantuomini che è Sicindustria, la Confindustria siciliana, di considerare poco meno di un reato (ma c’è pure chi pretende che reato dovrebbe essere considerato) il pagamento del pizzo da parte dei taglieggiati dalla mafia.

Si tratta delle vittime di brutali estorsioni che hanno subìto minacce alla persona, a quella dei familiari, alla propria azienda, ai propri beni ed hanno dovuto sottostare al minor male: pagare.

C’è chi, magari comodamente fornito della possibilità di trarre profitto indirettamente da questi vergognosi sistemi di latrocinio, vuole che chi paga sia processato e condannato per “resa in campo aperto di fronte al nemico” come si scrive nei codici militari. E questi mafiologhi, professionisti dell’antimafia, uomini di subcultura, sono, magari, gli stessi che si fanno paladini del rigore della legge e, soprattutto della prassi giudiziaria persecutoria di chi spara ad un rapinatore.

Un’ultima considerazione. C’è una orribile cavolata nella formulazione dell’art. 52 uscita dalla ridicola modifica del 2004. E la cavolata si ripete in un po’ tutte le proposte di “miglioramento” di quell’articolo: perché la difesa sia legittima l’arma usata per difendersi deve essere “legittimamente posseduta”. L’ipocrisia legalitaria è al culmine. 

Pensate un po’: tizio ha due pistole una regolarmente denunziata l’altra no. Se un rapinatore vuole accopparlo deve scegliere quella giusta per difendersi.

Chi lo difende dagli imbecilli?

                                                      Mauro Mellini 

10.04.2017

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