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E se si facesse la legge elettorale dopo aver votato?

Sarà una provocazione. Magari pure grottesca e un po’ scema. Ma, visto come vanno le cose, visto cioè che tutti propongono complicatissimi sistemi elettorali in funzione delle previsioni circa l’entità e la provenienza dei voti che potranno accaparrarsi, con le insicurezze e le angosce che loro derivano dal fatto che le previsioni, i sondaggi saranno, magari sbagliati e che, infine, la gente voti per quel partito cui la legge sembra voler assicurare il massimo vantaggio o, al contrario, voti contro quel partito etc. etc. gli angosciosi interrogativi di questi giorni sarebbero superati se si decidesse così: si va a votare (in una data stabilita, probabilmente, per sorteggio). Conosciuto l’esito i leader dei partiti, muniti di coltelli, pugni di ferro, spray al peperoncino etc. (esclusi armi a ripetizione ed esplosivi) si riuniscono e discutono la legge elettorale e, quindi, sui seggi da attribuire a ciascuno secondo il risultato già noto della consultazione e quello, ormai più facilmente raggiungibile di una legge che ne determinasse le conseguenze in termini di seggi da attribuire. Con ricorso, sapientemente concertato, del ricorso al sorteggio, per i casi più difficilmente risolvibili.
Il sistema sarebbe il naturale prodotto della tendenza, oramai sempre più chiara e scoperta, di fare le legge elettorali di volta in volta, alla vigilia delle votazioni, secondo il prevedibile esito di esse. Ma non andrebbe neppure dimenticato l’importanza dell’avvio all’uso del sorteggio per i “casi difficili”. Sistema che prima o poi potrà essere adottato come unico per stabilire senza parzialità la “rappresentanza nazionale”.
Ernesto Rossi sul “Il Mondo” scrisse una volta un articolo per sostenere che per ottenere una selezione qualitativa degli eletti come quella allora (già allora!!) in atto, tanto valeva andare alla Stazione Ferroviaria e “catturare” a casaccio un certo numero di persone: viaggiatori, accompagnatori, facchini etc. E portarli a Montecitorio ed a Palazzo Madama.


Proviamo a riderci sopra. Non so se ci riusciremmo. Sarebbe comunque un riso assai amaro.

Mauro Mellini
03.02.2017

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