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L'Inghilterra se ne va? Scenario di un fallimento

Spero che non sia detta l’ultima parola e che l’Inghilterra, all’ultimo momento e per un pugno di voti, decida di restare in Europa.

Ma se l’abbandono degli Inglesi dovesse segnare quel colossale passo indietro, che non si potrebbe non definire un fallimento dell’Europa, le ragioni che stanno spingendo il Regno Unito a dirci addio e che, al contempo, sono le ragioni stesse della crisi fallimentare dell’Unione Europea, che restano e non sembra che la prospettata defezione inglese abbia aperto gli occhi a chi li ha voluti chiudere per anni sul lievitare della crisi.

L’Unione Europea era nata sul presupposto della guerra fredda. Questo comportava che la Germania vi partecipasse solo nella parte rimasta al di qua della Cortina di Ferro, che ne doveva rappresentare il confine orientale. Non solo, ma l’unità europea nella sua politica estera era imposta dai fatti, dall’esterno, anche se da sempre si sono avute incongruenze e velleità centrifughe, specie da parte francese.

La nuova situazione, l’unificazione tedesca, l’ingresso di molti Stati già dell’area sovietica, avrebbero dovuto comportare una rifondazione su basi almeno parzialmente diverse dell’Unione.

Contemporaneamente è scoppiata la questione della pressione migratoria afro-asiatica sull’Europa. Invece di adottare subito una politica comune che impedisse alla migrazione dagli altri Continenti di divenire invasione, con effetti destabilizzanti dell’economia e degli assetti dell’insieme dell’Unione e di singoli Stati in particolare, l’esistenza di un’area comune di libera circolazione ha solo favorito l’afflusso e reso più invitante l’entrata in Europa, con conseguenze e prospettive diverse per i singoli Paesi.

L’Inghilterra che voterà per la secessione è quella che si sente, benché più lontana dal Mediterraneo e dal confine sud orientale dell’Europa, esposta al flusso migratorio, all’invasione, senza che l’Europa sia un “cuscinetto”, rappresentando, invece un canale d’accesso.

Se gli Inglesi se ne vanno sarà impossibile non riandare col pensiero a Dunkerque, quando, visto che la Francia si liquefaceva sotti i colpi delle armate di Hitler, il Corpo di spedizione Inglese di rimbarcò riuscendo a sfuggire alla morsa nemica ed andò a costituire il nucleo della difesa dell’Isola. E la speranza per l’Europa invasa dai nazisti.

Nulla, nella storia è ripetizione identica del passato, ma nulla avviene che non abbia nel passato radici, precedenti significativi, spiegazioni.

E poi c’è il “ruolo Merkel”.

Dopo l’unificazione tedesca e l’aggregazione dei Paesi dell’Est, il ruolo della Germania è mutato. Se prima l’Unione Europea era una ulteriore difesa della Repubblica Federale di fronte alla sempre incombente minaccia Sovietica, che si aggiungeva a quella rappresentata dalla NATO, ora la Germania unificata ha chiaramente assunto una funzione egemone, ha sfoderato una manifesta pretesa di supremazia nell’Unione Europea, ha, di fatto, preteso di trasformarla in strumento della sua politica di predominio continentale. La politica, cioè che l’Inghilterra ha sempre combattuto nella sua storia plurisecolare e ne ha fatto il nemico giurato di tutti quelli che hanno tentato di stabilire un proprio predominio nel Continente Europeo.

Non sono un esperto di politica estera, né sono così ignorante di potermi permettere di parlarne a vanvera, per sentito dire.

Ma l’impressione che Paesi fondatori dell’Unione, come la Francia e l’Italia non siano stati capaci di creare adeguati contrappesi alla supponenza teutonica della Merkel non è solo mia, né mi pare priva di fondate ragioni.

La politica relativa alla cosiddetta “accoglienza” dell’invasione afro-asiatica è però quella che più appare deficitaria e priva di coerenza. Le reazioni anche scomposte, le riesumazioni di atteggiamenti inquinati di razzismo che si manifestano nei vari Paesi, sono la conseguenza, ed, al contempo, assumono rilevanza preoccupante, proprio per l’assenza di una politica europea comune.

La “secessione” inglese può rappresentare, oltre che un fatto scomodo per l’economia delle due parti, il principio di una disgregazione della stessa Unione, una volta che si dovesse prendere atto che dall’Europa, anziché un’assunzione di una comune responsabilità e di una comune politica “antinvasione” dovessero venire solo ostacoli alla difesa che i singoli Stari volessero porre in essere.

D’altra parte il livello qualitativo delle classi dirigenti europee non lascia sperare che da esse possa nascere un pensiero politico degno di una grandissima comunità come l’Europa e della sua variegata civiltà e della sua poliforme economia. Non parliamo, per carità di Patria, dell’Italia.

L’augurio è che si realizzi l’improbabile, che la secessione inglese all’ultimo momento sia scongiurata. Ma non basterà. Adagiarsi sullo “scampato pericolo” potrebbe, anzi, essere il principio della fine.

Mauro Mellini

15.06.2016

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