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Il cibo, la televisione, le "Mille e una Notte"

CiboC’è un racconto delle “Mille e una notte” che ogni tanto sono costretto a ricordare.

Un povero mendicante, visto un tale che si stava arrostendo una succulenta bistecca su di un fornello per strada, si avvicina e, tirato fuori un tozzo di pane, lo passa e ripassa nel fumo profumato che saliva da quella leccornia.


Ma, fatto appena a tempo a mangiarsi il pane con quel tanto di odor di bistecca che così aveva rimediato, fu preso e trascinato dal più fortunato e scorbutico quasi commensale avanti al Cadì, perché pagasse l’odore e, magari, quel po’ di sapore “rubato” a lui, proprietario della bistecca. Il Cadì, dopo aver riflettuto un pochetto, ordinò al poveretto di tirar fuori l’unica monetina che aveva addosso, cosa che questi fece piangendo, e di sbatterla su di una pietra. Ed emise la sentenza: Quest’uomo ti ha preso il fumo della tua bistecca e ti paga col suono della sua moneta” saggezza della Sharia.
Non andiamo noi oggi con un tozzo di pane a prenderci il fumo di bistecche che nessuno più arrostisce per strada. Ma si direbbe che gli Italiani (e forse anche gli stranieri) si nutrano del cibo che vedono cucinare in televisione, su tanti canali pubblici e privati, di reti nazionali e di emittenti locali, da cuochi professionisti prestigiosi e da dilettanti e, magari da bambini (da piccolo, invece, mi cacciavano dalla cucina per paura che mi scottassi). Cuochi ed aspiranti cuochi, singoli o aggregati, a “squadre” come calciatori. Maschi, femmine e così così.
Tutti a cucinare piatti “raffinati”, dai colori ben assortiti e dalle proporzioni ben studiate di striature di salse e di sughi. Piatti regionali o esotici, primi, secondi, dolci, sformati, pizze.
La cucina sta per raggiungere e superare il calcio nella frequenza sui teleschermi. Cuochi e giornalisti gastronomici usano davanti alle telecamere un linguaggio tipico del “ramo”: “prendiamo il nostro pomodoro”, “andiamo a dare una sbollentata agli asparagi…”.
Squadre di ragazze e ragazzini si contendono la vittoria di complicati tornei di una cucina al cronometro, fino all’ultimo pomodorino ed all’ultimo secondo.
Dovremmo dedurne che c’è chi sta a guardare, e “godersi” quell’affannarsi e ad ammirare quei piatti così complicati. Saranno qualche volta signore frustrate in cerca di ispirazioni per superare la loro inadeguatezza a soddisfare le voglie dei mariti, ma sono portato a ritenere che in prevalenza gli spettatori siano signori a dieta e lavoratori costretti ad accontentarsi di un panino, e tirare la cinghia. Che cercano di catturare un po’ di quei meravigliosi sapori televisive per sognare, addentando, invece, robaccia.
D’altro canto si ha l’impressione che, con tutto quel ben di Dio cucinato avanti alle telecamere, si pensi di alleviare per gli Italiani le conseguenze della crisi e delle difficoltà di “arrivare a fine mese”. Metodo Renzi anche questo.
Ma, per rendere il tutto più conforme alla vicenda delle “Mille e una notte”, ci vorrebbe qualcuno che ci autorizzasse a pagare il canone RAI con il tintinnio ed il frusciare dei nostri euro.
Ed intanto, mentre con gli occhi ci nutriamo di prelibatezze televisive, il cibo diventa ogni giorno peggiore.
Non c’entrano i cuochi e non c’è da sperare nelle nuove generazioni addestrate in cucina fin dall’infanzia.
L’Italia è divenuta il Paese in cui si mangia, ad esempio, la frutta peggiore del mondo.
Sia nei supermercati che nelle rivendite degli Extracomunitari, trovate frutta bella e grossa e dal sapore, però, impossibile.
E marcia dentro, attorno al nocciolo o ai semi. E’ la frutta colta acerba, come oggi la esige la Grande Distruzione (ed anche, di conseguenza, la piccola). Così “dura di più”, c’è più tempo per farla viaggiare e per spacciarla.
Maturata in frigorifero, conserva un sapore insulso ed un po’ agro e marcisce dentro, rimanendo bella e florida di fuori.
E le Associazioni dei Consumatori?
Predicano la necessità di tornare all’agricoltura biologica. Non li ho mai intesi parlare di frutta colta acerba.
E l’Unione Europea? Pare che non ci siano norme specifiche, sul grado di maturazione che deve avere la frutta quando viene colta.
In compenso abbiamo avuto dall’Europa norme sulla curvatura delle banane e divieti di vendere i carciofi con il gambo. Così come abbiamo disposizioni che imporrebbero (il condizionale è un omaggio al buon senso trasgressivo dei pescivendoli) di indicare i nomi delle specie di pesci in latino, secondo la classificazione di Linneo.
In questo caso gli Inglesi hanno rinunziato ad imporre all’Europa la loro lingua. I Fascisti dicevano: “la perfida Albione…”.
21.03.2016
Mauro Mellini

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