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In poco tempo il Professore ed io diventammo “punto di riferimento “ della Diagnostica Radiologica del Policlinico (…. la mia deve essere proprio una vocazione ). In quel periodo , in mancanza di tac, ecografia, risonanza magnetica, si studiavano le patologie attraverso la radiologia tradizionale e l’angiografia. Io, a poco a poco, diventai un provetto angiografista, tant’è che, pur essendoci un distretto di radiologia diretto dal Prof. Laconi, in collaborazione con i Professori Cardinale, De Simone ed altri io riuscivo ad essere molto più “punto di riferimento “ di loro che, per la verità, si dedicavano ad altro ! * Potrei fare molti nomi autorevoli nel campo della medicina di quel tempo che possono testimoniare con quale passione e trasporto si lavorasse in quel periodo! Nel 1975, purtroppo, il Prof. Palazzolo morì prematuramente colpito da un infarto ed io rimasi orfano del mio maestro. Fu l’allora Prof. G. Schirosa che volle che io assumessi il ruolo di radiologo della gloriosa Patologia Medica, sostenuto dall’esperienza e dalla scienza di eccellenti professionisti come il Prof. Luigi Pagliaro il Prof. Enrico Geraci, il Prof. Michele Cospite ed altri. Ero orgogliosissimo di far parte di questo gruppo a soli ventisette anni. Acquistai lo studio del Prof. Palazzolo con l’aiuto della Cassa di Risparmio e di mia moglie che, come me, già lavorava . Erano anni meravigliosi, di grande euforia professionale. Dagli anni 75 agli anni 90, percorsi tutte le tappe che un radiologo impegnato deve superare. Frequentai a lungo la scuola romana di Radiologia diretta dai Professori P. Rossi, Simonetti e Passariello e appresi dignitosamente le nuove metodiche del periodo. Con grande sacrificio pubblicai diversi lavori su riviste nazionali ed internazionali, tant’è che potei partecipare al concorso di Professore associato, che vinsi. Aprii con un collega un altro studio di radiologia a Lercara ed anche lì, così come al Policlinico e presso il mio studio privato, divenni subito “punto di riferimento “ ( naturalmente soltanto per quanto attiene la mia attività professionale ). Accadeva che lo diventassi per una serie di motivi: il primo, perché sapevo lavorare; il secondo, perché ero pronto alle esigenze dei pazienti; il terzo perché, non mi sono mai fatto pagare direttamente! Nel 1984 organizzavo l’ Angiotac dopo aver venduto il mio studio di Lercara per 80 milioni di Lire, cifra che approntai per l’acquisto della tac e dell’angiografo * . Da solo non ce la feci: con 40 milioni entrò come mio socio alla pari il Prof. De Simone; con 20 milioni, per il restante 20 % delle quote azionarie, intervenne la proprietà della Clinica Noto . Dovetti ulteriormente allargare la base sociale, quando , avendo affidato i lavori di sistemazione dei locali al mio fraterno amico Massimo Barresi (noto imprenditore palermitano) e non potendolo pagare, gli proposi di entrare a far parte dell’Angiotac , dove rimase in società fino a quando riuscimmo a saldargli il debito. Storia durissima ed impegnativa la mia. Altro che” creatura “di questo o di quello. L’Ospedale Civico non aveva angiografista ed inviava presso la struttura da me organizzata le angiografie da effettuare ai pazienti ricoverati. Dal 1984 al 1988, effettuavo le angiografie dell’Ospedale Civico presso l’Angiotac, tranne qualche raro esame che veniva svolto dal Prof. Filosto presso la sua struttura. In verità, i miei “ concorrenti ” preferivano dedicarsi di più ad esami di T. C. R. M., anche perché più remunerativi. Io, invece mi “divertivo“ ad effettuare le angiografie. Spesso, in corso d’opera, si embolizzavano vasi sanguinanti , arterie da dilatare, insomma si faceva Radiologia Interventistica ad alto livello. Per cui in città e nel territorio palermitano, durante gli anni 80, posso senz’altro affermare di essere stato un fermissimo “punto di riferimento “ per la Radiologia Interventistica e per la Diagnostica per Immagine, avendo avuto il coraggio di mettere in piedi l’Angiotac , struttura ancora esistente, pur non avendo avuto la disponibilità economica per farlo. In quegli anni raggiunsi la vetta della mia notorietà: ero affidabile professionalmente e, per natura, sempre disponibile nei confronti dei pazienti. Ero “ punto di riferimento “dei medici ,dei pazienti, di tutti i soggetti palermitani che avevano bisogno della mia specializzazione. Dal Procuratore Generale della Repubblica S. E. Spataro (ancora in vita) all’ultimo disoccupato. Nel mezzo ci sarà stato anche qualche delinquente, qualche mafioso, qualche truffaldino, qualche rapinatore … , ma io non potevo sapere cosa facessero. Nell’estate dell’88 vinco il concorso al Civico ed inizio un’ inversione di rotta. In poco tempo tutti gli esami angiografici per i pazienti dell’Ospedale (ed anche per quelli delle altre strutture pubbliche) si effettuano al Civico per merito mio ed del mio validissimo collaboratore Dott. Peppe Butera. Dal quel momento in poi l’Angiotac si limiterà ad effettuare soltanto Tac . Naturalmente divento , anche dentro l’Ospedale Civico “punto di riferimento“. Mi chiedo e vi chiedo a questo punto: se fossi stato anche “punto di riferimento “ della mafia corleonese, perché avrei dovuto penare tanto per organizzare l’Angiotac? Perché avrei consentito, in futuro, la nascita di un megacentro radiologico a Bagheria , che pare sia stato realizzato proprio con i soldi della mafia corleonese e che inevitabilmente finiva per dimezzare i miei guadagni? Non avrei fatto prima a convincere lo “zio Binnu “ a spendere i suoi soldi per ampliare il mio centro radiologico? È vero, la mia predisposizione a diventare “punto di riferimento “ è naturale: sarà perché sono egocentrico, sarà perché tendo a farmi carico, nel mio piccolo e fin dove posso, dei problemi degli altri, ma sono fatto così. Infatti, se posso aggiungere il riconoscimento di un altro mio piccolo merito, debbo riconoscermi la capacità di aggiungere alla mia attività professionale quel poco di umanità che mi ha imposto di seguire l’ammalato, “accompagnandolo per mano“. Seguivo il paziente nel ricovero ospedaliero, spesso in molti ospedali nazionali dove avevo rapporti con altri “punti di riferimento“ di altissima professionalità . Con me il paziente riusciva a fare un “percorso assistito “. Forse ho sbagliato, forse questo eccesso di disponibilità ha finito per danneggiarmi! Fatta questa lunga premessa che, credo, serva a chiarire molte cose, posso passare a discutere i punti fondamentali sui quali trova fondamento il pregiudizio dell’accusa . Scrivono i P.M. : Giovanni Mercadante, nato a Prizzi il 19/08/1947 da famiglia medio-borghese, parente del noto mafioso Masino Cannella, cugino di primo grado della madre, è “disponibile per componenti di Cosa Nostra”. .Così parlò Zaratustra! In sintesi. Il noto mafioso caccamese, oggi pentito, Giuffrè, per anni braccio destro di Provenzano, stenta inizialmente ad identificarmi. Solo su suggerimento del P. M. “si ricorda di me”, finendo per affermare una serie di inesattezze, però. Parla di quello, che secondo lui, è stato l’unico incontro che abbiamo avuto. Il luogo sarebbe stato l’Angiotac: ne descrive la sala d’attesa e l’accettazione in maniera assolutamente inesatta, dicendo che si trattava di locali ampi e luminosi (la struttura si trova in un seminterrato con una sala d’attesa ed una accettazione che misurano complessivamente appena 20 mq). Dice che quella volta accompagnò un latitante, di nome Ribisi, che aveva bisogno di un esame che noi non facciamo presso la nostra struttura. Però ricorda di aver visto il suo amico “infilato dentro un tubo” (cosa molto improbabile, dato che non viene permesso a nessuno, neppure ai medici accompagnatori, di assistere, e neppure di entrare, dentro i locali a “rischio radioattivo”). Dice che gli fu consegnata la documentazione immediatamente dopo la fine dell’esame e ..senza lasciare traccia! (la qual cosa mi fa pensare che, dato che di tutto quanto da lui affermato non c’è traccia, il pentito o chi per lui, ha pensato bene di far intendere che l’Angiotac si mobilitò immediatamente per “cancellare tutto”; come se, per farlo, bastasse un colpo di scopa!) A tutto questo aggiungo una mia considerazione in forma interrogativa: se io - come da lui affermato - fossi stato creatura di Provenzano e suo illuminante “punto di riferimento”, come avrebbe potuto lui, che ne fu il braccio destro per anni, non ricordarsi di me, sia pure per qualche ora, per qualche minuto, o anche solo per qualche istante? Brusca non dice un bel niente, all’inizio! Poi gli tolgono dalla bocca un altro bel niente, perché quello che afferma non ha alcun riscontro: “…mio padre ( già morto n.d.r.) lo conosceva.”Di Miceli iniziò a frequentarmi quando sua moglie iniziò una serie di controlli in Ospedale. Non sapevo che fosse il “cameriere” dei Provenzano e dei Riina. Risulta dalle intercettazioni che una sola volta mi chiese di incontrare qualcuno, qualche suo conoscente. Ritenendo che si trattasse di problemi medici, dirottai l’eventuale possibile appuntamento presso l’Ospedale Civico. L’incontro non ci fu mai, non ho mai saputo chi volesse farmi incontrare. La conversazione che Giuseppe Reina ed un professore (che non sono io, è bene sottolinearlo) è una tipica conversazione in libertà fra persone che vogliono far credere ai loro interlocutori di conoscere il mondo intero e di disporne a proprio piacimento. Purtroppo per me, in quella conversazione vengono fuori alcune considerazioni che, pronunziate da un personaggio come il figlio di Totò Riina, finiscono per danneggiarmi. Si tratta del solito ritornello: …disponibilità! Ma a fare che? Omicidi, abigeati, estorsioni, stragi ?! Se fossimo in uno Stato civile, avrei già avuto la possibilità del confronto prima di finire esposto al pubblico ludibrio come il primo dei criminali siciliani. Prendiamo ora in considerazione i miei rapporti con il famoso cugino Masino Cannella. In tanti anni di intercettazioni ambientali effettuate presso locali frequentati dal sopraccitato, viene fuori praticamente niente, se non quattro parole che mi identificano erroneamente come “cardiologo”. Il pentito Cancemi, ormai declassato da tutte le Procure a falso pentito perché assolutamente inattendibile, invece riferisce che lo stesso Cannella un giorno gli confidò che ero andato a trovarlo presso l’Ospedale Ingrassia, dove era temporaneamente ricoverato. E’ vero. Andai a chiedere notizie sul suo stato di salute presso il reparto di Medicina dove era ricoverato. Cosa che può essere confermata dal dott. ……………., a quel tempo aiuto del Primario. Guarda un po’ che grande atto di mafia avrei compiuto quel giorno, nel cercare di capire quali erano le reali condizioni di salute di un “mio parente”, per farle conoscere ai suoi familiari più diretti. Tutto questo è stato già oggetto di valutazione giudiziaria (atti processuali e sentenza del processo di Caltanisetta): i miei avvocati produrranno tutto! Fin qui abbiamo scritto di cose che, alcuni mesi fa, furono “definitivamente” archiviate insieme ad altre che invece, come avrete letto sui giornali, sono ritornate a galla ed affidate all’uso mediatico che i nostri giornalisti sono abituati a fare, quando con violenta e cinica cattiveria, si mettono al servizio del progetto di distruzione di una persona. Intercettato per più di un anno e durante il particolare periodo della campagna elettorale, vengono fuori altre due questioni che mi interessano e che (a quanto pare, in Italia, o meglio in Sicilia, raggiunto un certo numero, scatta un bonus secondo cui gli indizi diventano prove..!), sommate a quelle precedenti fanno scattare il mio provvedimento cautelare. Un provvedimento che tanto più duro sarà, tanto più sarà “esemplare” e fungerà da monito per quanti, nel presente e nel futuro, vorranno mantenere in vita l’intreccio mafia-politica. Anche perché, purtroppo per me, sono ancora un pesce piccolo! Ecco allora che l’ipotesi di favoreggiamento o di concorso esterno per me vengono scartate ( anche se, evidentemente, non ci sono neppure i termini per pensare né l’una né l’altra ipotesi), e si procede consolidando il fumus persecutionis nell’accusa di associazione di stampo mafioso, con la quale mi si possono mettere i ferri ai polsi e si fa tutti una gran bella figura! La prima questione: il caso Parisi. Cosa veramente banale, fatta eccezione per l’attività criminosa dei parenti mafiosi, di cui io non potevo conoscere niente. Prova ne sia l’assoluta pubblicità con la quale gestisco il rapporto con Marcello Parisi, consigliere di circoscrizione di Forza Italia. Con l’On. Francesco Musotto, con l’On. Carlo Vizzini, con il Sindaco Diego Cammarata, Parisi ha rapporti quotidiani: nessuno di loro poteva sapere le cose come stavano! L’ultima questione riguarda il caso D’Alimberti. Due anni orsono, il dott. Spinnato (parente del più famoso dott. Cinà, arrestato nell’operazione Gotha che mi riguarda), nel suo studio privato di via XX Settembre, mi presenta il suo maestro di Neurochirurgia, appunto D’Alimberti, il quale manifesta la volontà di partecipare al concorso per la Direzione del reparto dell’Ospedale Civico. Anche loro evidentemente mi individuavano come “punto di riferimento”. Non presi impegni in quell’occasione, non avendo la forza di far vincere concorsi a nessuno. Comunque non volendolo e non potendolo fare. Non ne presi in seguito, sostanzialmente, quando, come risulta dalle intercettazioni il dottor Spinnato me ne parlò in presenza del suo più famoso parente. In ogni caso, l’esito del concorso, espletato già da alcuni mesi, taglia la testa al toro: D’Alimberti si classifica penultimo, su diciassette partecipanti. Certo non so come andrà a finire! So che, ormai, dedicherò il resto della mia vita per ristabilire la verità sul mio conto. Lo debbo fare per me , per la mia famiglia, per i miei amici. Lo debbo fare per dare un contributo ad una battaglia garantista che ho sempre sentito mia, pur senza capirne il senso profondo (cosa che sto capendo solo oggi, mentre sono costretto a vivere fra quattro mura ed in balìa della volontà altrui). Lo debbo fare perché, forse, servirà a salvare un altro uomo che potrebbe essere ingiustamente perseguitato. Ci sono troppe cose che non mi convincono in questa mia vicenda, compreso la tempistica del mio arresto. Compreso il silenzio dei miei compagni di Partito che avrebbero dovuto sostenermi. Compreso l’accanimento verbale dei miei avversari di Partito (meglio, nemici di Partito) che, dal primo momento, hanno inneggiato al mio arresto. Io non sono un mafioso! Sono un siciliano, nato e vissuto in questa Terra. E, come tutti i miei conterranei, vivo la tragica condizione, pagandone pesantemente le conseguenze, di una società costretta a barcamenarsi nell’anomalia, nella anormalità. Poi si può essere più o meno ipocriti, più o meno parolai! Vivrò nelle patrie galere per qualche tempo. Me ne farò una ragione. Mi aiuta il fatto di sentirmi la coscienza a posto.
Giovanni Mercadante

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