C'era una volta il CSM

La Sentenza del Consiglio di Stato ha confermato la precedente analoga sentenza del T.A.R. (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio e ordina (!) al C.S.M: di provvedere alla nomina del Dott. Carbone alla posizione di Primo Presidente della Corte di Cassazione.
Premesso che ignoro l'antefatto, non ho alcuna idea delle ragioni del Dott. Carbone, mi limito a considerare questo fatto di cronaca come l'ennesimo esempio di come i magistrati (verrebbe da dire la casta dei magistrati), con le loro sentenze, abbiano stravolto il sistema di bilanciamento dei poteri stabilito dalla Costituzione.
Nella Carta Costituzionale, infatti, è prevista la istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.) quale organo di autogoverno dei magistrati al quale demandare sia l'attività amministrativa (nomine, avanzamenti di carriera, trasferimenti ecc.) che quella disciplinare al fine specifico di sottrarre i magistrati dall'influenza potenzialmente ricattatoria del potere politico, esercitato per mezzo del governo temporaneamente in carica e dal potere potenzialmente corporativo dei magistrati stessi.
La Carta Costituzionale prevede infatti che il costituendo C.S.M. debba essere un organo "misto", del quale facciano parte sia magistrati eletti dai loro pari sia membri eletti dal Parlamento. La delicata funzione di "autogoverno" dei magistrati richiede infatti che a decidere delle questioni dei magistrati, ai quali viene demandato un potere pressochè "absoluto", oltre ai loro colleghi vi siano dei rappresentanti degli interessi generali del popolo.
L'organismo di autogoverno previsto dalla Carta Costituzionale, il C.S.M., fu effettivamente realizzato solo dieci anni più tardi (1958). I Giudici, tuttavia non ne furono soddisfatti.
Sebbene fosse stato dato loro il privilegio di una totale autogestione, attraverso un organo specifico, il C.S.M., sottratto a qualunque ingerenza governativa, essi dimostrarono da subito di non avere la necessaria maturità istituzionale per gestire correttamente questo loro speciale privilegio. Hanno prevalso, come spesso avviene nell'italica penisola, ragionamenti capziosi che hanno di fatto annullato la nobile funzione di autogoverno, riducendola a mera attività di iniziativa amministrativa, né più né meno di una normale attività ministeriale, con tanti saluti al delicato sistema di pesi e contrappesi studiato dai costituenti per esercitare la eccezionale funzione di autogoverno.
Si è giunti così al sistema attuale, le decisioni più delicate, faticosamente prese in sede C.S.M., vengono regolarmente impugnate davanti ad un normale organo giudiziario di primo grado (primo grado!) quale è il T.A.R. del Lazio e, ovviamente, in grado di appello dinanzi al Consiglio di Stato, con l'ovvia conseguenza che, di fatto, a decidere delle questioni più controverse dei magistrati (sia le questioni amministrative che quelle disciplinari) non è lo speciale organo voluto dalla Costituzione, ma un comune organo giurisdizionale fatto di magistrati "normali", assegnati e non eletti a questa specifica funzione, ovviamente senza la partecipazione dei membri eletti dal Parlamento.
Qualcuno potrà chiedersi perché sia successo questo. Per certo la fiducia con la quale la Carta Costituzionale ha conferito il supremo potere di autogoverno ai giudici si è rivelata mal riposta. I magistrati non sono stati in grado di esercitare su sé stessi il self-restrain (auto-limitazione del potere) tipico del mondo anglo-sassone, che è poi l'espressione del consapevole rispetto per le istituzioni democratiche. Ma, come si è detto, questo non è che uno tra tanti esempi.

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