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EDITORIALE

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Premiare i pentiti. Paghino gli altri.

Pare, dunque, che il Procuratore Nazionale antimafia, abbia lanciato un grido di allarme per un calo delle “vocazioni” al pentitismo.
Per incentivare tali “vocazioni”, invece di richiedere l’aumento degli sconti di pena (ma, soprattutto, della licenza di non scontarla, ché i pentiti un po’ per legge, un po’ per sovrana - indipendente e sovrana -  benevolenza, sembra possano scontare la reclusione in libertà) ma, invece, rendendo più pesante il trattamento riservato agli imputati e detenuti che non si pentono.
 Se la legge, dice il Procuratore antimafia, consente anche agli imputati di reati assai gravi di patteggiare e di ricorrere al rito alternativo che riduce la pena, diminuisce l’interesse a pentirsi che sta, appunto, nella diversità di trattamento.
    Sono considerazioni da tenere ben presenti e da non dimenticare. E da interpretare per quello che veramente significano.
    Anzitutto congratulazioni. Congratulazioni per averci ricordato, impedendoci così di dimenticarlo, che i “pentiti” non sono affatto pentiti, come sembrerebbe a chi volesse attenersi a quello che di questi signori si dice da parte della stampa “politicamente corretta” e si scrive in molte sentenze. Niente “scelte di vita”, “scelte di fondo”, niente “voltare le spalle ad un passato di obiezioni”, ma un calcolo: che mi danno se “collaboro” (e la mia collaborazione viene “apprezzata”)? Quanto mi darebbero se non collaboro? La differenza fa l’interesse a pentirsi ed anche la morale del cosiddetto pentimento e, quindi la misura dell’”attendibilità”.
    Grazie, signor Procuratore per avercelo ricordato, o, se vogliamo evitare l’ironia, grazie per averci ricordato che non è reato dire quel che Lei lascia intendere e che noi ben sappiamo ed andiamo proclamando raccogliendo accuse di “voler delegittimare i pentiti”.
    Seconda considerazione. Il metodo di “valorizzazione” del trattamento dei pentiti non è nuovo. Il “carcere duro”, il regime previsto dall’art. 41 bis della legge penitenziaria, è solo grazie ad un falso, o, per essere benevoli, ad uno smaccato ricorso all’ipocrisia, che figura imposto dall’esigenza di impedire i contatti dei boss mafiosi con il mondo esterno in cui operano i complici in libertà. In realtà, e lo abbiamo inteso ripetere impudentemente quando si è discussa, anche in Parlamento, la “normalizzazione” di quel regime, quello che, quando si vuole parlar chiaro si definisce “il carcere duro”  (non il carcere sicuro, “a tenuta stagna” etc. etc.), ha il fine di rendere invivibile la detenzione a coloro che vi sono sottoposti, per costringerli a “pentirsi”, ottenendo, anzitutto, un regime carcerario diverso.
    Ci sono, certo, le incongruenze. Un detenuto soggetto al 41 bis, che io so essere stato condannato innocente, mi diceva che nel carcere di Cuneo tutti i sottoposti al 41 bis erano stati “visitati”, probabilmente da appartenenti al SISDE, per essere esortati a collaborare. “Da me non sono venuti, sanno benissimo che sono innocente”. Ma nessuno osa revocargli il “41 bis”: i pentiti che lo hanno fatto condannare hanno detto che era un “capomandamento”, anche se di nessun peso. E un “capomandamento” deve “stare” al “41 bis”.
    Terza considerazione. Se il Procuratore antimafia, per “valorizzare” i vantaggi del pentimento propone di aggravare il trattamento dei condannati non pentiti anziché proporre ulteriori trattamenti premiali per quelli che si pentono, è segno che tali trattamenti oggi accordati ai pentiti sono così scandalosamente indulgenti che la gente non tollera sentir parlare di altri sconti di pena, di altre “detenzioni in libertà”, di aumenti di stipendio, di altre impunità, magari, per le calunnie e le false testimonianze.
    Si ricorra, dunque, al vantaggio indiretto. Paghino gli altri quel che decenza impone di non scontare a questi criminali che si vogliono far passare per depositari di verità, angeli vendicatori, etc. etc..
    Parlando in televisione, di questa dichiarazione del Procuratore antimafia, un intelligentone, che non sono riuscito ad identificare, predicava la necessità di “riunirsi tutti attorno ad un tavolo” (tutti chi? maggioranza ed opposizione?) per rimediare alla grave situazione denunziata dall’insigne magistrato.
    Per eseguire l’ordine, non per discutere, finalmente la logica perversa di questo insano affidare ai pentiti la lotta alla mafia.
    Bello, vero?

Politica interna estero

  • Sgarbi, Di Matteo, trogloditi e moderati

    Ho inteso l'altro ieri sera Vittorio Sgarbi parlare dell’aggressione bigottamente stupida nei suoi confronti degli “Sciacalli dell’Antimafia” Cinquestelle. E di altre cose. Vittorio Sgarbi, tanto per non abbandonare un argomento su cui ho insistito nei giorni scorsi, non è tanto un “liberale rivoluzionario” al cui paragone cade nel ridicolo la “rivoluzione liberale” di Berlusconi. Sgarbi è la rivoluzione liberale. Che, purtroppo, sembra proprio che con Sgarbi cominci e sia destinata a finire. E’ la rivoluzione della cultura contro l’incultura, i Leggi tutto
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