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Riforma Giustizia: rischio fiducia in senato

Di Pietro si scaglia contro la riforma della giustizia. Di stare ad ascoltare quelli della sua coalizione che continuano a prendersela con i magistrati di Milano per la vicenda intercettazioni Unipol «esattamente come fa Silvio Berlusconi» non ne può più. E così denuncia un «collateralismo» strisciante tra destra e sinistra per imbavagliare la stampa ed attaccare i magistrati. Chiede una verifica all’interno dell’Unione sulla politica giudiziaria ed economica, sulla sicurezza e su come si intenda tutelare la libertà d’informazione. Poi avverte: il provvedimento sulle intercettazioni, così com’è, l’Italia dei valori non lo voterà. E questo per una serie di motivi. Prima di tutto, spiega, perché si alzano le sanzioni pecuniarie fino a 100mila euro «a carico però dei giornalisti e non certo degli editori». E poi perché si impedisce di pubblicare gli atti del processo, anche quelli non coperti da segreto, «fino alla fine del processo» e se non sono «penalmente rilevanti». Il leader dell’Idv, invece, vuole che le intercettazioni raccolte legalmente, anche se non hanno rilievi penali, possano sempre essere portate a conoscenza dell’opinione pubblica. «Le intercettazioni - sottolinea - sono indispensabili per scoprire i reati, così come il bisturi per il chirurgo e il problema non si risolve togliendo il bisturi». Il problema è piuttosto della politica, afferma con forza, che non dovrebbe proprio «invischiarsi» in questo modo con finanza ed economia. E allora il suo gruppo lancia una proposta presentando un emendamento al testo: appena un atto viene depositato, questo, se non coperto da segreto, potrà essere pubblicato. Se questa sua proposta di modifica riceverà il via libera da Palazzo Madama bene. Altrimenti è pronto a dare battaglia annunciando sin da ora il proprio «no». E la maggioranza rivive un suo «vecchio» incubo. L’ennesimo voto di fiducia. La polemica sulla riforma della giustizia potrebbe far precipitare la situazione in Senato. Così, dopo i giorni in cui la via dell’intesa bipartisan sembrava essere la strada giusta da perseguire, torna a girare la roulette di Palazzo Madama. E visti i numeri della maggioranza, il muro contro muro aprirà un nuovo e difficile fronte. Che gli umori fossero nettamente cambiati, rispetto alla scorsa settimana, lo aveva anticipato già il ministro Di Pietro. Ma le parole di ieri mattina, che sembrano anticipare una crisi imminente, hanno scatenato le reazioni. Da chi non crede «che la fiducia sia inevitabile, ma è comunque probabile», come ha detto il sottosegretario della Giustizia Luigi Scotti. A chi come il capogruppo dell’Ulivo, Anna Finocchiaro, si scaglia contro il ministro delle Infratture. Ad attaccare la posizione di Di Pietro anche il responsabile Giustizia dei Ds Massimo Brutti. «Quelle del ministro sono formulazioni generali e astratte. Chi come Di Pietro vuole fare il monopolista dei valori - conclude Brutti - mi fa un po’ insospettire». Nel pomeriggio erano anche arrivate le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che in una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, invitava a ricercare con «tenace perseveranza ogni possibile intesa». La Cdl invece tiene il punto. Nei corridoi di Palazzo Madama i senatori ammettono che l’accordo sulla riforma giudiziaria «non ci sarà», che le posizioni sono «troppo antitetiche» e se vogliono far passare questa legge «si devono mettere in testa che bisogna passare per la fiducia». Scontro totale allora, ma non è tutto. La polemica di Di Pietro sembra essere anche lo specchio del malcontento che sta covando negli ambienti della magistratura. Così, sulla riforma della giustizia, il silenzio imbarazzato dei parlamentari ex magistrati è eloquente. Preferisce non pronunciarsi l’ex numero uno del pool di Mani Pulite Gerardo D’Ambrosio (Ds). Stessa linea, attendista, quella dell’ex toga Felice Casson, relatore del progetto di legge sulle intercettazioni in commissione Giustizia del Senato. «Domani (oggi ndr) - dice Casson - presenterò molto probabilmente la mia relazione sul provvedimento e poi inizierà il dibattito». Nella legge, infatti, ci sono «alcuni punti delicati» che Casson identifica soprattutto in «diritto della stampa e fughe di notizie». Per il relatore, dunque, «non bisogna toccare soltanto l’ultimo anello della catena, cioè la stampa, ma bisogna intervenire anche su quei comportamenti illeciti che si verificano a monte». Dello stesso parere anche il senatore della Margherita, Roberto Manzione, il quale precisa che «ci saranno sicuramente delle modifiche rispetto al testo uscito dalla Camera». Intanto ieri il comitato ristretto della commissione Giustizia del Senato ha concluso l’esame della riforma che oggi ritornerà in commissione. Il presidente Cesare Salvi ha detto che «il testo è atteso per il 3 luglio nell’Aula e i tempi dovrebbero essere rispettati». Successivamente la Camera avrà almeno 25 giorni di tempo per votare il provvedimento così come è stato modificato dal Senato. La strada sembra ancora lunga.
Fonte Il Tempo

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